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Archivi tag: diritto d’autore

“Le odio le tue stupide storie!” “Le mie storie? No, piccolo Lord, non sono mie. Le storie esistono, prima di me e dopo di me, anche dopo di te”. G.R.MARTIN, Il Trono di Spade

 

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A Francesco I stava un po’ sul cazzo il fatto che sul trono del Sacro Romano Impero fosse stato eletto Carlo V e non lui. Non per fare il marxista d’accatto, ma l’Asburgo aveva l’appoggio del più potente banchiere di quei tempi : Jacob Fugger, ai cui argomenti i grandi elettori erano molto sensibili.

Banalità di base numero uno: il tuo esercizio di voto, l’unico atto politico di cui a conti fatti sei capace, non vale una cippa di cazzo rispetto a quello di uno di quei grandi elettori, e non è li che sta, per quanto tu lo voglia credere, l’essenza della democrazia; come vedi si eleggevano anche gli imperatori.

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Non starò qui a metterti linki. Per verificare l’attendibilità di quanto ti racconto basta il tuo manuale di storia delle superiori. Se ne hai voglia.

Banalità di base numero due: se sei sveglio e ti piace verificare che quello che leggi nella rete non sono cazzate (e nel 90% dei casi – compreso questo blog- lo sono), lo fai velocemente e con libertà. Non crederci al mito dell’autorevolezza. Sono cazzate inventate dai preti dai giornalisti e dagli accademici per farti fare i sonni belli. Più qualcuno è considerato autorevole e più usa quella mal guadagnata autorevolezza (quasi sempre in modo mafioso) per raccontarti panzane. L’attendibilità del tuo manuale di storia delle superiori sei in grado di verificarla? Quanto ti costerebbe indagarne e risalirne le fonti? Molto più che per qualsiasi cosa letta sulla rete. La nostra vita, se non vuoi essere uno spettatore televisivo (e i due terzi della popolazione lo è) è una continua estenuante ricerca e verifica delle fonti. Dal film che mi racconta il mio amico dietro una birra, al quale concedo di solito credito illimitato, e che se poi vedo scopro che lui in realtà non l’ha mai veduto e che mi stava spacciando il linko di quelche d’un altro; alle teorie storiografiche di De Felice. Nel secondo caso è un pochino più difficile. Ma puoi imparare a farlo.

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Poi comunque la storia la sai. Francesco I e Carlo V continuano a farsi guerra (quattro volte? Verificalo se hai voglia, ti costa poco… se vuoi, al limite, ti spiego come si fa… cheddici magari ci facciamo una serata alla Scighera sul come si verificano le fonti… ne hai voglia?). Durante la prima guerra contro l’impero ci fu quella famosissima battaglia, nei pressi di Pavia (era il 1525, credo… tu verificalo), in cui l’intera cavalleria francese fu spazzata via dagli archibugieri (potrei mettertelo qui un bel linko su alcuni splendidi versi dell’ Ariosto che raccontano la meraviglia causata da questa nuova arma… – trovateli: Orlando Furioso 28-30, XI) di Carlo V.

Tra gli ufficiali francesi cadde anche quel maresciallo (oddio!… era maresciallo? Controlla tu, io faccio che lo era) Jacques de La Palice che passerà alla storia perché poco prima di morire era vivo.

Banalità di base –assolutamente questa non lapalissiana- numero tre: lo sai perché abbiamo sempre meno libertà; perché si sgomberano i centri sociali nel silenzio e nell’indifferenza delle istituzioni (di sinistra) e della cittadinanza; perché si privatizzano l’eletricità. Il gas, l’acqua e tra un po’ l’aria? Per il semplice fatto che non ti sei scandalizzato, che non sei sceso in piazza, quando hanno privatizzato le storie con quell’oscenità etica e ontologica che è il diritto d’autore. Metti il lucchetto della proprietà alle storie, se riesci a far passare questo concetto: che le storie sono proprietà esclusiva di chi le racconta (o peggio di chi gli fornisce i mezzi per raccontarle), poi puoi lucchettare tutto anche l’aria (che ci è importante quanto le storie).

Cioè.

(…a proposito: lo sai, chi fu l’inventore del cioeismo? No?!? Maccome. Lo hai eletto, il Manzoni, a pilastro fondante dello scrivere romanzi epici in italiano e non ti ricordi quella viottola polverosa lungo la quale scendeva Don Abbondio? Dai. Quando gli sgherri di Don Rodrigo gli si avvicinano e gli chiedono se è lui che l’indomani dovrà sposare il Tramaglino e la Mondella; e il pavido pretocchiolo, mentre gli sfinteri tutti gli si allentano, si ficca due dita nel colletto inamidato e bofonchia, a prendere tempo, un bel …cioe… Tutta la nostra epica viene da qui. Ma.Non divaghiamo.)

La Palice oltre a essere un grande militare era un gran bell’uomo, piaceva alle donne e faceva invidia agli uomini. Quando morì in quella assurda carica; cavalleresca certo ma folle contro il presente dei nuovi belissimi –sì bellissimi anche se dispensatori di morte- archibugi, quando morì, dicevo, gli scrissero una canzone, che suonava più o meno così:

« Hélas, La Palice est mort,

il est mort devant Pavie ;

hélas, s’il n’estoit pas mort

il ferait encor envie. »

Poi, qualcuno poco dotato oppure che non sapeva il francese, oppure che, come è giusto e come lo è stato per millenni, nemmeno per il cazzo che si preoccupava di filologia e diritti d’autore, cantandola storpiò, con la sua pronuncia barbara, l’ultimo verso così : s’il n’estoit pas mort… il serait encor en vie.

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Ci fosse stato un AUTORE come si doveva, con la sua bella autorevolezza, a mostrare a quel libertario coglione di maneggiatore di canzoni altrui la sacralità della verità del testo e soprattutto del copyright, non avremmo banalità lapalissiane.

Probabilmente non avremmo nemmeno storie.

patricia

Il punto che sfugge, non so se per superficialità o per malafede, agli agguerriti sanfedisti difensori di chi detiene i diritti di sfruttamento editoriale di alcuni personaggi di fantasia, è che ciò di cui parlano non è successo in luogo qualunque. Ma su Facebook. Sulla Rete.

Non ha alcuna rilevanza, o ne ha pochissima e riguarda la preoccupazione di salvaguardia della propria immagine ecumenica di qualche editore, che a usare quei personaggi siano stati degli aderenti a un partito politico.

Non ha alcuna rilevanza, o ne ha pochissima nell’ambito della riflessione estetica, che i cartelli realizzati con quei personaggi siano ben fatti o mal fatti.

Non hanno alcuna rilevanza, o ne hanno pochissima per qualche giornalista  e  per qualche sociologo, i motivi per cui sono stati scelti quei personaggi e la considerazione in cui sono tenuti i fumetti.

Ha rilevanza invece, e ne ha tanta, il modo e la virulenza con cui alcuni fumettisti hanno gridato alla lesa maestà del diritto d’autore e invocato la legalità. Qui. Sulla Rete.

Ricorderai che nel luglio del 2011 una delibera dell’AgCom suscitò una decisa reazione  e una vivace polemica unitamente all’accusa di attuare un tentativo di controllo censorio sulla Rete.  Te lo ricordi cosa diceva quella delibera? Minacciava la chiusura amministrativa di tutti quei siti che, anche per uso non commerciale, fossero stati accusati dalla stessa AgCom non solo di rendere disponibile (scaricabile) materiale protetto da Copyright, ma anche di riprodurlo.

La struttura portante della legge italiana sul diritto d’autore è quella  del 22 aprile 1941.  E’, nonostante le modifiche successive, una legge fascista nella forma e gutemberghiana nell’ispirazione.

Il punto che sfugge, non so se per superficialità o per malafede, agli agguerriti sanfedisti difensori di chi detiene i diritti di sfruttamento editoriale di alcuni personaggi di fantasia, è che l’epoca gutemberghiana è tramontata da almeno un decennio. Che i nuovi ambiti di comunicazione hanno rimesso tutto in discussione, riportando in vita un’antica idea di condivisione e continua commistione dell’opera dell’ingegno umano di contro a quella gutemberghiana di mera riproduzione.

Il punto che sfugge, non so se per superficialità o per malafede, agli agguerriti sanfedisti difensori di chi detiene i diritti di sfruttamento editoriale di alcuni personaggi di fantasia, è che un concetto così inteso di diritto d’autore tende quasi sempre (era il 1941, capisci) a essere utilizzato per limitare proprio quella libertà d’espressione che dovrebbe difendere. Manco fossimo tutti figli di Ma Barker.

Sei così convinto che la nostra libertà debba correre il rischio di essere sacrificata nel nome di una legalità concepita, nelle sue linee guida,  più di settant’anni fa,  più vecchia persino di Tex Willer?

A modo mio, lo sai, sono un marxista. Ora. Julius Henry Marx, detto Groucho, muore il 19 agosto del 1977.  Fanno trentacinque anni fa. Non so se il figlio Arthur (avuto dal primo matrimonio) o la figlia Melinda (avuta dal secondo matrimonio) siano ancora vivi o abbiano avuto figli a loro volta. Quello di cui sono certo è che qualcuno la fuori, mancando ancora trentacinque anni alla scadenza del diritto d'autore su tutto quello che Groucho ha inventato, ne detiene i diritti. So mica se  Groucho sarebbe contento di essere, da ventisei anni, cannibalizzato, banalizzato e snaturato da sceneggiatori ignoranti in un fumetto seriale. Roba che di peggio c'è solo la politica. Mi piacerebbe sapere se chi edita quel fumetto che lo maltratta da quasi tre decenni ha un contratto con gli eredi per lo sfruttamento in Italia della sua immagine, delle sue batturte e dei suoi scritti. E soprattutto se ha un contratto che permetta a sceneggiatori da due centesimi a tavola di farlo sembrare un coglione.

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