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Lo dico un po’ per celia, un po’ per non morire. Di noia. E lo chiarisco subito: centra niente Puccini. Anche se la madama Butterfly mi piace ogni giorno di più (starò rincoglionendo?). Centra, e tanto, invece Petrolini.

Insomma: sono convinto non sia possibile liquidare il libro del dottor Fredric Wertham (Seduction of the Innocent, Rinehart & Co., 1955) come l’opera di un maniaco ossessionato dall’igiene morale che aveva trovato il suo drago da combattere nel fumetto. Wertham non era né un catto-coglione alla ricerca di un satanico nemico da esorcizzare, né un fascistello nostalgico di improbabili etno-purezze culturali. Era un positivista con tendenze socialiste, e sapeva, da medico (più volte lo ribadisce nel suo libro) che il fumetto è solo un sintomo, non la causa, di una più grave malattia sociale: il (libero) mercato.

Certo le conseguenze cui il suo libro diede seguito non depongono a suo favore. Ma c’è la dentro un’idea fondamentale: che l’origine cioè di ogni aberrazione sociale non è né medica né morale né psichica, bensì economica.

I fumetti non sono pericolosi, ma sintomatici di una società schiava del mercato e del profitto. I fumetti sono la prova evidente della nostra incapacità a liberarci dal feticismo della merce. Nel fumetto la disparità tra valore d’uso e valore di scambio è talmente evidente da diventare sintomatica. Se il valore d’uso del fumetto, valutabile sommando la qualità dell’insieme degli altri oggetti necessari a costituirlo (cioè carta, matite gomme e inchiostro) alla quantità di lavoro umano (artistico o artigianale qui poco importa, e comunque è questione oziosa) impiegato per produrlo, è sensibilmente inferiore al suo valore di scambio; cioè al prezzo che ci è richiesto (e che siamo disposti) di pagare; questo significa che da qualche parte dobbiamo trovare qualcosa d’intrinseco al fumetto come oggetto che, in qualche modo, pareggi questa differenza. Questo qualche cosa lo troviamo nella sua utilità. Mica un’utilità campata in aria. Talmente determinante anzi della qualità del corpo del fumetto che esso come merce non potrebbe esistere senza di essa: il nostro stolido e frustrato desiderio di evasione, di fuga, di un mondo migliore; che si traduce nella volgare e sciatta compravendita di una merce. Il fumetto.

Siamo talmente reificati –talmente assuefatti all’idea che il mondo non sia altro che mercato e che l’unico rapporto possibile tra gli uomini sia quello tra produttore e consumatore- da conferire freudianamente a una mera mercanzia di carta straccia inchiostrata significati emotivi e desideri derivanti da ben altri contesti. E che in altri contesti dovrebbero trovare soddisfazione. Invece disarmiamo ogni aspirazione a qualcosa di diverso con la nostra fuga nell’avventura mensile a fumetti, dove riconfermiamo quel mondo di merci dal quale avremmo voluto fuggire, e dove la merce resa più forte dal nostro gesto (l’acquisto reiterato) contempla se stessa in un mondo da essa creato.

Indispensabili qui, almeno queste letture: la prima sezione del libro primo del CAPITALE di Marx; poi Isaak Rubin, Saggi sulle teoria del valore di Marx, Feltrinelli,1976 e La società dello Spettacolo di Debord, Valecchi, 1979

La merce che si racconta attraverso la merce: diventa l’unica realtà. A discapito della vita. Il fumetto è dunque una delle tante sovrastrutture attraverso le quali il pulsante bisogno sociale viene canalizzato e addomesticato in manifestazioni innocenti e inoffensive (dalla masturbazione ai cretini che si radunano in maschera alle fiere per imitare un qualche personaggio preferito, dagli altrettanto cretini disposti a sfiancarsi in file interminabili per una dedica con disegnetto alla lettura da quarto d’ora che disinnesca ogni pensiero critico con formulette ovvie e neutrali). Ne è possibile quindi solo una critica impietosa e decostruttiva, che porti in luce tutti quei momenti di questa forma di espressione ove essa ha superbamente messo da parte “la sintassi dello spettacolo” per parlare la lingua dell’esistenza. Una lettura da intendersi desanctianamente storicistica, scevra da ogni evasione di carattere formalistico (che tutto comprende in nome di un’astratta estetica crociana) e semiologico (che tutto comprende in nome del linguaggio). Che attraverso la filosofia della prassi e le sue categorie storiche metta alla gogna la merce e i suoi sacerdoti.

C’è da chiarirsi.

Una critica dei fumetti non è mai veramente esistita. Se si escludono le ormai datate ecolalie (ci trono su) e le banalità fofieggianti c’è ben poco in giro. Vedo solo i preteschi untorelli delle cosiddette rivistine di critica a schizzi mucchietti e pugnette (di china però) e spazi bianchi. Assolutamente privi di un’ idea teorica, di un’elaborazione critica, di uno straccio di qualche lettura che non siano sempre e solo fumetti: tutti letture disordinate e poco meditate e a fumetti (appunto!), estensori di tante inutili recensioni, scritte solo per soddisfare la propria frustrata ossessione. E se dell’ossessione non è preda un Piranesi un De Sade un Campana un Poe o un Lovecraft (persino sì!, visto come mi accontento?), mi dispiace ma il destino di quei figuri è la gabbia del cronicario. Che tra l’altro si costruiscono da soli con i mattoni del loro ego asfittico e ripetitivo. Chiudendosi fuori dalla vita. D’altra parte, lo diceva Forest, il fumetto è un paese chiuso (anche su questo ci torno su). Desiderarne una (di critica) storicista potrebbe sembrare una follia.

Vabbene sono folle.

Di conseguenza oggi sono furioso come Aiace; tradito e raggirato e offeso da questa truppa di fumettologi fumettari fumettati che nemmeno può aspirare alla dignitosa tragicomica sguaiataggine di un’armata Brancaleone, e che tiene in ostaggio la santa puttana fottuta arte del raccontare storie con i disegni impedendoci da tempo di leggere qualcosa senza farci piangere di vergogna per l’altrui insipienza e coglionaggine e insipida supponenza. Vorrei massacrarli tutti (a parole ovvio, anche se qualche riflessione sulla violenza, quella fisica, l’ho pure sorelianamente fatta; ma tant’è), e come Aiace che accecato da un dio di cartone invece degli achei massacrava pecore, così io accecato dal sole di Spagna probabilmente sparo nel vuoto.

L’importante, in fondo, ci ha insegnato Bianciardi è aprire il fuoco. Il resto viene da sé: fosse magari pure la rivoluzione.

Me mi accontento di meno, oggi.

Mi accontento di sottolineare che se la verità si scopre facendola (era Vico o era Marx a dirlo?), il fare (la prassi) diventa condizione imprescindibile del conoscere (Gentile o Gramsci?).

Conoscere. Non imparare.

Costruire quindi una nuova critica. Ma costruirla da zero. Avendo il coraggio di buttare via tutto. Tutto quello che ci hanno insegnato. In secoli di “educastrazione” ; buttare le loro lezioni da farci imparare. E tenerci per noi, invece, le cose che abbiamo conosciuto, che quelle sì sono importanti. Buttare via tutto. I milioni di copie vendute con opere da mercimonio grafico e formulette narrative arruginite e sempre le stesse da anni ormai.

Buttare via tutto e ridire da zero.

Piantarla di parlare di fumetto e di sue crisi; parlare semmai di crisi delle capacità di editori e d autori, e, non dico obbligarli ad assumersele, ma almeno rinfacciargli le loro responsabilità. Cheppoi: la responsabilità non è una colpa. Almeno: non conseguentemente. Interpretarla sempre in quest’ottica è un po’ il volersene stare comodi nel pregiudizio di matrice catto-qualunquista che rassicura gli uomini assolvendoli tutti perché tutti colpevoli. Con mossa tattica il cattolicume reazionario ottocentesco, per spazzare via la civiltà critica giacobina, aggiorna il peccato originale alla quotidianità spicciola: azzera l’originale tensione della metafisica cristiana all’impossibile e livella tutti nella latrina delle individuali meschinità, alleviati dalla convinzione che l’umanità intera sguazzi con noi. Siamo tutti colpevoli, quanto meno di mancanza (la mancanza della scelta – che poi altri fanno per noi), quindi nessuna responsabilità per nessuno. E cazzi propri per ciascuno. Balle! La responsabilità invece è la conseguenza di una scelta, che comporta l’assunzione di alcuni doveri. Vedi. Ancora. Non posso farne a meno di Sartre. Qui mi riferisco al capitolo sulla responsabilità che deriva dalla nostra condanna alla libertà: folgorante!, l’ultima splendida parte de L’Essere e il Nulla, Il Saggiatore,1965, pp. 614-618

Va da sé. E’ assolutamente ovvio che un editore ovvero un autore (quale che sia) è liberissimo (questa è una banalità che quasi mi vergogno a ribadire) di fare come vuole e come meglio riesce il suo mestiere. Ma è altrettanto ovvio che, siccome (sartrianamente) non esiste alcuna condizione che possa fare presa su di una libertà, se costui decide di fare, per sua personale inclinazione, un certo tipo di fumetto tanto che quanto da esso prodotto diventa nel nostro paese l’unico metro di considerazione “popolare” per l’idea di fumetto, è come se portasse su di se l’intera responsabilità di quest’idea. Da qui una conclusione un pochino, forse, scontata: se assolutamente è impossibile un giudizio morale (robaccia da preti) sulla sua responsabilità escludendone dunque ogni colpa, è possibile però darne un giudizio estetico e di conseguenza uno etico. D’altra parte quanto il bello e il giusto siano strettamente legati ce lo ha picchiato in testa Kierkegaard, che tutta la vita si è interrogato sulla responsabilità della scelta: l’io è la meta verso la quale tende l’individuo, e questo io non è un’astrazione, quindi l’individuo nel suo movimento non può evitarsi di avere influenza verso il mondo circostante (Aut-Aut, Mondadori), secondo il quale la responsabilità è “la semplice rivendicazione logica delle conseguenze della nostra libertà”.

In spiccioli: ogni scelta influisce sul mondo. Anche la più piccola, per la parte che la riguarda. Una scelta esteticamente positiva influisce sul mondo in modo positivo. Una scelta esteticamente negativa influisce sul mondo in modo negativo.

I fumetti seriali (chiamateli popolari se volete) sono brutti. Anche se vendono milioni di copie.

O meglio. Sicuramente non sono né belli né etici: in quanto la bellezza presuppone, è vero, la norma, ma ne è al tempo stesso il superamento e l’abbattimento; mentre i fumetti seriali sono esclusivamente (e con pochissime eccezioni non italiane) norma codificata e ripetitiva, il cui superamento è reso impossibile (a rischio altrimenti dell’esistenza del fumetto seriale stesso) dalla necessità di una comunicazione che consenta una comprensione piana (piatta) ed uniforme per il non-lettore di fumetti.

Il buon vecchio Bakunin sosteneva che l’unità disciplinare va sempre a scapito della spontaneità creatrice del pensiero e della vita, uccidendola.

Arricchendo il giudizio estetico di prima con un granello di eticità possiamo affermare che i fumetti seriali annoiano. Di conseguenza fanno male. Alla salute dei lettori.

 

Greetings from Hicksville, Ohio

 

 

A dare retta alle voci dei saltimbanchi che (tra una sceneggiatura conveniente alle leggi del mercato e qualche schizzo di china per renderla fruibile al grande pubblico delle stazioni ferroviarie e l’organizzazione di un festival per cerebrolessi in maschera, trovano pure il tempo per sdottoreggiamenti teorici) di fumetto si occupano per professione, sembrerebbe però che oltre a quello seriale altro fumetto non ci sia dato di poter leggere. La storia ufficiale del fumetto sarebbe quindi solo quella del mercato. “Una storia di frustrazione. Di potenziale irrealizzato, di artisti che non hanno mai avuto l’opportunità di realizzare quel capolavoro, di storie che non vennero mai raccontate… oppure vennero epurate da supervisori dalla mentalità ristretta…”. (Dilan Horrocks, Hicksville, blackVelvet, 2003. Raramente, giuro, mi è capitata una lettura a fumetti così intensa e ispirata. Sarà per una certa comunanza di vedute, ma lo considero un capolavoro). E’ vero. E quel che è triste è che alcuni di quei saltimbanchi che di tale fumetto sono i guardiani sono pure in buonafede. Idioti.

Gli altri gli interessa solo il mercato.

Avesse almeno avuto ragione Lacan. Secondo il quale l’autore di un libro, di un’opera, di una cazzutissima cosa qualsiasi non è nessuno. Anzi. E meglio. E’ il linguaggio narrato che assurge a identità con la funzione di distruggere il proprio locatore. Magari! Lo squallido linguaggio che parlano distruggesse la maggioranza dei facitori di fumetti! Magari!

Però pure in questa trista prospettiva c’è, come sempre, una possibilità di salvezza dal peccato originale. Qualcuno c’è stato, nell’ultimo centinaio d’anni o poco più, che ha tentato, nonostante la trinarciuta guardia del cerbero-mercato, di elevarsi al di sopra della merce, di raggiungere la pura espressione. Di annullarsi nel logos.

Una critica storicistica non può quindi che indagare nella biblioteca di Hicksville e scrivere di conseguenza una introduzione alla vera storia del fumetto.

Ma Lacan aveva torto. E i mercanti prosperano nel tempio.

Ho sempre portato scarponi, perché ho sempre viaggiato a piedi. Di quelli fatti apposta per andare alla ricerca della verità e della giustizia; di quelli giusti per prendere a calci nel culo tutti quei cagoulardi (sempre comunque essi “critici” impegolati in qualche trista operazione editoriale) che da circa quando esiste il fumetto ci impestano la vita con i loro cervellini ordinati e le loro leggi borghesi. Custodi dell’attuale e dell’ordine. Ma a me Nietzsche aveva insegnato che “ogni società ordinata assopisce le passioni”(la gaia scienza). Ne ho troppe di passioni che mi bruciano il ventre e la testa, eppoi ormai so di cosa erano e sono capaci le labbra di Bocca Dorata, e non conoscendo tutt’ora i limiti della mia erranza preferisco non conoscerli. Così mi incazzo.

La follia dei collezionisti è soltanto un epifenomeno (il più evidente) del processo che identifica il fumetto con la merce tout-court. Ben altre evidenze saltano all’occhio. Se si trascurano per un attimo le serie da edicola (che merce sono e null’altro pretendono se non nei vezzi isterici di qualche redattore rancoroso), questo risulterà palese soprattutto in certo fumetto pseudoautoriale, nel quale mediocrissimi personaggi tardo-adolescenziali vengono caratterizzati solo attraverso gli oggetti che possiedono, i locali che frequentano, i libri che leggono e (addirittura) i farmaci che assumono. La derealizzazione totale dell’esistenza, quella che Marx chiamava “sussunzione del reale”, a favore della tautologia del mercato.

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Navigavo, di bordolese in bordolese, sulla mia chiatta, rassegnato, o meglio convinto, a raggiungere il delta; quando, forte di questa nuova lucidità, mi sono voltato indietro, contro la corrente: verso l’unico tempo della mia esistenza a cui, ora, concedo un flagrante interesse; che, pur massacrato dallo zelo nefasto di chi credendo educarmi tentava di ammaestrarmi, vedo ancora pieno di incanto e di – la parola non vi faccia tremare – libertà: l’infanzia. La mia.

Infanzia e libertà. Le uniche due parole, ma sono comunque molto di più, che, qui sì bretonianamente e senza vergogna, mi esaltano. Ancora.

Credevo più che sarei ormai riuscito a tirare fuori tutto quello che sono arrivato a maturare e quindi a pensare sul nulla. Sartrianamente contrapposto all’essere. Cioè il fumetto.

Invece. Nonostante quello che supponevo di sapere sono ancora vivo. E c’è pure di peggio. Tenetevi forte, ma proprio in questo frangente ho scoperto, forse un po’ come Breton, di tenerci: alla vita.

Allora ho paura. Comunque intendiamoci. I fumetti li leggevo prima e li ho letti dopo e li leggo ora.

Vivevo, bambino, ininterrottamente. In un presente continuo. Non conoscevo tempi e coniugazioni. E soprattutto non conoscevo soluzione di continuità tra il mio vivere e la realtà. Potrei anche metterla così (ma perché devo sempre tirare in ballo Sartre?): l’infanzia è stata per me il luogo dove non c’era distinzione alcuna tra le cose e le parole.

Quando ho capito (tardi, troppo tardi) che invece proprio su questa feroce distinzione si fondava il mondo voluto da preti e fabbricanti di mutande, cazzo!, allora ho provato dolore. E forse, si potrebbe dire, sono diventato adulto. Ma io dubito che la consapevolezza sia connotazione degli adulti; altrimenti delle due l’una: o essere adulti è essere idioti ovvero questa merda di mondo vi va bene così com’è e addirittura vi piace.

Ma non è questo il punto. Andiamo avanti.

Il punto è quella puttana sveglia che tutte le mattine, cinque giorni su sette, qualunque sia il mio umore e lo stato del mio fegato, meccanica e decisa mi sottolinea sempre e comunque troppo presto che non posso fuggire – perché mi costerebbe eccome- dal campo di concentramento di questo mio splendido quotidiano (d)esistere tra i confini di una delle tante uguali democrazie occidentali. Fondata sul lavoro, questa.

Dunque devo andare a lavorare, così vogliono i padri della matria. Io non voglio, ma devo. Allora penso: lavorare è un dovere, maledetto e inevitabile, solo perché devo mangiare leggere, ascoltare, scopare e vivere giusto appena finito di lavorare. Invece, no. Qualche testa di cazzo prezzolata da preti e fabbricanti di mutande mi dice che il lavoro è un diritto. Non hanno vergogna. Non cercano nemmeno più, alcuna corrispondenza tra le parole e il loro significato.  

Lo scollamento tra le cose e le parole si fa sempre più grande. Quella puttana sveglia che tutti i giorni mi ci manda, al lavoro, invece del bip bip normale e comune mi recita, ogni mattina: arbeit macht frei!

Il lavoro e la libertà non stanno insieme. A meno di rischiare l’ossimoro. A meno di volere gesuiticamente utilizzare la propria intelligenza al servizio dei padroni del dio di turno e delle sue sverginate puttane: la produzione e il suo spettro: il mercato – che mai è stato né sarà- libero, e non avere allora vergogna nel costruire ragionamenti che stanno in piedi solo grazie al consenso dell’idiozia e della vigliaccheria e dell’ignoranza e dell’egoismo dei lavoratori tutti.

Io non ci riesco, non ce la faccio ad annullare ogni corrispondenza tra le parole e il loro significato.

Non riesco nemmeno a credere, con Russel che l’etica del lavoro sia l’etica degli schiavi, perché non riesco a riconoscere al lavoro alcuna etica.

L’etica è quella della libertà. Il lavoro prezzolato (anche se prezzolato bene, ma per i più  prezzolato sempre poco e male) è solo vergogna e disgusto.

Mammamia. Mi sento come in una striscia del pessimo Frank Dickens, obbligato a contrapporre, per sopravvivere, il vivere (come dovrebbe essere) e il vissuto (come invece è).

Il lavoro è una virtù (starei per dire teologale) solo ormai per alcuni operatori della civettuola ermeneutica marxistico-rodariana, i quali al soldo dell’impero vorrebbero convincerci il mondo sia una macchina intelligente continuamente rigenerantesi, che noi alimentiamo con il nostro desiderio e –scandalo!- con il nostro lavoro. O il mondo è una mostruosità indicibile che si nutre dell’orrore oppure mentono e sanno che il mondo esiste nonostante il lavoro e la sua forza castrante.

Perché sembrerà pure una banalità ma ci vuole tutta la lucidità di Vaneigem per affermare che il lavoro salariato uccide ogni creatività, ogni godimento di sé e degli altri.

Nel poco tempo che rimane, tra la sveglia all’alba e il ritorno all’imbrunire, in questo intervallo dal lavoro fatto soprattutto di domeniche e feste comandate, bisognerebbe, lo sappiamo, mettere da parte l’inculcata fede nella nostra incurabile impotenza, e vivere. Gustare cioè appieno il piacere di appartenersi.

Invece.

Ci accontentiamo di sopravvivere. Ci soddisfiamo con lo svago. Barattiamo una probabile e rischiosa libertà a tempo pieno con un po’ di sicuro tempo libero. E lo passiamo guardando brutti film e leggendo fumetti. Roba senza pretese. Da consumarsi svogliatamente sugli scomodi sedili di un vagone strapieno e in ritardo,  accompagnati dalla livida tristezza dell’andare a lavorare.

Orrendi i  fumetti. Orrenda la parola. Azzeccata però, questa volta. A denotare una delle tante sovrastrutture evasivo-normalizzanti (affumicanti quindi l’intelligenza del reale) dove si stemperano, con l’anestetico dell’avventura e dell’invenzione, i disagi e le deprivazioni fisiche e mentali del nostro quotidiano. Fumo negli occhi insomma.

Per una volta c’è corrispondenza tra la parola e la cosa.

Allora basta.

Lo grido anch’io: basta! Come il farsesco e paraculo Giuseppe Bergman. Già. Basta! All’incontrario però. Basta con l’avventura, basta con la fuga. Basta al crudele sopravvivere tra una notte in discoteca e un fumetto bonelli.

La rappresentazione dell’avventura è prima di tutto la messa in scena della nostra insoddisfazione. Rinunciamo in continuazione alla realtà perché la realtà della nostra vita non ci piace, preferiamo perderci nel suo simulacro, nell’invenzione del mondo simbolico; senza renderci conto che proprio questo mondo simbolico (di simboli poi da poco prezzo) è la tomba della nostra felicità. La rappresentazione è l’analgesico che ci permette di tollerare il peso dell’organizzazione sociale. Non me ne fotte un cazzo delle verdi praterie, del rio delle amazzoni, delle fate degli elfi e di tutti gli strafottuti anelli e dei loro signori. E di tutte le belle addormentate nel bosco esibite sui calendari, più false e lontane della fortuna. In fondo non voglio mica la luna. Mi bastano, adesso, le stelle. Vaghe magari.

Basta resistere. E’ tempo di pretendere e di esistere.

Certo, lo so. Disegnare Tex è sempre meglio che lavorare. Lo so e non me ne importa. Lo trovo aggravante semmai. Il lavoro del travet che inchiostra le tavole di qualsiasi signor bonelli mi da noia quanto e più di quello dell’operaio alla catena di montaggio. Buon per lui se fa meno fatica, per guadagnarsi la vita, di chi scava in miniera. Buon per lui; e male per noi, se addirittura ci si diverte. Io comunque, e la conosco la fatica, mi arrogo il diritto di dirlo che mi fanno schifo le gabbie del fumetto a cadenza periodica e prezzolato, destinato sempre e comunque a reiterare la propria condizione di essere meglio del lavorare. Sia per chi quei fumetti li realizza, sia per chi li legge tra un turno e l’altro.

Non c’è via di fuga per chi rinuncia da subito alla libertà, per chi si lega ad una storia sempre uguale con la stessa triste cadenza mensile del proprio stipendio. Come cazzo si fa a tornare puntuali lo stesso giorno di tutti i mesi ad un appuntamento con chi ci sfotte con le sue avventure, posticce e pusillanimi!? Maledetto fumetto seriale: occhiuto guardiano della normalità, attento a conservarne il dominio con una precisa strategia di svalorizzazione del desiderio. E’ frustrante. E non rimane che volgersi indietro dunque, verso l’isola che non c’è della propria infanzia, per trovare quel senso e quella ragione che l’attuale assurdo stato di cose non ci sembra avere. La perigliosa tabula rasa del nostro essere stati bambini diventa l’unica possibilità di esistenza: una bagattella ritmata dai tamburi di latta delle nostre innocenti letture.

Innocenti? Non lo so.  (Forse aveva ragione Fredric Wertham).

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