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Roma, Fiumicino. Aeroporto Leonardo da Vinci. Voli nazionali. Arrivi. E da Milano siamo arrivati  a Roma in prima sera. Infatti. Sono passate da poco le nove.  Uno squallido deserto di sughero plastica acciaio e pavimenti resilienti. Tutto vuoto, tutto chiuso, tutto provincialmente buio e silenzioso. Unici movimenti, quasi promesse di vita futura, che qui intanto, al terminal 1, non ce n’è: i led dei tabelloni che indicano i prossimi arrivi e le prossime partenze. Guardo l’orologio per sincerarmi di non essere in assurdo ritardo e magari in un luogo sbagliato, magari sono le tre del mattino a Orio al Serio e non le nove di sera nel più grande aeroporto di Roma, che se non ricordo male, di questo paese è la capitale. Ma. Sembra che se ne siano andati tutti a dormire. Trovare un cazzo di qualcuno, una stizzosissima impiegata Alitalia, per esempio, incrociata per caso, a cui chiedere dove dobbiamo andare per prendere il volo delle 00 e 50 per Addis Ababa, beh! Trovare qualcuno così, che ti tratta pure male perché se è lì, in mezzo a un tale silenzioso squallore che nemmeno mai a Linate ti ci sei trovato immerso in uno simile;  non ci sta certo lei, lì, per dare informazioni a te; trovare qualcuno così, dicevo, è impresa degna già di un esploratore.

Alla fine questa stizzosissima responsabile di solo lei sapeva cosa, ci dice di andare al terminal 3. Come andarci non rientra nelle sue intenzioni, e probabilmente competenze, spiegarcelo. Non ho voglia di incazzarmi. Ce lo cerchiamo da soli il terminal 3, di tempo ne abbiamo. Quasi. Eppoi, dico a mio figlio,quello grande, vedrai che di là, nell’altro terminal, questo dannato numero 3, che è quello dei voli intercontinentali, ci saranno e luci e negozi e anche pure l’imbarazzo di scegliere dove andare a mangiare.

Invece.

Al terminal 3 tutto più chiuso che all’1. Nessuno. Niente. E non saranno ancora le 22,00. Rassegnati passiamo la dogana. Di là, continuo a illudermi, al Gate G14 dove dobbiamo imbarcarci, qualcosa di aperto ci sarà, visto che partono ancora un bel po’ di voli. Per arrivarci, al Gate G14, bisogna prendere una navetta su monorotaia che sembra uscita da Battlestar Galactica.

Lì, all’ imbarco, tutto chiuso e tutto spento. Anche il bar, dove c’è solo una signora laconica che lava i pavimenti e mi fa cenno di stare attento a dove è ancora bagnato. Eppure di gente all’imbarco per il volo 703 Ethiopian Airline Roma – Addis Ababa ce n’è alquanta.

Quando aspetti, e hai tanto tempo da aspettare, alla fine chiacchieri con chiunque. Ho insegnato a mio figlio, per la sua sicurezza personale, a non rivolgere parola e a tenersi a una distanza di almeno 200 mt da chiunque  indossi abiti o ammennicoli sacerdotali. Dai preti, insomma. Ma. Due grassi e simpatici missionari, ci attaccano bottone. In mia presenza a quella regola si può derogare. Così il racconto della loro vita spesa a raccatar anime cui insegnare a leggere, per farglielo poi credere, il vangelo,  ci fa trascorrere  senza particolare noia il tempo fino all’imbarco. Alla fine, senza cena ma sazi di storie d’Africa – sanno affabulare i missionari, mica come i previtoccoli da messa fissi nelle parrocchiette delle nostre provincie- saliamo sull’aereo, e all’una e trequarti circa, noi in economica e loro, i signori missionari, in business, decolliamo.

Dormire, oltretutto con la pancia vuota, è difficile in economica. Ma siamo gente allenata, la mia famiglia e io, alle peggio condizioni di viaggio. Siamo quasi riposati quando il mattino dopo –alle sette circa-, fatta la violentemente profumata colazione che servono sull’aereo, avvistiamo dal finestrino lo sterminato altopiano di Addis Ababa.

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Ho letto da qualche parte che Kapuscinski sosteneva non esistesse posto al mondo di cui avrebbe potuto dire di volerci restare per sempre. Di posti da cui desiderare di non muovermi più, io invece, ne ho almeno tre o quattro: un angolo precisissimo della salita Mandrella a Sestri Levante, il tavolo di un bar à vins in Rue Clement a Parigi, una vecchia taperia a La Curuna e un chiosco di birra lungo la Vistola a Varsavia.

Lo sai che non è mia intenzione fare paragoni. Voglio solo farti capire una cosa: che tutto quello che faccio, compreso il viaggiare, lo faccio perché devo. Non faccio nulla per scriverne, nemmeno kerouachianamente solo per me. Se vado da qualche parte è perché ci devo fare qualcosa o perché qualcosa, come Erodoto voglio verificarla di persona.

Tienilo presente allora. Come lo avevo presente io. Quando sono atterrato ad Addis Ababa l’ho fatto perché dovevo, non perché poi volevo raccontartelo. Te lo dico questo perché ci tengo che sia chiara una cosa. Per tutti i veri viaggiatori partire è doloroso e straordinario allo stesso tempo. Per me solo faticoso. Un vero viaggiatore le migliaia di sagge ragioni per non partire le ha già valutate  e messe da parte al momento del decollo. A me venivano invece in mente tutte lì, quella mattina alle sette e mezzo, all’aeroporto internazionale di Bole, mentre ero in un’eterna fila per il visto d’ingresso. E, ti giuro, non riuscivo a metterle da parte. Anzi ne trovavo sempre di più convincenti per lasciare lì tutto e tornarmene a casa. Eppure, con il mio bel timbro sul passaporto, ho varcato la dogana, riunito la famiglia, raccolto le valigie e, attraversato il più brulicante dei terminal, siamo usciti. Non so se mia moglie e mio figlio, quello grande, stavano prendendo, come me, nota mentale delle prime impressioni. Devo dirti che, dopo gli odori della colazione servita sull’aereo, la cosa che più ti colpisce è la luce.  Ci ho messo almeno due giorni ad abituarmici, alla luce dell’equatore.

Caffetterie: ce n’è da non riuscire a contarle ad Addis Ababa, e non hai che l’imbarazzo della scelta se, discendendo Churchill Avenue oppure Bole Road, hai voglia di un caffè. E’ una splendida, inoltrata, mattina di mezzo aprile. Il sole, come sempre per l’inclinazione e per l’altezza (Addis è a più di 2400 mt), anche se non mi da fastidio, lentamente mi cuoce la faccia, mentre me ne sto seduto ad aspettare che il tempo passi in una caffetteria, la solita, di Ras Desta Damtew Street. Davanti ho una tazza gigante di nero e profumatissimo yirgacheffe. Nelle orecchie ho Kezebiye di Teddy Afro che suona su un improbabile stereo da dentro il locale.

Intorno, indescrivibile contraddittoria e bellissima, ho l’Africa. Ancora non lo so, ma proprio questo è amore.

4844233-Oslo_Cafe_Addis_Ababa_EthiopiaCapita che a me, lo sai, quelli che campano scrivendo (e si inventano tutti che il dove scrivere non confligge con il cosa scrivere), questi tipi qui, pronti a vendere le proprie parole e spesso a venderle anche male (senza curarsi – mentitori- che vendere le parole è come vendere le idee; scusa con cosa le esprimi le idee se non con le parole?), capita insomma che a me questi tipi qui, e massimamente quelli che tra questi tipi qui fanno gli scrittori di racconti e di romanzi e di fumetti, non mi piacciono proprio. Certo. In mezzo a questa guasta umanità che mi disgusta, faccio anche qualche distinguo. E’ una questione, di solito, di sintassi. Quelli che scrivono e raccontano bene tutto sommato, se non sono troppo preso dalla vita o dal mondo, riesco anche a frequentarli. Non fraintendermi adesso. Non ci esco a cena e non ci dormo assieme (per quanto con qualche scrittrice…). Capiscimi. E’ leggerli, quello che mi riesce di fare.

Uno di questi tipi che ogni tanto frequento, per esempio, è Riccardo Bacchelli. E cosa centra Bacchelli con l’Etiopia, dirai, e soprattutto con il mio viaggio.

Aspetta. Adesso te lo spiego. La sua prima cosa che ho letto, che mi avevano raccontato fosse un romanzo storico sull’ultima parte della vita di Bakunin, è stato Il diavolo al Pontelungo. In realtà, come scoprii e come tu sai, è una feroce borghesissima coglionatura sia di Bakunin sia degli anarchisti emiliani del diciannovesimo secolo. D’altra parte bisognava pur passarle in qualche modo le maglie della censura fascista: vuoi parlare degli anarchici? Sfottili.

Fosse stato solo per quella sottile ironia, tipica di chi ha una vita noiosissima (ti dirò, leggendo Oggi domani e mai  e confrontandolo chessò, non dico con la roba di un Remarque o di un Cendras… nemmeno con quella di un Lussu, ma al limite con quella di un Jahier persino; ecco uno da quel confronto si fa l’idea che pure l’esperienza bellica di Bacchelli sia stata una cosa da impiegatuccio sabaudo), il libro l’avrei gettato nel cassonetto; ma gli è che è scritto con una tale cazzo di bravura che ti scorre via e nemmeno ti accorgi che stai buttando tempo nella più insulsa delle occupazioni umane: la lettura.

Anzi, se ti capita, la reiteri pure quella cosa lì assurda che è la lettura. Così ti capita tra le mani un libro che per il titolo mai avresti nemmeno degnato di uno sguardo. Ma firmato da Bacchelli lo leggi invece.

Mal d’Africa. Si intitola. E racconta la storia ironica e reinventata di un personaggio esistito veramente: certo Gaetano Casati esploratore. Questo Casati scrisse un libro, Dieci anni in Equatoria, che purtroppo nonostante il titolo bellissimo, non sono ancora riuscito a leggere. Ma non è questo il punto. Il punto è che dopo aver letto il romanzetto bacchelliano mi ero vieppiù convinto che il mal d’Africa fosse un invenzione di quella falsa letteratura tanto detestata da Rimbaud.

E Rimbaud era uno che di Africa e di letteratura se ne intendeva.

La conosci quella storia, sconfinante nella leggenda, per cui Rimbaud avrebbe venduto a Menelik una partita di ottimi remington, che ebbero –raccontano alcuni con piglio da sceneggiatori di fumetto- il loro bel peso nella vittoria abissina di Adua. Peccato che la battaglia di Adua avvenne nel 1896, quando Rimbaud era già morto da cinque anni. La conosci e sai che è una bubbola, perché la cattiva letteratura la fanno, per quanto bene sappiano scrivere, gli scrittori impiegati: fino a farti credere, con la loro fottuta impiegatizia ironia, che il mal d’Africa è un invenzione. Che qualche dubbio comincerai ad averlo quando leggerai le lettere dall’Africa di Rimbaud, e le leggerai solo perché con i disegni di Hugo Pratt, e scoprirai che il mal d’Africa esiste, esiste eccome.

Ancora non lo sai, perché questo lo scoprirai quando il sole d’Africa ti cuocerà la faccia, ma è come se fosse amore.

 

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C’era questa parola. E cazzo se mi piaceva.

La sentivo tutte le volte che mia nonna arrivava, secondo lei doverosamente, a riportare ordine nella sfrenata confusione di noi bambini. Che cos’è questo ambaradan?! Ci gridava diventando improvvisamente minacciosa di incredibili (nel senso che noi non ci credevamo proprio) punizioni se non avessimo subito smesso di fare il casino che facevamo.

C’era questa parola. E cazzo se mi piaceva.

AMBARADAN.

Aveva un forte sapore di formula magica e mi sembrava indicare bene l’esuberante vitalismo dei nostri giochi. Non sapevo allora che quella parola –cazzo se mi piaceva –era sì una formula magica, ma di ben altra natura. Una parola entrata, sul finire degli anni trenta, nella nostra lingua da un paese molto lontano. MEDIAZIONE linguistica necessaria perché quella generazione che del vero significato di quella parola aveva la responsabilità (la generazione di mia nonna) potesse continuare a credere di essere quella “brava gente” che non era mai stata e che, così ipocritamente, ci piace credere, a noi italiani, di essere. Probabilmente questa assurda credenza, di essere cioè brava gente, è spiegabile (come fa –nel capitolo 7 in cui affronta l’umana tendenza a credere al falso- Lewis Wolpert in quel bellissimo libro che è Sei cose impossibili prima di colazione. Le origini evolutive delle credenze, Codice edizioni) con il fenomeno della confabulazione, cioè quel fenomeno che porta i malati di mente a costruirsi falsi ricordi. Un’allucinazione collettiva, tutta italiana, che ci permette la sopravvivenza. Maestri di COMPROMESSI, senza sensi di colpa, incapaci di guardare in faccia la propria natura e la propria storia, quegli italiani che vorrebbero superata (senza mai averci fatto veramente i conti) la dicotomia tra fascismo e antifascismo, in quegli anni avevano evitato di fare i conti con i crimini del colonialismo fascista, e continuato quindi a (soprav)vivere sereni, grazie a quella parolina.

AMBARADAN.

L’Amba Aradam è un altopiano dell’Endertà, a sud di Macallè. Con i suoi otto chilometri di lunghezza chiude la strada verso il cuore dell’Etiopia e verso Addis Abeba. Ai primi di febbraio del 1936 la più forte armata Etiope, agli ordini di ras Mulughietà, è concentrata qui. Il dieci di febbraio il III e il I corpo d’armata Italiani iniziano l’avanzata a tenaglia verso l’Amba. Cinque giorni di massiccio bombardamento da parte dell’artiglieria italiana (23000 proietti di cui 1367 caricati ad arsine), attacchi italiani e contrattacchi abissini. Poi lentamente l’armata etiope si ritira. L’aviazione italiana tramuta quella ritirata in rotta, grazie soprattutto ai bombardamenti con l’iprite. Il quindici febbraio gli alpini della Pusteria salgono per primi sull’altopiano, dove una volta accertatisi della completa assenza di nemici, lasciano il campo alle camicie nere e agli operatori dei cinegiornali Luce che ne possano filmare il sicurissimo assalto finale.

Fin qui la battaglia (ti consiglio se vuoi approfondire il bellissimo libro di Giorgio Rochat, Le guerre italiane 1935 -1943. Dall’impero d’Etiopia alla disfatta, da poco ristampato da Einaudi). Se metti da parte il fatto che gli stronzi invasori eravamo noi – che tanto riusciamo a metterlo da parte sempre, anche attualmente – e la nostra ipocrisia nel voler negare l’utilizzo dei gas (solo nel 1996, il 7 febbraio per l’esattezza, il governo italiano, nella persona del ministro della difesa generale Corcione, ammetterà – con grande scorno del negazionista Montanelli- l’impiego di bombe d’artiglieria e di proiettili d’aereo caricati a iprite e arsine nella campagna d’Etiopia del ’36; mi perdonerai se ti rimando alla nuova introduzione di Del Boca per il volume della Laterza Le guerre coloniali del fascismo); se metti da parte queste cose, quella del febbraio 1936 è da considerare come un’azione di guerra.

Il genio italico, sempre pronto a flaianeggiare (sì, li detesto gli ipocriti aforismi di Flaiano) con tutto, trasforma una battaglia costata sei/settemila morti in una “allegra confusione”. Questo significherebbe secondo tutti i vocabolari la parolina ambaradan.

Fosse tutto qui. Mi limiterei a definirla una metafora non molto pertinente. Dovuta alla nostra precipua incapacità di fare veramente i conti con la storia, da cui nascono purtroppo anche i successi di pessimi libri come le tante storie d’Italia e dei cazzi suoi vari dei Montanelli Petacchi Pansi e Vespe. E merde varie.

Ma c’è una complicazione.

Sull’ Amba Aradam le cose non finiscono qui.

Il 9 maggio 1936 Benito Mussolini proclama l’Impero. Qualche giorno prima, il 5 maggio -giorno dell’ingresso di Badoglio in Addis Abeba– il Duce aveva annunciato la fine di quella che passerà alla storia come la guerra dei sette mesi.

Mentre nel solito arengo su cui si affacciava palazzo Venezia, quello della omonima piazza, che l’arengo di Foro Mussolini –nonostante lo splendido progetto di Luigi Moretti- non si era potuto fare perché tutti i soldi erano andati nella guerra di conquista dell’Etiopia, Mussolini definiva l’impresa coloniale etiope un realizzato “Impero di pace”, intere regioni di quel paese erano ancora controllate dagli abissini, e la guerra continuerà ferocissima fino al 24 febbraio 1937. Data in cui l’esercito italiano, sotto il comando di quel CRIMINALE di Rodolfo Graziani, viceré, sconfiggerà uccidendolo, ras Destà, ultimo alto comandante di quella parte dell’esercito etiope non ancora sottomessosi.

Certo. La guerra di conquista si chiudeva qui. Ma iniziava la guerra di occupazione, che durerà fino a tutto il 1939. Non è mio compito né mia intenzione tenerti qui una lezione di storia coloniale (ti rimando all’esaustivissimo e INDISPENSABILE libro di Matteo Dominioni, Lo sfascio dell’impero. Gli italiani in Etiopia 1936-1941, Laterza, 2008). Voglio tornare sull’Amba Aradam. Vediamo di riassumere in fretta i fatti che ci riporteranno lì.

Qualche giorno prima, il 19 di febbraio, Rodolfo Graziani era sfuggito a un attentato dinamitardo proprio ad Addis Abeba. L’attentato aveva fatto 7 morti. La reazione italiana, fomentata dal segretario del fascio di Addis Abeba Guido Cortese, durò tre giorni. Durante i quali fu compiuta una strage efferata degli abitanti di Addis Abeba. Un vero e proprio pogrom, come lo ha definito Giorgio Rochat (Guerre italiane in Libia e in Etiopia. Studi militari 1921-1939, Pagus,1991), durante il quale furono uccisi, secondo la cauta stima di Del Boca, almeno 3.000 etiopi.

Questo è l’inizio. Con cui Graziani scatena la guerra di occupazione. Tra marzo e giugno 1937, con piena soddisfazione di Mussolini e del razzistissimo ministro dell’AOI Alessandro Lessona, fu perpetrato dall’esercito italiano un vero e proprio genocidio dell’etnia amara. Condotto con un rigore scientifico mirante alla completa distruzione di quell’antica cultura. Furono perseguitati e sistematicamente eliminati cantastorie, indovini, stregoni, monaci, preti.

Probabilmente a te, mio caro lettore pacificato che capiti qui alla ricerca di chiacchiere sui fumetti, il nome di Debra Libanos, non avendolo mai incontrato nelle avventure di Tex o di Zagor, non dice niente. Te lo dico io: Debra Libanos è uno dei luoghi più sacri della chiesa copta, una delle culle della cultura amara. Sembra, dall’inchiesta del colonnello dei carabinieri dell’AOI Azzolino Hazon, che in questo monastero avessero trovato rifugio due degli organizzatori dell’attentato a Graziani. Il 20 maggio 1937 il generale Pietro Maletti fa fucilare duemila persone, fra monaci, preti, diaconi, bambini. Pensa. Questi duemila religiosi assassinati non compaiono in nessuno degli elenchi di martiri della cristianità tanto cari ai Socci di turno. Sarà che erano negri? Sarà che bisognerebbe ammettere che anche se i soldati che mitragliarono quei monaci erano quelli del 45° battaglione mussulmano, a comandarne l’azione fu un generale cattolicissimo?

Insomma. Come vedi niente da invidiare ai nazisti, anzi, qualcosina gliela abbiamo pure insegnata.

Sappi mio carissimo che le vittime somale, eritree e etiopi dell’occupazione italiana dell’Africa Orientale furono 300.000, e 200.000 le vittime di Cirenaica e Tripolitania. Lo sai quanti anni è durato l’Impero? Dal maggio 1936 all’aprile 1941. Cinquecentomila morti in cinque anni. Un bel record. Non te lo hanno mica insegnato a scuola, vero? Nemmeno sui giornaletti, vero? Se nel 1945, nonostante le denunce Etiopi, non fu istituita una Norimberga per i crimini italiani in Africa, fu solo perché le nazioni bianche vincitrici della seconda guerra mondiale non potevano permettere (sarebbe stato come mettere sotto processo tutto il colonialismo) che un paese africano si ergesse a giudice di uno europeo.

Adesso però facciamo qualche passo indietro. E’ ora di tornare sull’Amba Aradam.

L’efferatezza dell’occupazione italiana contribuì a rinvigorire la ribellione. A metà agosto del 1937 le popolazioni del Goggiam insorgono in armi. Ben presto tutta l’Etiopia sarà percorsa dalla guerriglia antiitaliana. Fino al crollo dell’impero.Tra i capi degli arbegnouc, così venivano chiamati in amarico i partigiani, si distinse Abebe Aregai.

Pur non amandone lo stile di scrittura (del quale mi infastidiscono i troppi cedimenti lirici, un uso irresponsabilmente dannunziano della metafora e la fascinazione per l’aggettivo gratuito) devo confessare che il mestiere di Paolo Rumiz lo invidio proprio. Ma proprio tanto. Girare il mondo, raccontarne il come e il perché e riuscire pure a farsi pagare. Ho cominciato a leggerlo, Paolo Rumiz, spinto dal mio carissimo amico Alberto Bonanni, che mi consigliò, credo fosse il 2003 o giù di lì, con un entusiasmo al quale non seppi resistere, il volume E’ oriente. Oggi Paolo Rumiz è l’unica firma per cui leggo la Repubblica.

Di certo dal 22 maggio 2006, quando ho letto, proprio sulla reppa, un suo articolo sulla strage di Zeret. Da quel momento mi ha preso una specie di ossessione per la storia coloniale italiana e per l’Etiopia in particolare. La scoperta dei documenti della strage di Zeret la dobbiamo a Matteo Dominioni, durante le ricerche per la sua tesi di dottorato sull’occupazione italiana dell’Abissinia, che oggi puoi leggere nel suo libro di cui già ti ho parlato.

La rivolta delle popolazioni goggiamite inizia il 14 agosto 1937. Una formazione di 300 ribelli attacca e sconfigge la colonna del capitano De Beaumont. In meno di due settimane la rivolta si estende a macchia d’olio. Aiutati dalla stagione delle piogge gli etiopi tengono in scacco la rete dei presidi italiani della regione, impossibilitati a ricevere rinforzi per l’impraticabilità delle strade dovuta al fango. Uno dei capi di questa insurrezione è Abebè Aregai. Era il capo della polizia di Addis Abeba prima dell’invasione italiana. Quando gli italiani occuparono la capitale si ritirò con soli dieci uomini nel nordest del paese, dove in poco tempo riunì un discreto esercito. Tenendo posizione sul Menz, condusse una serratissima e indomita guerriglia fino allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Nel 1939, quando muore il leggendario Olona Dinkel (altro capo partigiano), Abebè Aregai diventa il leader incontrastato della resistenza etiope, tanto che nel 1941, dopo la cacciata degli italiani e il ritorno del Negus, diverrà Ministro della Guerra e poi Primo Ministro.

Per reprimere la resistenza goggiamita Graziani dispone bombardamenti quotidiani per tutto novembre 1937. Con frequente uso dei gas. Però non sortisce alcun effetto, la guerriglia degli arbegnuoc non si arresta. Nel mese di dicembre Graziani ordina rastrellamenti e fucilazioni. Ma la guerriglia nel Goggiam non cessa. La pacificazione dell’impero non è raggiunta. Né lo sarà mai.

Il 7 dicembre vicino a Mancit avviene il più grosso combattimento campale di tutta la guerra d’occupazione. Gli uomini di Abebè Aregai, a costo di ingentissime perdite, respingono l’avanzata italiana nel cuore dei territori ribelli. Per rappresaglia gli italiani ipritano la zona. Ma neppure questo piega Aregai e i suoi uomini.

Per farla breve.

Mussolini licenzia Graziani. Nel 1938 gli subentra Amedeo di Savoia. Tutto sommato, dicono, un uomo decente. Il duca d’Aosta intavola, pur non interrompendo le azioni militari, trattative con Abebè Aregai per una soluzione pacifica della ribellione. Ma nei primi mesi del 1939 viene come messo da parte dal fascistissimo generale Ugo Cavallero, comandante delle forze militari italiane in Africa Orientale. Tra il 14 e il 27 marzo gli italiani attaccano i territori ribelli, l’aeronautica bombarda sganciando più di 70 quintali di esplosivo, i rastrellamenti non si contano. I ribelli si ritirano. Il 30 marzo l’aeronautica avvista un gruppo di arbegnouc –in realtà un reparto di salmenterie, composto per lo più di donne e bambini- in fuga sull’Amba Aradam. Una colonna italiana si mette all’inseguimento. I fuggiaschi si rifugiano in una grotta nei pressi del villaggio di Zeret, e resistono per due giorni all’assedio italiano. 4 battaglioni coloniali italiani non riescono a espugnare la grotta. Da Massaua viene inviato un reparto chimico. La grotta è bombardata con iprite e arsina. Un inferno. Gli etiopi superstiti decidono di arrendersi.

Vengono mitragliati, sotto il comando del colonnello Sora, a gruppi di cinquanta sul ciglio di un burrone. Il numero complessivo degli uccisi, secondo la stima di Dominioni, si aggira tra i 1200 e i 1500. La più efferata e brutale, non furono risparmiate donne e bambini, delle stragi compiute dall’esercito italiano in Etiopia, è avvenuta sull’Amba Aradam.

Ecco perchè ci abbiamo una parolina noi, nel nostro vocabolario, che usiamo per indicare una allegra confusione. Ambaradan. Viene da lì. Occorre strapparla alla mediazione della nostra facile coscienza di fottutissima “brava gente”. Per ridarle, nei limiti di quel che possiamo, tutto il peso che merita.

Perché oggi, dobbiamo tutti sentirci arbegnouc braccati, da un potere che non aspetterà nemmeno di avere sterminato i nostri residui diritti e la nostra libertà, per mettere in burletta la nostra strage. Lo sta già facendo. Il problema è che siamo noi stessi a riderne.

Compro niente, lo sai, che non si possa bere, fumare, mangiare. Più o meno in rigoroso ordine gerarchico. Ma come tutte le regole anche questa ha le sue belle eccezioni. Per esempio. Ieri ho comprato, dopo aver vagabondato (non senza vergogna) in uno di quei cosi (che, nella lingua di questo paese malato di fanfole e barzellette, chiamano librerie) dove si ammucchiano a scopo di vendita tonnellate di carta imbrattata dall’inchiostro di storie irrilevanti, l’edizione integrale (fatta da Lizard) di una delle cose più belle di Pratt, Gli scorpioni del deserto.

La mia parte sana, quella ideologica, saldata alle idee di bellezza e giustizia (vuoi mica dire la rivoluzione?) é radicalmente contraria alla proprietà intellettuale; mi obbliga quindi a vergognarmi almeno un po’ ogni qualvolta che per delle idee o delle storie mi tocca di pagare. Ma per Pratt, e per gli scorpioni in particolare mi metto la vergogna in tasca e pago. Non è di me, però, che ti voglio parlare. La situazione è questa: quando alle ore 18 del 10 di giugno del 1940 Mussolini annuncia allo sbigottito popolo italiano la nostra entrata in guerra a fianco della Germania, è convinto che la guerra sarà molto veloce e che questo potrà significare per le colonie italiane in Africa una notevole espansione. L’Italia, divenuta impero, controllava i territori di Libia, Eritrea, Etiopia e parte della Somalia.Più un piccolissimo territorio in Cina, ma questa è un’altra storia.

Dopo l’armistizio con la Francia e la morte di Balbo, Mussolini che vuole assolutamente un’avanzata in Egitto, per poterne reclamare l’attribuzione poi al tavolo della pace, manda in Libia il generale Graziani. Il quale, per motivi che non starò qui a raccontarti, avanza in terra egiziana giusto di un ottantina di kilometri, per attestarsi poi – in quella che sembra la totale indifferenza degli inglesi- nel totale immobilismo a Sidi el Barrani. L’offensiva italiana in Africa orientale è decisamente più significativa. Tra luglio e agosto le truppe coloniali italiane invadono il Sudan (occupandolo fino alla città di Gallabat) e la Somalia bitannica conquistandone la capitale Hargeisa e lo sbocco al mare della città di Berbera. Dopo la conquista del Somaliland, però, i comandi militari italiani assunsero fino al gennaio dell’anno dopo, un atteggiamento necessariamente (è difficile condurre offensive in totale carenza di truppe e di mezzi e di conoscenza del territorio) attendista. Durante questi mesi l’esercito coloniale italiano fu logorato in Africa settentrionale dalla resistenza libica e dalla guerriglia inglese condotta da un’unità irregolare e multietnica: il Long Range Desert Group, mentre nel Corno d’Africa dalla resistenza Etiope. Tanto che quando a gennaio del 1941 partirà, dal Kenya e dal Sudan, la controffensiva inglese, in pochi mesi l’impero italiano dell’Africa orientale sarà spazzato via. In maggio Haile Selassiè tornava sul trono di Addis Ababa. Quindi ti è ormai chiaro cosa ci facevano, tra il settembre e l’ottobre del 1940, un polacco e un greco nei pressi di Giarabub (città della Libia orientale): atti di guerriglia.

Piccolo inciso. Finita la guerra, basta. Il vile campo di quelli che nel nostro paese, in modi e con mezzi diversi, raccontano storie, sembra dimenticarsi che l’Italia si portava addosso la responsabilità di un dominio coloniale. Vero. Nel 1947, su forte sollecitazione di Longanesi, Ennio Flaiano… che –intendiamoci- a me non è mai piaciuto: non riesco a capire l’universale apprezzamento tributato ai suoi aforismi e mi irritano le sue prove narrative; però ecco, ce da dire che il suo romanzo Tempo di Uccidere, che appunto dava alle stampe su forte spinta di Leo Longanesi nel 1947, è stato l’unica coraggiosa voce ad avere affrontato (con borghesissima attenzione ombelicale, vabbè, ma almeno senza la retorica tutta italiana dell’autoassolvimento da ogni responsabilità) il nostro passato coloniale. Nemmeno tanto passato quando il romanzo uscì: allora, infatti l’impero d’oltremare era caduto da soli sei anni.

Poi te l’ho detto più niente. Per tanto tempo. Dovremo aspettare e accontentarci di Brizzi e Lucarelli. Qualcuno si accontenta pure di Manfredi. Ma. Ci fu una grande voce narrativa che di questo passato cercò -o forse non ebbe il minimo timore – di raccontarci qualcosa, senza i limiti della raffinata laica intellettualità di Flaiano (può anche darsi che Pratt il libro di Flaiano l’abbia letto, ma mi sembra del tutto infondata l’idea avanzata da Giovanni Marchese che le atmosfere di Tempo di Uccidere possano aver avuto sul veneziano una qualche influenza. Tutt’altra sensibilità. Per nostra fortuna), ma con la forza popolare del fumetto e la libertà della memoria: fu quella di Pratt, dei suoi scorpioni del deserto (fumetto; 1969) e delle pulci penetranti (memorie;1971).

Arrivato in Libia per guidare l’offensiva che, nei piani di Mussolini, avrebbe dovuto penetrare in Egitto e portare l’esercito italiano fino a Iskandariya, Rodolfo Graziani dovette prendere atto di uno stato di fatto militare assolutamente delusorio rispetto alle belle e gloriose aspettative che si nutrivano a Roma. L’aviazione era decisamente inferiore a quella inglese; la scarsità di mezzi di trasporto rendeva impossibile una razionale gestione logistica delle truppe soprattutto in vista della mobilitazione sul fronte orientale per l’offensiva; a questo andava aggiunto che, nonostante non si fosse risparmiata nessuna ferocia, l’Italia non era riuscita a controllare in modo diffuso il territorio, e che la guerriglia libica impegnava un discreto numero di reparti nell’interno della Cirenaica, mentre quella inglese impegnava, con le scorribande del Long Range Desert Group, intere colonne d’artiglieria sul confine orientale. Nonostante Graziani non avesse nascosto, in numerosissimi rapporti a più riprese inviati allo Stato Maggiore Generale, questo stato di cronica insufficienza di uomini e mezzi, chi conduceva la guerra da Roma (cioè Mussolini e Badoglio) volle comunque l’offensiva e l’avanzata in Egitto. Così Graziani fece il minimo indispensabile. Il 16 settembre 1940 avanzò prudentemente per circa 80 kilometri con sette divisioni appiedate e arrivò, non contrastato dagli inglesi, fino a Sid El Barrani. Qui si trincerò in attesa. Considerava prioritario organizzare la difesa del fronte. Il dispositivo di difesa italiano era infatti difettoso e lacunoso. Si estendeva su una distanza troppo ampia con una serie di campi trincerati ma isolati tra loro. Uno di questi era a Giarabub. E’ più o meno in questa situazione di stallo che si aprono gli Scorpioni del deserto.

Con una sequenza fulminante (in cui gli scorpioni attaccano un convoglio postale italiano) che ci introduce alla natura guerrigliera di Koinsky, entriamo di forza nella storia – non solo intesa come racconto, ma proprio come cronaca di fatti veramente accaduti. Siamo convinti, da queste parti, infatti che il fumetto sia un dato di fatto, non un’interpretazione, e questo fumetto di Pratt è qui a spiegarcene il come e il perché. Vedi. Gli inglesi progettano di sfondare il fronte italiano agli inizi di dicembre. Per questo durante quel periodo di stallo che va dalla presa di Sid El Barrani alla controffensiva inglese (cioè da metà settembre a inizio dicembre) agenti di una parte e dell’altra compiono azioni segrete per raccogliere informazioni. E’ proprio il 27 di settembre che troviamo il greco Kord, il polacco Koinsky e il senussita Hassan infiltrati in Giarabub per raccogliere informazioni sugli spostamenti delle truppe italiane. E qui cominciano apparentemente a sorgere i primi problemi.

Sembra che Aristotele avesse proprio torto. Credeva infatti che esistesse uno stato privilegiato di quiete. Newton invece ci ha spiegato che uno stato privilegiato di quiete non esiste. In fondo per Aristotele era semplice: la Terra se ne stava lì immobile, ferma in quiete nel centro dell’universo; la sua immobilità era il riferimento assoluto per la valutazione del moto degli altri corpi e del passare del tempo. C’erano uno spazio assoluto e un tempo assoluto. Per noi, che ci è toccato di vivere dopo Newton, le cose sono un po’ meno semplici. La Terra ha smesso di starsene ferma, lì nel centro dell’universo, e si è messa a girare attorno al sole e attorno a se stessa. Da questa cosa Newton ne derivava la necessaria assenza di qualsiasi riferimento assoluto per lo stato di quiete. Maledetto relativismo! Se voglio prendere in considerazione, ad esempio, il moto di un treno devo ignorare i moti di rotazione e di rivoluzione della Terra. Se considero il movimento del controllore, devo ignorare il movimento del treno. Questa mancanza di un sistema di riferimento assoluto ha una conseguenza lampante: l’impossibilità di stabilire la posizione assoluta di un evento nello spazio. Ma ne comporta anche un’altra, che purtroppo sfuggi a Newton, minato dalla sua fede in un dio assoluto che sarebbe crollata ammettendo l’inesistenza di un tempo assoluto. Ce la illustrerà Einstein questa cosa: se il tempo è legato alla velocità e allo spazio percorso, non essendoci accordo sullo spazio non può esserci accordo sul tempo. Meglio. Non è possibile stabilire in modo assoluto la durata di un evento. E’ il 27 settembre 1940 (è Pratt a scriverlo nella didascalia che apre la tavola) quando, dopo quella sequenza di cui ti ho detto che ne presenta i personaggi, Kord e Hassan entrano in Giarabub prendendosi gioco delle sentinelle; si recano a casa dello zio di Hassan che dovrebbe dargli informazioni circa i movimenti delle truppe italiane, ma lo zio e il cugino di Hassan si rivelano fedeli agli attuali occupanti e cercano di catturarli. Li salva l’intervento provvidenziale di Koinsky. Kord uccide zio e cugino e poi tutti e tre scappano, forzando i posti di blocco italiani, su una camionetta. Tutto accadrà, ne convieni, vero?, che le convenzioni narrative non lasciano ombra di dubbio, in una manciata di ore. Dopo qualche ulteriore ora di fuga, poi, la camionetta fonde le bronzine e si ferma (entra in stato di quiete). Così i tre restano appiedati nel deserto libico. La vignetta dopo, la camionetta è sempre nel medesimo stato di quiete, nella stessa posizione nello spazio, su quella camionabile in mezzo al deserto. Kord, Hassan e Koinsky si allontanano a piedi. La didascalia sulla sinistra ci avverte che i tre hanno cercato di riparare il mortore ma non essendoci riusciti hanno deciso di andare a piedi verso la base di Siwa. Ci da anche un’altra preziosissima informazione quella dida: che ci spiazza e ci sbatte davanti l’impossibilità di stabilire la durata di quell’evento. E’ il 30 di ottobre. Come? Non te ne eri accorto? Certo. Perché i fumetti si guardano e non si leggono e non c’è niente di più inutile di quegli ostacoli allo sguardo che sono le didascalie. Sì, anche quelle usate qui da Pratt, che infatti andrà sempre diminuendone l’utilizzo. Naturale quindi saltarle, ignorarle, dimenticarle. Non leggerle. Comunque. Cazzo! Possibile che i tre ci abbiano messo per rendersi conto che il motore non era riparabile, più di un mese? No. La questione è che il tempo, questa simpatica ma ingombrante quarta dimensione, nel fumetto ha le sue leggi fisiche che non sempre -quasi mai- sono quelle newtoniane. Ma.

Una delle principali forze politiche fino a poco fa al potere in Italia basa il proprio consenso sulla sollecitazione di pulsioni razziste. L’Italia non è un paese razzista.Le generalizzazioni sono solo pericolose. Ma il razzismo vi è sempre stato presente. Lo era prima del fascismo e lo è stata dopo. Da bravi cattolici quali siamo usiamo cancellare il nostro senso di colpa riducendo tutto, quando cronaca alla follia del singolo o, quando nella prospettiva temporale alle leggi fasciste del 1938, spacciandole per una contingenza storica quasi trascurabile. Invece la politica razziale fascista non fu, come è di moda affermare, semplicemente un tributo pagato all’alleanza con la Germania nazista. Vi è un preciso rapporto che intercorre tra la dottrina razzista teorizzata e applicata dal fascismo dal 1938 in poi e le teorie elaborate nell’ambito della scienza antropologica italiana almeno dal 1871. Coloro che si fecero sostenitori della politica razzista del regime si richiamarono infatti alle tradizioni teoriche e concettuali dei padri fondatori dell’antropologia italiana: Paolo Mantegazza e Giuseppe Sergi.

Guido Landra, assistente di antropologia all’Università di Roma nonché uno degli esponenti più “illustri” del razzismo fascista, quando nel 1939 stilerà con Giuseppe Cogni la Piccola bibliografia razziale(Ulpiano), non avrà remore a definire la bibliografia antropologica italiana ricchissima di utili notizie per lo studioso di “problemi razziali”.

Paolo Mantegazza fu medico e antropologo, deputato e senatore del Regno, fortunato scrittore di romanzetti a sfondo medico-antropologico oggi giustamente dimenticati ma di notevole successo nella seconda metà dell’ottocento; fondò a Firenze nel 1870 e resse fino alla sua morte (1919) la prima cattedra italiana di Antropologia.

Il 1870 può essere considerato l’anno di nascita del razzismo scientifico italiano.

Un certo confuso determinismo razziale era già presente nel Mantegazza negli anni cinquanta dell’ottocento, basti leggersi un libro come Fisiologia del piacere, che scrisse nel 1854. Dal 1870 però, il suo determinismo razziale perde ogni indefinitezza. L’esistenza delle razze diventa per lui un dato di fatto, al punto che le classifica in due grandi categorie: indefinitamente perfettibili e definitamene perfettibili. Quelle appartenenti a questa seconda categoria sarebbero, razze inferiori assolutamente non in grado di perfezionarsi “per piccola intelligenza, per inerzia, per incapacità di assimilare idee altrui”. Neanche a dirlo, queste razze inferiori sarebbero tutte quelle non bianche.

Da queste premesse Mantegazza traeva, con rigore logico c’è da ammetterlo, la conclusione che le razze meno educabili sarebbero state destinate alla distruzione quando fossero venute a contatto con razze o popoli più “progrediti”. Sosteneva infatti che quando due razze di intelligenze troppo diverse venivano a trovarsi a contatto, la “razza inferiore” non accettava i benefici della civiltà, e li respingeva; così i suoi membri “non accettando la schiavitù, non possono nemmeno vivere in una specie di domesticità coi più forti, quindi questi occupano il terreno, e gli altri, sospinti, rinchiusi, finiscono per morire…”.

Se avete voglia di misurarvici queste e tantissime altre perle come queste le trovate nella raccolta delle sue lezioni (Lezioni di antropologia (1870 – 1910) pubblicate nel 1989 dalla Società Italiana di Antropologia ed Etnologia.

Agli inizi degli anni ottanta dell’ottocento l’Italia cominciò la sua avventura coloniale in Somalia.

Le idee di Mantegazza, che del colonialismo italiano furono corollario e giustificazione, si diffusero velocemente. E troveranno il loro coronamento in quelle di Giuseppe Sergi.

Giuseppe Sergi (1841-1936), antropologo e fondatore, nel 1883 della Società romana di antropologia, fu l’altro padre ufficiale del razzismo italiano. In una serie di studi pubblicati dall’editore Bocca di Torino tra il 1904 e il 1911, di cui vi risparmio il pietoso elenco, Sergi tentò –tra mille contraddizioni- la classificazione dei generi umani. Identificò, con scientifica fantasia, tre grandi gruppi nei quali si raccoglierebbero tutte le varietà razziali: l’homo eurafricanus, l’homo asiaticus e l’homo americanus. Poi dopo la lettura di un mal compreso Darwin, Sergi cadde in pieno delirio poligenico – convinto cioè che queste tre principali varietà umane dovessero la loro origine a primati differenti -, e sostenne conseguentemente “la superiorità delle stirpi che abitano l’Europa, e che in genere si distinguono col carattere distintivo di uomo bianco in ogni gradazione”.

Il Sergi però doveva essere un po’ distratto. Solo a questo punto si accorse di avere inizialmente classificato sotto il medesimo genere di homo eurafricanus sia gli europei che gli abitanti del continente africano. Il povero antropologo razzista si vide quindi costretto a correggere la sua teoria. Operò una netta divisione tra gli “eurafricani della varietà bruna e bionda” dai “negri d’Africa, quelli che comunemente sono ritenuti veri africani”.

Ribattezzò questo secondo gruppo “afer niger” e sostenne che era “una divisione umana distinta” incapace di contribuire all’evoluzione sociale. L’altra, quella bianca, che Sergi collocava dal nord scandinavo al mediterraneo, sarebbe stata invece la “stirpe più diffusiva e più attiva, la più invaditrice, la più civilizzatrice, la più fine, la più umana…”.

Queste idee le ritroveremo negli anni trenta sulla rivista Antieuropa di Roberto Suster, direttore anche della Agenzia Stefani (per chi non lo sapesse l’Ansa del regime fascista).

Suster nel 1930 era convinto che si stesse formando nel mondo “uno stato d’animo che supera la divisione particolare, creando una solidarietà di razza dipendente dal colore della pelle”; per spiegare ciò si rifaceva anche a Mantegazza, attualizzando la sua ipotesi dell’ineluttabilità dello scontro razziale, dovuto all’intimo contatto cui nei tempi attuali erano giunte le varie razze, e che si sarebbe concluso con la conseguente supremazia della razza bianca.

Una preoccupazione simile era sottesa anche alla politica demografica del regime. Mussolini aveva lanciato l’allarme che l’intera razza bianca avrebbe potuto “venire sommersa dalle altre razze di colore che si moltiplicano con un ritmo ignoto alla nostra”. I negri e i gialli sono alla porta? Si chiedeva il Duce e retoricamente si rispondeva che sì, erano alla porta, “e non soltanto per la loro fecondità, ma anche per la coscienza che essi hanno preso della loro razza e del suo avvenire nel mondo”. Per impedire il decadimento della “razza bianca” era necessario, per Mussolini, incrementare la natalità (Benito Mussolini, Il numero come forza in Opera Omnia, La Fenice, 1958, vol. XXII pp.676-677).

Questo supposto decadimento delle razze caucasiche il capo del fascismo lo prendeva pari pari dalle idee del Sergi.

Sergi infatti era convinto che a partire dalla guerra franco-prussiana del 1870 la “specie europea” si fosse incamminata verso quello che lui chiamava l’abisso della decadenza. Il dramma della Prima Guerra Mondiale lo convince che i popoli europei hanno riportato danni biologici gravissimi e che sia ormai assolutamente necessario arginare il danno per “conservare sana e integra la gran parte della popolazione sopravvissuta ai danni della guerra”. Una stirpe così provata dalla guerra era più facilmente esposta a un ulteriore grave pericolo: l’incrocio delle razze cui anche l’Italia, grazie al suo recente colonialismo, andava incontro.

De Felice sostiene, nell’introduzione all’edizione tascabile della sua Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo (Einaudi) che la necessità di regolare i rapporti tra gli italiani in Africa e le popolazioni locali, soprattutto per evitare il meticciato, fu avvertito dai legislatori italiani con la fondazione dell’impero fascista.

Non è vero.

La colonia d’Eritrea fu fondata nel 1890. Negli anni settanta di quel secolo (è in questi anni che si pongono le basi per l’avventura coloniale) Mantegazza dalla sua cattedra di antropologia già poneva la questione dei meticci e metteva in guardia dall’”incrociamento delle razze”, che avrebbe portato non solo all’abbassamento delle razze superiori, ma anche a un pericoloso innalzamento delle razze superiori (cfr. la raccolta delle sue lezioni intitolata Consanguietà e ibridismo). Sergi, nel 1897 pubblica un volume intitolato Africa in cui le assurdità sulla stirpe camitica si sprecano. Eccome.

Con il patrocinio intellettuale di così emeriti scienziati, nel 1909 viene approvato dal parlamento italiano un Codice Civile per l’Eritrea (effettivamente poco applicato) destinato a impedire le unioni miste per evitare il fenomeno del meticciato, ma che di fatto divideva in due categorie i sudditi residenti in Eritrea: di serie A i coloni italiani e di serie B, con valore pressoché di schiavi, gli eritrei.

Nel 1912 viene riconosciuta la sovranità italiana sulla Libia. Durante la guerra italo-turca che porterà alla conquista italiana di Tripolitania e Cirenaica si distinse un certo generale Rodolfo Graziani il quale, con il tacito consenso del re e di Giolitti, sperimentò molto prima dei nazisti la deportazione in campi di concentramento di intere etnie, cominciando un vero e proprio genocidio che continuerà, per mano dell’altro degno generale: Badoglio, fino alla fine dell’impero fascista, e che costerà l’eliminazione di circa un ottavo (centomila morti su una popolazione di ottocentomila abitanti) della popolazione libica.

Insomma. E’ chiaro, da quanto detto finora, che la teorizzazione razzista nasce in Italia contemporaneamente alle velleità coloniali.

Giovanni Bovio, docente di filosofia del diritto e fervente repubblicano, appena dopo la conquista di Massaua (1885) scrisse che l’Italia non aveva il diritto di lasciare le popolazioni del Corno d’Africa nell’”inciviltà”. Negava all’Abissinia “il diritto d’essere barbara, di scannare gli esploratori europei, di essere serva del Negus feroce e di ignorare i progressi della scienza”. L’unico modo per “sbarbarire i negri di laggiù” era, a suo avviso, il colonialismo. Mentre il socialista Pascoli inneggiava alla “grande proletaria” che andava in cirenaica a sterminare beduini per dare terre agli italici proletari.

Questi e altri ben più gravi atteggiamenti razzistici di intellettuali e coloni italiani sono documentati nella bellissima antologia curata da Goglia e Grassi per Laterza nel 1981: Il colonialismo italiano da Adua all’Impero.

Si comprende facilmente quindi quanto e come si intensificherà la pubblicistica sull’argomento verso la fine degli anni venti e trenta, con l’avvicinarsi della nuova impresa coloniale (quella Etiope), sotto l’attenta regia propagandistica del regime.

La piccola bibliografia razziale (Ulpiano, 1939) curata da Guido Landra e Giulio Cogni, gli dedicò persino un capitolo intero chiamandolo “africanistica”.

Proprio in questo intervallo di tempo, cioè tra l’avvento al potere del fascismo e la campagna d’Etiopia, il razzismo –tramite il viatico dell’eugenetica- dall’antropologia si sposta nell’ambiente medico.

Come vedremo nessun terreno avrebbe potuto essere più fertile, grazie soprattutto al viatico di Nicola Pende, nel dibattito medico per la radicalizzazione delle idee razziste nel sostrato culturale italiano.

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