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Venerdì sera la situazione era un po’ incasinata. Stavo male (tipo febbre e ammennicoli vari) ma dovevo tirare comunque le undici e mezzo postmeridiane e dalle parti del più morto dei centricittà italiani: quello milanese. Allora. Mangio una pizza, bevo una birra, ingollo due aspirine e mi infilo – che il prezzo è abbordabile (12 euro), che c’è ancora qualche posto e basta selezionare poltroncina libera e inserire numero carta di credito e ci hai il tuo bel codice a barre che ti consente l’ingresso – a teatro, al Piccolo a vedermi L’ispettore generale. Finisce giusto per l’ora che serve a me. Sì c’è il rischio che se mi addormento io russo pesante e mi sentono fin sul proscenio. Magari mi sbattono fuori. Lo corro: il rischio.

No. Intendiamoci.

La compagnia lì, che lo rappresentava… mi ricordo mica come si chiama… però, ecco… sono tutti bravissimi lì, per carità. Molto teatrali sì, con la tendenza a trasformare il grottesco gogoliano in cabarettismo alla Zelig. Il sindaco per esempio sembra Bisio. E anche gli altri interpreti mi ricordano dimenticabili macchiette da umorismo televisivo. Non fosse poi che fare teatro a teatro mi sembra una cosa ormai… come dire… come quella che fanno i registi del nuovo cinema italiano, innaturale ecco. Appunto. Però. Dai. Dice che il regista di quella compagnia lì è un giovane che viene dalla lirica. Vedi che te la spieghi, alla fine, tutta quanta la cazzo di polvere che, nonostante le modernità scenografiche, c’è su quell’adattamento!

Eppure, mentre lotto per non addormentarmi (e non so dirti se il sonno era causato dalla reazione chimica della birra con l’acido acetilsalicilico o dalla messa in scena), penso che la situazione di questo paese è molto simile, in fondo, a quella della Russia degli anni trenta del XIX secolo. Il decadimento etico e culturale della nostra classe padronale (quella che eufemisticamente viene definita: dirigente) è lo stesso, forse anche più grave, di quello di quella casta amministrativa e di quella nobiltà latifondista che saranno spazzate via dalla Rivoluzione d’Ottobre. (Per essere sostituite da altre egualmente esiziali, hai ragione, ma adesso non siamo qui a far processi all’URSS).

Non sono ottimista. Non credo che l’Italia sarà scossa nemmeno da qualche sciaquettio di ipocrita progressismo socialista, figurarsi la rivoluzione. Comunista, persino. Via… Se tutti gli italiani che si lamentano, fossero davvero guerriglieri, come dovrebbero essere davanti all’ attuale stato di cose, la presa del Palazzo d’Inverno sarebbe anche vicina.

Ma. Dormiranno sonni tranquilli tutti i burocrati, tutti i giullari e quella manciata di principi che controllano il paese.

Gli italiani sono solo tanti sindaci Anton Antonovic che, disposti a tutto, si apparecchiano carriere da primi cittadini a primi ministri. In particolare i moralisti e gli accademici che più tuonano. Alla fine cercano solo e sempre un padrone da servire e un piatto caldo. Perché allora, rappresentato, quel testo mi è sembrato fuori dal tempo?

Domenica. Me ne sto alla casa. Cerco, senza successo, di curarmi. Per passare il tempo lo tiro giù dallo scaffale Gogol, ci soffio via la polvere e leggo. Sarà mica colpa del russo quel senso di inadeguatezza temporale che ho vissuto? No. E’ colpa del teatro che si fa oggi in Italia. Mentre il teatro dovrebbe essere adeguatezza temporale, ché il teatro se non è contemporaneità non esiste… il teatro italiano contemporaneo (come il cinema) è un brutale guardiano della digestione borghese – poi un’altra volta ti descrivo che cos’è il pubblico dei teatri milanesi… ci sarebbe da farci un saggio sociologico). Finisco di leggere.

No.

Te lo assicuro.

Non è colpa di Gogol.

Ancora una volta è colpa nostra. Della nostra volontà di servire. Basta che non costi troppa fatica, però e che ci lascino digerire in pace, magari ridacchiando grazie a una satira disarmata e televisiva.

 

ps.

1.sul diritto dello spettatore di addormentarsi ti consiglio la lettura del pamphlet di Ennio Flaiano, Lo spettatore addormentato, Adelphi, 2010

2. mi dicono che se voglio vedere del teatro che abbia senso oggi dovrei fare un salto all’

Edinburgh International Festival.

Raccatto i soldi e prometto che quest’estate ci vado.

Compro niente, lo sai, che non si possa bere, fumare, mangiare. Più o meno in rigoroso ordine gerarchico. Ma come tutte le regole anche questa ha le sue belle eccezioni. Per esempio. Ieri ho comprato, dopo aver vagabondato (non senza vergogna) in uno di quei cosi (che, nella lingua di questo paese malato di fanfole e barzellette, chiamano librerie) dove si ammucchiano a scopo di vendita tonnellate di carta imbrattata dall’inchiostro di storie irrilevanti, l’edizione integrale (fatta da Lizard) di una delle cose più belle di Pratt, Gli scorpioni del deserto.

La mia parte sana, quella ideologica, saldata alle idee di bellezza e giustizia (vuoi mica dire la rivoluzione?) é radicalmente contraria alla proprietà intellettuale; mi obbliga quindi a vergognarmi almeno un po’ ogni qualvolta che per delle idee o delle storie mi tocca di pagare. Ma per Pratt, e per gli scorpioni in particolare mi metto la vergogna in tasca e pago. Non è di me, però, che ti voglio parlare. La situazione è questa: quando alle ore 18 del 10 di giugno del 1940 Mussolini annuncia allo sbigottito popolo italiano la nostra entrata in guerra a fianco della Germania, è convinto che la guerra sarà molto veloce e che questo potrà significare per le colonie italiane in Africa una notevole espansione. L’Italia, divenuta impero, controllava i territori di Libia, Eritrea, Etiopia e parte della Somalia.Più un piccolissimo territorio in Cina, ma questa è un’altra storia.

Dopo l’armistizio con la Francia e la morte di Balbo, Mussolini che vuole assolutamente un’avanzata in Egitto, per poterne reclamare l’attribuzione poi al tavolo della pace, manda in Libia il generale Graziani. Il quale, per motivi che non starò qui a raccontarti, avanza in terra egiziana giusto di un ottantina di kilometri, per attestarsi poi – in quella che sembra la totale indifferenza degli inglesi- nel totale immobilismo a Sidi el Barrani. L’offensiva italiana in Africa orientale è decisamente più significativa. Tra luglio e agosto le truppe coloniali italiane invadono il Sudan (occupandolo fino alla città di Gallabat) e la Somalia bitannica conquistandone la capitale Hargeisa e lo sbocco al mare della città di Berbera. Dopo la conquista del Somaliland, però, i comandi militari italiani assunsero fino al gennaio dell’anno dopo, un atteggiamento necessariamente (è difficile condurre offensive in totale carenza di truppe e di mezzi e di conoscenza del territorio) attendista. Durante questi mesi l’esercito coloniale italiano fu logorato in Africa settentrionale dalla resistenza libica e dalla guerriglia inglese condotta da un’unità irregolare e multietnica: il Long Range Desert Group, mentre nel Corno d’Africa dalla resistenza Etiope. Tanto che quando a gennaio del 1941 partirà, dal Kenya e dal Sudan, la controffensiva inglese, in pochi mesi l’impero italiano dell’Africa orientale sarà spazzato via. In maggio Haile Selassiè tornava sul trono di Addis Ababa. Quindi ti è ormai chiaro cosa ci facevano, tra il settembre e l’ottobre del 1940, un polacco e un greco nei pressi di Giarabub (città della Libia orientale): atti di guerriglia.

Piccolo inciso. Finita la guerra, basta. Il vile campo di quelli che nel nostro paese, in modi e con mezzi diversi, raccontano storie, sembra dimenticarsi che l’Italia si portava addosso la responsabilità di un dominio coloniale. Vero. Nel 1947, su forte sollecitazione di Longanesi, Ennio Flaiano… che –intendiamoci- a me non è mai piaciuto: non riesco a capire l’universale apprezzamento tributato ai suoi aforismi e mi irritano le sue prove narrative; però ecco, ce da dire che il suo romanzo Tempo di Uccidere, che appunto dava alle stampe su forte spinta di Leo Longanesi nel 1947, è stato l’unica coraggiosa voce ad avere affrontato (con borghesissima attenzione ombelicale, vabbè, ma almeno senza la retorica tutta italiana dell’autoassolvimento da ogni responsabilità) il nostro passato coloniale. Nemmeno tanto passato quando il romanzo uscì: allora, infatti l’impero d’oltremare era caduto da soli sei anni.

Poi te l’ho detto più niente. Per tanto tempo. Dovremo aspettare e accontentarci di Brizzi e Lucarelli. Qualcuno si accontenta pure di Manfredi. Ma. Ci fu una grande voce narrativa che di questo passato cercò -o forse non ebbe il minimo timore – di raccontarci qualcosa, senza i limiti della raffinata laica intellettualità di Flaiano (può anche darsi che Pratt il libro di Flaiano l’abbia letto, ma mi sembra del tutto infondata l’idea avanzata da Giovanni Marchese che le atmosfere di Tempo di Uccidere possano aver avuto sul veneziano una qualche influenza. Tutt’altra sensibilità. Per nostra fortuna), ma con la forza popolare del fumetto e la libertà della memoria: fu quella di Pratt, dei suoi scorpioni del deserto (fumetto; 1969) e delle pulci penetranti (memorie;1971).

Arrivato in Libia per guidare l’offensiva che, nei piani di Mussolini, avrebbe dovuto penetrare in Egitto e portare l’esercito italiano fino a Iskandariya, Rodolfo Graziani dovette prendere atto di uno stato di fatto militare assolutamente delusorio rispetto alle belle e gloriose aspettative che si nutrivano a Roma. L’aviazione era decisamente inferiore a quella inglese; la scarsità di mezzi di trasporto rendeva impossibile una razionale gestione logistica delle truppe soprattutto in vista della mobilitazione sul fronte orientale per l’offensiva; a questo andava aggiunto che, nonostante non si fosse risparmiata nessuna ferocia, l’Italia non era riuscita a controllare in modo diffuso il territorio, e che la guerriglia libica impegnava un discreto numero di reparti nell’interno della Cirenaica, mentre quella inglese impegnava, con le scorribande del Long Range Desert Group, intere colonne d’artiglieria sul confine orientale. Nonostante Graziani non avesse nascosto, in numerosissimi rapporti a più riprese inviati allo Stato Maggiore Generale, questo stato di cronica insufficienza di uomini e mezzi, chi conduceva la guerra da Roma (cioè Mussolini e Badoglio) volle comunque l’offensiva e l’avanzata in Egitto. Così Graziani fece il minimo indispensabile. Il 16 settembre 1940 avanzò prudentemente per circa 80 kilometri con sette divisioni appiedate e arrivò, non contrastato dagli inglesi, fino a Sid El Barrani. Qui si trincerò in attesa. Considerava prioritario organizzare la difesa del fronte. Il dispositivo di difesa italiano era infatti difettoso e lacunoso. Si estendeva su una distanza troppo ampia con una serie di campi trincerati ma isolati tra loro. Uno di questi era a Giarabub. E’ più o meno in questa situazione di stallo che si aprono gli Scorpioni del deserto.

Con una sequenza fulminante (in cui gli scorpioni attaccano un convoglio postale italiano) che ci introduce alla natura guerrigliera di Koinsky, entriamo di forza nella storia – non solo intesa come racconto, ma proprio come cronaca di fatti veramente accaduti. Siamo convinti, da queste parti, infatti che il fumetto sia un dato di fatto, non un’interpretazione, e questo fumetto di Pratt è qui a spiegarcene il come e il perché. Vedi. Gli inglesi progettano di sfondare il fronte italiano agli inizi di dicembre. Per questo durante quel periodo di stallo che va dalla presa di Sid El Barrani alla controffensiva inglese (cioè da metà settembre a inizio dicembre) agenti di una parte e dell’altra compiono azioni segrete per raccogliere informazioni. E’ proprio il 27 di settembre che troviamo il greco Kord, il polacco Koinsky e il senussita Hassan infiltrati in Giarabub per raccogliere informazioni sugli spostamenti delle truppe italiane. E qui cominciano apparentemente a sorgere i primi problemi.

Sembra che Aristotele avesse proprio torto. Credeva infatti che esistesse uno stato privilegiato di quiete. Newton invece ci ha spiegato che uno stato privilegiato di quiete non esiste. In fondo per Aristotele era semplice: la Terra se ne stava lì immobile, ferma in quiete nel centro dell’universo; la sua immobilità era il riferimento assoluto per la valutazione del moto degli altri corpi e del passare del tempo. C’erano uno spazio assoluto e un tempo assoluto. Per noi, che ci è toccato di vivere dopo Newton, le cose sono un po’ meno semplici. La Terra ha smesso di starsene ferma, lì nel centro dell’universo, e si è messa a girare attorno al sole e attorno a se stessa. Da questa cosa Newton ne derivava la necessaria assenza di qualsiasi riferimento assoluto per lo stato di quiete. Maledetto relativismo! Se voglio prendere in considerazione, ad esempio, il moto di un treno devo ignorare i moti di rotazione e di rivoluzione della Terra. Se considero il movimento del controllore, devo ignorare il movimento del treno. Questa mancanza di un sistema di riferimento assoluto ha una conseguenza lampante: l’impossibilità di stabilire la posizione assoluta di un evento nello spazio. Ma ne comporta anche un’altra, che purtroppo sfuggi a Newton, minato dalla sua fede in un dio assoluto che sarebbe crollata ammettendo l’inesistenza di un tempo assoluto. Ce la illustrerà Einstein questa cosa: se il tempo è legato alla velocità e allo spazio percorso, non essendoci accordo sullo spazio non può esserci accordo sul tempo. Meglio. Non è possibile stabilire in modo assoluto la durata di un evento. E’ il 27 settembre 1940 (è Pratt a scriverlo nella didascalia che apre la tavola) quando, dopo quella sequenza di cui ti ho detto che ne presenta i personaggi, Kord e Hassan entrano in Giarabub prendendosi gioco delle sentinelle; si recano a casa dello zio di Hassan che dovrebbe dargli informazioni circa i movimenti delle truppe italiane, ma lo zio e il cugino di Hassan si rivelano fedeli agli attuali occupanti e cercano di catturarli. Li salva l’intervento provvidenziale di Koinsky. Kord uccide zio e cugino e poi tutti e tre scappano, forzando i posti di blocco italiani, su una camionetta. Tutto accadrà, ne convieni, vero?, che le convenzioni narrative non lasciano ombra di dubbio, in una manciata di ore. Dopo qualche ulteriore ora di fuga, poi, la camionetta fonde le bronzine e si ferma (entra in stato di quiete). Così i tre restano appiedati nel deserto libico. La vignetta dopo, la camionetta è sempre nel medesimo stato di quiete, nella stessa posizione nello spazio, su quella camionabile in mezzo al deserto. Kord, Hassan e Koinsky si allontanano a piedi. La didascalia sulla sinistra ci avverte che i tre hanno cercato di riparare il mortore ma non essendoci riusciti hanno deciso di andare a piedi verso la base di Siwa. Ci da anche un’altra preziosissima informazione quella dida: che ci spiazza e ci sbatte davanti l’impossibilità di stabilire la durata di quell’evento. E’ il 30 di ottobre. Come? Non te ne eri accorto? Certo. Perché i fumetti si guardano e non si leggono e non c’è niente di più inutile di quegli ostacoli allo sguardo che sono le didascalie. Sì, anche quelle usate qui da Pratt, che infatti andrà sempre diminuendone l’utilizzo. Naturale quindi saltarle, ignorarle, dimenticarle. Non leggerle. Comunque. Cazzo! Possibile che i tre ci abbiano messo per rendersi conto che il motore non era riparabile, più di un mese? No. La questione è che il tempo, questa simpatica ma ingombrante quarta dimensione, nel fumetto ha le sue leggi fisiche che non sempre -quasi mai- sono quelle newtoniane. Ma.

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