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Roma, Fiumicino. Aeroporto Leonardo da Vinci. Voli nazionali. Arrivi. E da Milano siamo arrivati  a Roma in prima sera. Infatti. Sono passate da poco le nove.  Uno squallido deserto di sughero plastica acciaio e pavimenti resilienti. Tutto vuoto, tutto chiuso, tutto provincialmente buio e silenzioso. Unici movimenti, quasi promesse di vita futura, che qui intanto, al terminal 1, non ce n’è: i led dei tabelloni che indicano i prossimi arrivi e le prossime partenze. Guardo l’orologio per sincerarmi di non essere in assurdo ritardo e magari in un luogo sbagliato, magari sono le tre del mattino a Orio al Serio e non le nove di sera nel più grande aeroporto di Roma, che se non ricordo male, di questo paese è la capitale. Ma. Sembra che se ne siano andati tutti a dormire. Trovare un cazzo di qualcuno, una stizzosissima impiegata Alitalia, per esempio, incrociata per caso, a cui chiedere dove dobbiamo andare per prendere il volo delle 00 e 50 per Addis Ababa, beh! Trovare qualcuno così, che ti tratta pure male perché se è lì, in mezzo a un tale silenzioso squallore che nemmeno mai a Linate ti ci sei trovato immerso in uno simile;  non ci sta certo lei, lì, per dare informazioni a te; trovare qualcuno così, dicevo, è impresa degna già di un esploratore.

Alla fine questa stizzosissima responsabile di solo lei sapeva cosa, ci dice di andare al terminal 3. Come andarci non rientra nelle sue intenzioni, e probabilmente competenze, spiegarcelo. Non ho voglia di incazzarmi. Ce lo cerchiamo da soli il terminal 3, di tempo ne abbiamo. Quasi. Eppoi, dico a mio figlio,quello grande, vedrai che di là, nell’altro terminal, questo dannato numero 3, che è quello dei voli intercontinentali, ci saranno e luci e negozi e anche pure l’imbarazzo di scegliere dove andare a mangiare.

Invece.

Al terminal 3 tutto più chiuso che all’1. Nessuno. Niente. E non saranno ancora le 22,00. Rassegnati passiamo la dogana. Di là, continuo a illudermi, al Gate G14 dove dobbiamo imbarcarci, qualcosa di aperto ci sarà, visto che partono ancora un bel po’ di voli. Per arrivarci, al Gate G14, bisogna prendere una navetta su monorotaia che sembra uscita da Battlestar Galactica.

Lì, all’ imbarco, tutto chiuso e tutto spento. Anche il bar, dove c’è solo una signora laconica che lava i pavimenti e mi fa cenno di stare attento a dove è ancora bagnato. Eppure di gente all’imbarco per il volo 703 Ethiopian Airline Roma – Addis Ababa ce n’è alquanta.

Quando aspetti, e hai tanto tempo da aspettare, alla fine chiacchieri con chiunque. Ho insegnato a mio figlio, per la sua sicurezza personale, a non rivolgere parola e a tenersi a una distanza di almeno 200 mt da chiunque  indossi abiti o ammennicoli sacerdotali. Dai preti, insomma. Ma. Due grassi e simpatici missionari, ci attaccano bottone. In mia presenza a quella regola si può derogare. Così il racconto della loro vita spesa a raccatar anime cui insegnare a leggere, per farglielo poi credere, il vangelo,  ci fa trascorrere  senza particolare noia il tempo fino all’imbarco. Alla fine, senza cena ma sazi di storie d’Africa – sanno affabulare i missionari, mica come i previtoccoli da messa fissi nelle parrocchiette delle nostre provincie- saliamo sull’aereo, e all’una e trequarti circa, noi in economica e loro, i signori missionari, in business, decolliamo.

Dormire, oltretutto con la pancia vuota, è difficile in economica. Ma siamo gente allenata, la mia famiglia e io, alle peggio condizioni di viaggio. Siamo quasi riposati quando il mattino dopo –alle sette circa-, fatta la violentemente profumata colazione che servono sull’aereo, avvistiamo dal finestrino lo sterminato altopiano di Addis Ababa.

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Ho letto da qualche parte che Kapuscinski sosteneva non esistesse posto al mondo di cui avrebbe potuto dire di volerci restare per sempre. Di posti da cui desiderare di non muovermi più, io invece, ne ho almeno tre o quattro: un angolo precisissimo della salita Mandrella a Sestri Levante, il tavolo di un bar à vins in Rue Clement a Parigi, una vecchia taperia a La Curuna e un chiosco di birra lungo la Vistola a Varsavia.

Lo sai che non è mia intenzione fare paragoni. Voglio solo farti capire una cosa: che tutto quello che faccio, compreso il viaggiare, lo faccio perché devo. Non faccio nulla per scriverne, nemmeno kerouachianamente solo per me. Se vado da qualche parte è perché ci devo fare qualcosa o perché qualcosa, come Erodoto voglio verificarla di persona.

Tienilo presente allora. Come lo avevo presente io. Quando sono atterrato ad Addis Ababa l’ho fatto perché dovevo, non perché poi volevo raccontartelo. Te lo dico questo perché ci tengo che sia chiara una cosa. Per tutti i veri viaggiatori partire è doloroso e straordinario allo stesso tempo. Per me solo faticoso. Un vero viaggiatore le migliaia di sagge ragioni per non partire le ha già valutate  e messe da parte al momento del decollo. A me venivano invece in mente tutte lì, quella mattina alle sette e mezzo, all’aeroporto internazionale di Bole, mentre ero in un’eterna fila per il visto d’ingresso. E, ti giuro, non riuscivo a metterle da parte. Anzi ne trovavo sempre di più convincenti per lasciare lì tutto e tornarmene a casa. Eppure, con il mio bel timbro sul passaporto, ho varcato la dogana, riunito la famiglia, raccolto le valigie e, attraversato il più brulicante dei terminal, siamo usciti. Non so se mia moglie e mio figlio, quello grande, stavano prendendo, come me, nota mentale delle prime impressioni. Devo dirti che, dopo gli odori della colazione servita sull’aereo, la cosa che più ti colpisce è la luce.  Ci ho messo almeno due giorni ad abituarmici, alla luce dell’equatore.

Uno.

Kambujia II, che successe al padre Kurus sul trono di Babilonia nel 529 a.c., fu un grandissimo generale. Portò i confini dell’Impero Persiano fino a dove l’Egitto prende il nome di Nubia. Secondo quanto ci racconta Erodoto (nel terzo libro delle Storie) Kambujia morì il settimo anno del suo regno a causa di un’infezione causata da una brutta ferita. Uscito indenne dalle infinite battaglie della campagna con cui aveva conquistato l’Egitto, si ferì mentre era in viaggio per Elam. Il fodero della sua spada aveva perso il puntale e, mentre balzava a cavallo la lama nuda gli si conficcò nella coscia.

Era il 522 a.c. Kambujia non lasciava eredi. Chi avrebbe regnato sullo sconfinato Impero Persiano?

Un sacerdote zoroastriano, tale Gautama, usurpò il trono spacciandosi per il fratello di Kambujia. Senonchè lo stesso Kambujia aveva fatto uccidere suo fratello anni prima dai suoi Immortali (la guardia privata del re di Persia). Hai letto Frank Miller e hai sicuramente visto il film di Zack Snyder, sai chi erano gli immortali. Però non sai che il più alto ufficiale degli Immortali era in quel tempo colui che sarà il padre di quel Serse che diverrà, nella fantasia milleriana, l’antagonista di Leonida. Quell’uomo si chiamava Dario. Ben conoscendo la fine che aveva fatto il vero fratello del re, Dario e alcuni altri ufficiali della guardia reale, cospirano contro il Mago (così, come è giusto che sia, venivano chiamati i preti a Babilonia) Gautama.

Con altri sei generali, alla guida degli Immortali, costringe il Mago e i suoi fedeli alla fuga e dopo un breve assedio della fortezza dove si erano rifugiati, gli spicca via la testa.

Bene. E adesso, visto che i congiurati sono sette, chi lo fa il re?

“Io penso – dice Otanes, uno dei sette – che dovremmo rinunciare alla monarchia… avete sperimentato la prepotenza del Mago, e adesso lo sapete che fosse anche l’uomo migliore del mondo, e non lo è mai, un re investito di questa totale autorità si troverà al di fuori di ogni consueto modo di pensare… come potrà restare un buon governante se potrà fare tutto quello che vorrà senza rendere conto a nessuno? Non sarebbe meglio se da oggi istituissimo il governo del popolo? Se tutte le cariche pubbliche si ottenessero per elezione diretta? Se le decisioni del governo fossero sempre sottoposte al rendiconto popolare?”.

“No- gli rispondono gli altri sei. E uno per uno elencano i motivi per cui la monarchia sarebbe meglio. Ora non ho voglia di elencarteli, li trovi nelle Storie di Erodoto, libro III, 81-83.

“Va bene- ribatte Otanes – miei cari compagni di lotta, visto che avete deciso che uno di voi dovrà essere re, che questo avvenga almeno per sorteggio. Io me ne tiro fuori: non voglio né comandare, né obbedire. Rinuncio al potere alla condizione che nessuno di voi pretenda mai di imporre i suoi ordini a me e ai miei figli”.

I sei accettarono. Dario divenne re di Persia.

La famiglia di Otanes, ci racconta sempre Erodoto, continuava ancora ai tempi dello storico greco, a essere l’unica famiglia persiana, completamente libera.

C’è addirittura chi considera questo nobile persiano, Otanes, come un antesignano dei pensatori libertari. Non è questo il punto. Certa è però una cosa. Che nel pensiero di Otanes, almeno per come ce lo racconta Erodoto, era chiarissima la netta dicotomia tra il come le cose avrebbero dovuto essere e come invece attualmente stavano. Non potendo, per ovvia disparità di forza di convinzione, mutare completamente la situazione a favore del come le cose –cioè il governo della Persia- avrebbero dovuto essere, Otanes si accontentò di agire su di esse per quel tanto che servisse a garantire, almeno a lui e alla sua schiatta, la più totale libertà.

Non mi interessa sapere se già questa rivoluzionaria dichiarazione: “non voglio né obbedire né comandare”, fatta più di duemilacinquecento anni prima della sua comparsa storica, sia riconducibile al paradigma dell’anarchismo. So però che spesso si accusa l’astensionismo anarchico, i rifiuto di partecipare alla farsa della democrazia rappresentativa, come qualunquistico. Mentre se il qualunquismo di questo paese ha una matrice essa è squisitamente dovuta al cretinismo partecipativo per il quale sarebbe strategico scegliere il meno peggio, il meno liberista, il meno fascista. Quello degli italiani, della maggioritaria corte prima berlusconiana e ora montiana è un perfetto qualunquismo di mercato. Di supermercato. Perché, nonostante le balle che ci propinano il mercato non è mai stato né sarà mai libero. Liberale, liberista o il cazzo che vuoi, ma mai, assolutamente mai, libero. Il problema di chi usa a vanvera il termine “anarchia” è quello di chi vede come stanno le cose ma pensa che questo stato di cose non sia natura intrinseca –conseguenza ontologica direi – di quella stessa realtà fattuale.

In soldoni. I buoni e virtuosi borghesi progressisti vedono il liberismo finanziario  per l’oscenità che è ma non riescono a comprendere che esso non è una devianza anarcoide del liberalismo democratico, quanto piuttosto la naturale evoluzione del governo della loro maledetta classe sociale. Questa crisi è un male borghese, democratico, cattolico, liberale. C’entra un cazzo l’anarchia. Che ne è semmai il naturale nemico. Per capirlo ci sarebbero un po’ di luoghi comuni da spazzare via dai propri pregiudizi, difficile quasi quanto rinunciare a un paio di levi’s 501 o alle Camper, e cioè che non c’era nulla di buono nella repubblica democratica uscita dalla guerra civile. Che i germi che ci infettano furono gettati da Togliatti e da De Gasperi e dal loro cattocomunistume persuasivo. Le cose avrebbero dovuto andare ed essere in modo ben diverso. Già allora.

Mi lascia perplesso e incazzato che gli ultras del liberalismo confondano l’anarchia con l’arbitrio e non si rendano conto che quel diritto su cui invece si fonderebbe, secondo loro, quel liberalismo di cui sono sostenitori, è diritto sì, ma di così pochi da essere- alla resa dei conti- più arbitrio di quell’arbitrio che, appunto e secondo loro, starebbe a fondamento dell’anarchia. Arbitrio che al limite sarebbe (se ciò di cui blaterano fosse vero) arbitrio di tutti quindi diritto. In fondo non è mica da archetipi divini quanto piuttosto dall’incontro dell’arbitrio di ciascuno che nasce, per necessaria autoregolazione, il diritto.

Questi esegeti del liberalismo invece di ammettere che la subcultura berlusconiana non è un fortuito incidente ma il prodotto abbastanza conseguente del liberalismo capitalista, lo interpretano addirittura come il prodotto di un sistema sociale (purtroppo) mai realizzato (l’anarchia); non capisco se più per denigrare il berlusconismo o l’anarchia.

Uno dei loro maestri, quel Tocqueville con il cui pensiero gli esegeti del liberalismo non smettono di farsi i gargarismi… questo loro maestro –dico- sapeva già bene e con estrema chiarezza che tra il liberalismo democratico e la sua conseguenza estrema: il totalitarismo massmediatico, il confine è alquanto labile. La democrazia liberale, che già in Italia ha dimostrato come conseguentemente può scivolare nel fascismo, ancora più facilmente può strutturarsi in quello che Toqueville chiamava il “totalitarismo beneducato”. Per inciso: Berlusconi e i suoi cortigiani non sono particolarmente educati… ma siamo in Italia, dove la cultura dei geometri brianzoli è dominante da quaranta e passa anni (altro che quella dei chierici di sinistra!) e l’educazione o meno del sultano non eccepisce al suo dispotismo esteso e mite. Nessuno gli resiste. Gli uomini non sono degradati dalla costrizione, dal confino e dai tormenti,  ma dal cartellino del loro prezzo.

A onor del vero Tocqueville diceva che la democrazia liberale ha in se gli anticorpi per resistere a questa pestilenza. Può darsi. Non certo quella italiana. La storia del nostro paese non ci ha permesso di trovare il vaccino: il berlusconismo si è trasformato oggi nel montismo: una malattia terminale del liberalismo italiano che ci porterà dritti alla catastrofe.

Era ed è necessario essere anarchici per comprenderlo.

In fondo è una questione di episteme, e così arriviamo a Malatesta.

(continua)

anni fa scrissi questo pezzo per Schizzo del Centro Andrea Pazienza, poi lo riproposi sul mio vecchio blog di splinder. Mi spiacerebbe andasse perso. Lo metto anche qui.

 

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L’aspa

Ci arrivo. Non subito, perché me la prendo un poco comoda, però ci arrivo.

In un libro bellissimo[i], spiegandoci le varie teorie evolutive della personalità (e tracciandone, in conclusione, una propria) Bruno Bettelheim dimostra come tutte concordino nell’affermare che il bambino passa da livelli di sviluppo inferiori a livelli superiori attraverso l’attività ludica. Un’attività ludica in particolare: il gioco della guerra[ii].

In un primo stadio, originario, il bambino si vede e si sente come un eroe invincibile, trionfante sempre e comunque in tutti gli scontri e in ogni battaglia; invincibile, invulnerabile e immortale: il bambino non concede in queste fantasie il minimo spiraglio alla realtà.

Poi il bambino, quasi sempre[iii], cresce. Non per questo smette di giocare alla guerra. Anzi. Il gioco si fa più complesso: la realtà si fa spazio intervenendo nel gioco con il fascino degli eventi storici. E il gioco della guerra diventa (infatti e per forza) rappresentazione di fatti accaduti. In questa fase il bambino “prende le distanze dalla propria aggressività; non combatte più personalmente, bensì dà espressione simbolica ai suoi conflitti mettendo in scena eventi storici”[iv].

E ci sono arrivato.

Con un opera splendida e abbagliante[v](che non esito a definire il suo capolavoro) Frank Miller fa per la prima volta (almeno così mi risulta) entrare la storia nelle sue storie. Giocando alla battaglia delle Termopili (e rappresentandola) Miller dà espressione nemmeno tanto simbolica ai suoi conflitti (artistici-culturali-teorici) finora irrisolti. E ci regala una bomba emozionale da prolasso cardiaco; dove il mito, anche e soprattutto quello dei super-eroi americani[vi], viene (ma solo alla lettera)[vii]sconfitto dalla storia e dalla realtà.

Andiamo con ordine.

Il bandolo

Il Batman di Frank Miller, e forse ancor più Elektra, per quanto rivisitati, riscritti, trasfigurati erano mito[viii]. Miti decostruiti con iconoclastia capricciosa e intelligente. Ma pur sempre miti. Miller, novello Eschilo, scriveva la tragedia dell’unico eroe americano che pur essendo mito non fu mai dio: Batman, il vecchio Prometeo incatenato[ix].

Prometeo che aveva profetato la rovina di Zeus e della dinastia divina dell’Olimpo, la fine del Mito insomma, viene, al termine della tragedia, inghiottito dalla terra. Così Batman, più esecutore forse che profeta della morte del super-eroe (del Mito americano dunque) sprofonda, nell’ultima memorabile sequenza del Dark Knight return, nel buio della terra.

Se ha ragione Bettelheim potremmo interpretare questo come lo stadio primitivo della personalità artistica di Miller; mentre già nelle opere successive possiamo intravedere piccoli spiragli di realtà storica; un lento progressivo sviluppo, quindi, lungo il quale il mito tragico del Batman-Prometeo lascia il posto, sempre sulle tracce di Eschilo, alla leggenda di Elektra.

Quanto la saga di Elektra[x]debba alla lettura dell’ Orestiade[xi]di Eschilo, cioè quasi tutto: e in particolare Elektra Assasin all’Agamennone e Elektra live again alle Coefore; risulta palese a chiunque abbia frequentato le tragedie del greco. E palese è l’evoluzione di Miller: fuori dal mito per piombare nella leggenda. La quale, a differenza del mito, che ha soprattutto carattere di sacralità (non necessariamente religiosa), è un avvenimento storico deformato dalla fantasia popolare (ovvero, in seconda istanza, da un autore); e obbliga Miller al suo primo (timido) contatto con la storia, in modo simile a quanto già era capitato a Eugene O’Neill[xii].

Da qui, da questo trampolino, Miller spicca il balzo verso uno stadio più alto della sua maturità, e si immerge (ora senza alcun timore o vergogna[xiii]) totalmente nell’epos lirico. Tenendo ben presente davanti a sé la lezione di Omero, Miller comincia davvero a giocare alla guerra. La Città del peccato è il campo degli scontri.

Se protagonista del capolavoro omerico (l’Iliade[xiv]) è l’ira di Achille, protagonista della nuova opera milleriana è l’ira di Marv[xv]. Questo racconta Omero (ma non solo, sia chiaro): l’ira di Achille contro Agamennone che gli ha sottratto la schiava Briseide, fino (e quante cose accadono in mezzo!) al suo rinsavimento davanti al vecchio Priamo che gli chiede la restituzione del corpo del figlio Ettore. Questo racconta invece Miller: la lucida follia di Marv; il quale si vede sottratta (con un osceno omicidio) la puttana Goldie, compagna di una sola (ma fondamentale) notte. E non sono le prostitute attuali contemporanee schiave? Di tutti invece che di un solo Pelide.

Per tutte le pagine del libro Marv si muove in preda alla furia cieca lasciando dietro di se un infinita scia di lutti.

Interessante è notare come nell’opera di Miller le morti sono collegate all’azione diretta di Marv, mentre in Omero gli “infiniti dolori” inflitti agli Achei sono conseguenza dell’inazione di Achille. Ma troppo sarebbe per le mie forze dimostrare come nell’ottica comunque post-fordista di un autore statunitense non fosse possibile rendere fedelmente gli effetti di una vicenda di ispirazione greca se non capovolgendone la causa prima in un meccanismo comprensibile a sé e al proprio pubblico.

Poi e comunque. Come Omero, pur dichiarando nell’incipit che la sua opera narrerà dell’ira di Achille, estende già dal titolo la narrazione alla storia dell’intera città di Ilio; così Miller non interrompe, dopo la morte di Marv, la saga della Città del peccato; anzi, facendo larghissimo uso di parentesi narrative, di effetti ritardanti, di intrecci e di salti temporali alquanto arbitrari (tutti mezzi caratteristici delle narrazioni epiche), continua a raccontarci di Sin City.

Ora: dopo il pelide Marv, c’è Dwight[xvi], questa specie di semidio invincibile che come Eracle deve affrontare le sue belle fatiche (che probabilmente non sono dodici, non so e non le ho contate), ma che lo portano nella città vecchia: dove non si può non riconoscere un modernissimo (l’unico oggi possibile) giardino delle Esperidi. E dal giardino delle Esperidi alla storia il salto è breve.

Non sempre riesce, però.

La matassa

Nel settimo libro delle Storie[xvii]Erodoto fa risalire la discendenza del re di Sparta Leonida fino a Eracle. Cosa che certo non è sfuggita a Miller. Il suo Leonida infatti è indiscutibilmente erede diretto del semidivino Dwight, solo che ora, qui non si gioca più alla guerra: la guerra la si rappresenta. Una battaglia veramente accaduta: alle Termopili.

Apparentemente dunque con 300 Miller mette in scena (intendendo per messa in scena la riorganizzazione ludica e arbitraria di fatti accaduti) eventi storici dati.

Se così fosse punto e basta potremmo dire che il momento di maggior sviluppo della personalità narrativa di Miller combacia naturalmente con il più alto risultato della sua produzione artistica: 300. Ma c’è invece tutta una serie di considerazioni che ci fanno pensare che 300 combaci piuttosto con una netta marcia indietro, con un ripensamento o una rivalutazione di tutto il proprio percorso teorico: fino all’affermazione/conferimento di valore/traguardo alla sua prima fase produttiva. Insomma: un ritorno al mito.

Considerazione numero uno: pur utilizzando una struttura narrativa classica come quella eschilea O’Neill si immergeva senza mezze misure e mettendosi radicalmente in gioco, in una piaga ancora aperta della storia statunitense: la guerra di secessione; Miller per trovare la forza di affrontare la storia (la realtà) deve rivolgersi (rifugiarsi?) a quella greca, passata e finita da secoli. Cosa che gli permette liberamente di trascurare alcuni fondamenti dell’indagine storiografica.

Considerazione numero due: la ricostruzione storica delle civiltà antiche non si esaurisce nelle studio comparato delle fonti letterarie (che poi sulle Termopili abbiamo solo Erodoto: dicono abbastanza attendibile), ma utilizza scienze quali l’archeologia, l’epigrafia, la numismatica per giungere quanto più possibile vicino a una ricostruzione attendibile dei fatti[xviii]. A Miller tutto questo non interessa, ignora o finge di ignorare tutta la moderna storiografia sulle guerre persiane, e accetta come fonte solo Erodoto, dal quale prende però solo quanto gli serve (poco) una debole trama sulla quale innestare le sue eccezionali invenzioni narrative. 

Piccolo inciso, ma fondamentale per la comprensione di quanto sopra. Quando Miller cita (sempre da Erodoto[xix]) l’iscrizione dettata dal poeta Simonide, eretta alle Termopili in commemorazione di quanto accaduto rimuove tutta la prima parte in commemorazione di tutti (“Qui, un giorno, 4000 uomini del Peloponneso ne impegnarono a battaglia 300 miriadi”) e cita solo la parte di iscrizione dedicata agli Spartani, accettando una traduzione agiografica (“Passante dì agli Spartani che qui giacciamo per la legge di Sparta”), senza considerare che la moderna epigrafia tende a interpretare la seconda parte dell’iscrizione come un sottile gioco di parole che può significare sia quanto considerato da Miller sia un molto più sarcastico: “Straniero, va a dire agli spartani che qui noi siamo morti per aver obbedito ai loro ordini”[xx]. Un tocco di ironia e di umanità che avrebbe incrinato la granitica rappresentazione che Miller tesse sul personaggio del re Leonida.

Considerazione numero tre, quella poi fondamentale che dà la stura al tutto: nelle parti inventate che Miller innesta (come già osservato nella seconda considerazione) sul tema conduttore ripreso da Erodoto, tutto riporta alla sua esperienza narrativa precedente, con una forza tale da ridurre il tema (la linea melodica se vogliamo) a un mero pretesto: una fuga all’indietro.

La prima e più forte invenzione milleriana è quella del personaggio Dilios, che con i suoi racconti costruisce un essenziale contrappunto epico alla trama storica: è infatti Dilios, narratore di una fantasiosa quanto eroica infanzia del re spartano, a porre con “la storia del ragazzo” il primo mattone per la costruzione del mito Leonida.

Alla fine del racconto di Dilios, che non risparmia un magistrale uso di retorica epica, eccolo il Leonida milleriano, che non ha più nulla di umano. Il Leonida di 300 non è né quello di Erodoto, un uomo divenuto re[xxi]semplicemente per la morte dei fratelli maggiori, stratega lungimirante e guerriero sconfitto, né il generale dell’attuale storiografia: militare valoroso ma sconfitto a causa di una sua valutazione errata[xxii], che poi la sua sconfitta abbia permesso la costruzione della più grande vittoria finale dei greci è un fatto accidentale, di cui si potrebbe attribuire a Leonida la precisa valutazione solo riconoscendogli doti di indovino o di preveggenza. Cosa che uno storico non può fare; Miller sì. Infatti, con un trucchetto diegetico (quello dei monaci corrotti da Serse che non permettono a Sparta di entrare in guerra, mentre la realtà storica ed Erodoto con lei ci dice che finite le feste Carnee[xxiii]l’intero esercito Spartano sarebbe intervenuto; nessuno, nemmeno Leonida pensava che lo scontro alle Termopili si sarebbe risolto così in fretta), Miller trasforma la vicenda di Leonida in una specie di cristologia laica. E quale personaggio più del Cristo può essere visto come un semidio; chi metterebbe in dubbio la sua natura umana e al contempo divina? Nessuno può comunque negare il suo valore di mito fondante buona parte (la peggiore forse) della nostra civiltà. Leonida diventa un (super?)eroe consapevole che dal proprio sacrificio nascera il riscatto dell’intero mondo ellenico: la libertà dalla “bestia”, come Miller (con acre sapore giovanneo) fa definire da uno spartiata l’esercito persiano. Niente manca a costruire questo sacrificio.

La tentazione nel deserto, dove il luciferino Serse (nulla ha infatti di umano la rappresentazione grafica del re Persiano) offre a Leonida il potere assoluto. Che lo Spartano sarcasticamente rifiuta per tre volte (così addirittura è costruita la splendida tavola dell’incontro tra i due).

Il tradimento, caratterizzante di tantissimi miti fondanti, dove la parte del Giuda iscariota la recita il mostruoso Efialte, al quale però è negata ogni grandezza tragica già a partire dall’aspetto fisico.

La morte e la sconfitta, che come tutte le morti dei semidei si conclude in una risurrezione e in un vittoria ( “per la vittoria – carichiamo” le ultime parole del libro) sul male.

Quando Erodoto concedeva al suo Leonida una lontana origine semidivina, non faceva altro che raccogliere, da greco orgoglioso le ultime tracce della propaganda greca che aveva cercato, all’epoca dei fatti di ammantare di eroismo e di soprannaturale un’umanissima sconfitta militare dalla quale sarebbe poi scaturita una sorprendente e giusta vittoria.

Quando invece Miller costruisce il personaggio del suo re Leonida come diretto erede del Dwight di Sin City, compie un atto arbitrario che in fondo è una dichiarazione di debolezza ideologica. L’autore raggiunge qui la Storia (la realtà?) e questa forse lo spaventa, ché troppo chiede. Non basta decostruire il mito, la Storia ne richiede la distruzione per poter affermare la verità. Miller qui perde coraggio, smonta il mito, lo critica, ma non lo butta, anzi! Alla fine lo rimonta. Piuttosto che affrontare l’indagine della verità preferisce suicidarsi insieme al suo splendido personaggio.

La cronaca di questo suicidio, quello che in fondo è 300, è l’opera più sentita, sofferta, onesta e coerente di Frank Miller.

La dimostrazione che non sempre le idee sbagliate (non solo in senso teorico, quanto soprattutto in senso ideologico) danno vita a brutti libri, quando l’idea sbagliata ce l’ha un autore di questa grandezza può solo regalarci uno dei libri più belli e commoventi degli ultimi anni.


[i] Bruno Bettelheim, Un genitore quasi perfetto, 1987, Feltrinelli

[ii] ivi, pp. 338 – 347

[iii] Fanno eccezione i tamburi di latta; leggetevi Gunter Grass, Il Tamburo di latta, 1962, Feltrinelli

[iv] Bruno Bettelheim, op. cit., p. 341

[v] Frank Miller – Lin Varley, 300, 1999, Play Press

[vi] Che altra mitologia, da poter dire classica, gli Yankee non hanno.

[vii] Lo vedremo appunto. Se anche la soluzione teorica ai conflitti di cui sopra non potrebbe che deluderci, il risultato ci fa fremere d’emozione ogni parte sensibile del corpo.

[viii] La civiltà (se così possiamo chiamarla) nordamericana, sprovvista -dopo il genocidio dei nativi – di una qualsiasi sovrastruttura culturale originaria, e rifiutando (per ovvi motivi conflittuali) quelle che si portava dietro dall’Europa, si inventò (con ingenua originalità) un mito fondante tutto suo: quello dei super-eroi (l’unico originale: ché quello dei pionieri era di forte matrice anglosassone). In fondo se il mito ha limiti formali, non ne ha di sostanziali; quindi tutto può essere mito. Al proposito vedetevi l’indispensabile Roland Barthes, Miti d’oggi, 1974, Einaudi. In particolare pp. 191 ss.

[ix] Batman non ha super-poteri. Quindi è assolutamente privo di qualsiasi aura divina, assimilabile in questo a Prometeo.

Se vi va di leggerla, la tragedia di Eschilo, la trovate in qualsiasi edizione economica. La mia preferita è quella della Garzanti.

[x] Elektra Saga, su Fantastici 4 (Star Comics) dall’89 al ’90, poi ristampata in due volumetti dalla Marvel Italia,1997.

Elektra Assasin, con gli splendidi disegni di Sienkiewicz, pubblicata, con una pessima traduzione su Corto Maltese, non ricordo l’anno; poi raccolta in volume dalla RCS. Se potete procuratevi l’edizione in volume economico della Epic Comics, 1987, New York.

Elektra vive ancora, 1995, Marvel Italia.

[xi] La migliore traduzione del capolavoro eschileo resta per me quella di Pasolini, in edizione Einaudi.

[xii] O’Neill trasportò, attraverso un processo simile a quello descritto, e sempre alla ricerca di un mito originario, le vicende di Agamennone ed Elettra (qui Ezra Mannon e Lavinia) nelle vicende storiche della guerra civile americana.

Un gioiellino: Il lutto si addice ad Elettra, difficile purtroppo vederlo rappresentato; se vi accontentate del testo: Einaudi, 1962.

[xiii] Che alle volte, per tentare l’epica ci vuole una bella faccia tosta. E a vedere alcune cose del ciclo di Sin City, non si può certo dire che Miller non l’abbia.

[xiv] E siano scontati tutti i dovuti distinguo.

Ovviamente rimandare a una qualsiasi tra le infinite traduzioni ed edizioni dell’Iliade è impossibile. Se conoscete il greco fondamentale è l’edizione oxoniense curata da Thomas W. Allen; altrimenti in italiano una qualsiasi edizione economica può pienamente soddisfarvi. Io prediligo l’edizione nei “millenni” Einaudi (1950) tradotta da Rosa Calzecchi Onesti, ma è una questione di storia personale.

[xv] Frank Miller, Sin City, 1997, Play Press

[xvi] Frank Miller, Sesso e sangue a Sin City, 1996, Play Press

[xvii] Vi consiglierei l’edizione Mondadori del 1956. Ottima traduzione di Luigi Annibaletto. Continuamente ripubblicata negli Oscar.

[xviii] Mirabilmente tutto questo ce lo spiega Luciano Canfora in un aureo libretto Prima lezione di storia greca, 2000, Editori Laterza. Se non avete problemi con il francese per quanto vecchiotto resta insuperato: L’histoire et ses méthodes, a cura di C. Samaran, 1961, Gallimard.

Per quanto riguarda la storia greca i testi migliori sono di storici anglosassoni e in inglese (la bibliografia in questa lingua è sterminata); per chi non legge l’inglese ma vuole evitare puttanate pettegole come quelle di Indro Montanelli (Storia dei greci, 1994, Rizzoli) qualcosa di decente reperibile anche in italiano c’é: A.R. Burn, Storia dell’antica Grecia, 1996, Mondadori.

[xix] Erodoto, Storie, libro VII, 228, p.713 dell’edizione Mondadori citata.

[xx] Questa traduzione è di Sandro Onofri

[xxi] Con il fatto poi che a Sparta il re contava un bel niente o quasi, essendo tutto il potere nelle mani del Consiglio. Una specie di Senato controllato dai possidenti terrieri.

[xxii] Credere, a causa degli attacchi frontali che i Persiani non avessero piani alternativi, e trovarsi completamente aggirato da quelli che, pure messi in berlina dagli storici greci (Erodoto come Tucidide) erano invece espertissimi combattenti di montagna che non avevano smesso fin dall’inizio di cercare una via per aggirare le Termopili.

[xxiii] Feste in onore di Apollo (dal 21 luglio al 21 agosto) durante le quali si sospendeva ogni attività bellica; tra l’altro proprio in quel periodo cadeva la 75° Olimpiade che aveva per gli altri alleati greci lo stesso valore: per un mese intero proibita ogni ostilità.

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