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Dato lo straordinario dibattito teorico che questo mio libello ha scatenato nell’illuminato mondo del fumetto italiano, mi sembra giusto agevolarne la diffusione anche tra i lettori non specializzati. Allora scaricatelo, cazzo!

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Tieni presente solo una cosa è completamente pieno di refusi, ma non è colpa mia, è colpa dell’editor e dell’editore che non ho avuto.

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Poi fammi sapere.

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Avevo bisogno di dare una sistemazione organica a quanto sono venuto dicendo sul fumetto in tutti questi anni di blog e altre cazzate varie. Ho risistemato le idee in queste 160 paginette.

Puoi, se vuoi, procurartelo qui

Siamo animali strani, noi ippoghigni. Pensa: riusciamo a non farci guastare l’umore nemmeno dalla pubblicazione delle candidature dei premi Gran Guinigi, quella roba che qualche originale gazzettiere ha definito come gli Oscar del fumetto. Appunto.

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Siamo animali strani, noi ippoghigni. Riusciaremo a goderci il sole di novembre, sperando ci sia, e il vino – quello ci sarà di sicuro –  e le mura della città guinigia senza farci guastare la disposizione d’animo da quelle orribili strutture di plastica e alluminio sbatacchiate lì, senza concezione alcuna a deturparne piazze e strade.

Siamo animali strani, noi ippoghigni.  Sul dizionario degli animali fantastici, qualche anonimo amanuense ci ha definito estinguenda specie di lettori paganti. Paganti due volte qui a Lucca. Una per fare il biglietto per passare le forche caudine di quelle orribili strutture e avere così l’accesso a un ammassato e soffocante mercatino di carta stampata magliette spille e cazzabubbole varie. La seconda per portarci via un po’ di quella carta stampata.

Siamo animali strani, noi ippoghigni. Paghiamo per avere il permesso di comprare. E le mostre gratuite, quelle non mercato (ti rendi conto dell’assurdità? Fanno pagare il biglietto per farti entrare in un mercatino e non per andare a vedere delle esposizioni… beh, certo… per alcune delle mostre espositive dovrebbero pagarti loro per fartici mettere piede) le evitiamo sempre come i dibattiti, che altrimenti rischiamo, noi ippoghigni, di ammalarci.

Poi, ormai l’abbiamo capito… siamo teste dure noi ippoghigni ma non è che amiamo rompercela, la testa, e davanti all’evidenza ci arrendiamo: la rinascita del fumetto la dobbiamo alla graphic novel, che, se non abbiamo compreso male, è una categoria merceologica –non mi è ancora chiaro se da edicola o da libreria- come qualsiasi formato del fumetto. Quindi, ovvio. La mostra dove meglio il fumetto stà è quella mercato, le altre servono solo a creare qualche alibi culturale, e agli amministratori di qualsiasi città che non gli piace fare le cose inutili, quelle mostre le tirano via con il culo.

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Siamo animali strani noi ippoghigni. A tutti i raffinati e snobbissimi intellettuali che vengono da ovunque a vendere le loro mercanzie in questa fiera preferiamo la (anche infantile e alle volte stolida) gratuità della mostra di se che fanno i cosplayer e in particolare LE cosplayer. E siamo gli unici noi ippoghigni tra tutti questi intellettuali (che io sappia), a non disdegnare, nel naufragare dell’assembramento lucchese, il sudato  non sempre involontario spalmarsi e sfregarsi dei loro corpi seminudi contro la nostra superbia vestita di tutto punto .

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Personaggi

Boris (lettore inconcludente e schizofrenico)

Leonida (suo figlio e lettore molto più equilibrato)

Durruti (il loro cane – è un setter irlandese)

Interno di una libreria di fumetti sulla Ripa. Probabilmente un sabato pomeriggio. Lo si capisce perché dalla tasca della giacca stazzonata di Boris spunta una copia di Alias. Leonida è seduto per terra davanti a uno scaffale di cartonati e ne sta sfogliando uno. Boris tiene al guinzaglio Durruti che sembra irresistibilmente attratto da qualche odore spiccicato sul pavimento. Boris finge di valutare il possibile acquisto di Insomnia di Matt Broersma, in realtà sta cercando di leggerlo per non doverlo comprare.

Leonida (con sincero entusiasmo): Dì papà…

Boris (distratto): Dimmi piccolo…

Leonida: Ma hai visto questo libro che bello?… No, guarda è disegnato proprio bene… cavolo… ma è proprio interessante anche la storia… vedi l’ho letta fino a qui…mmmh… ma tu lo conosci quello che fa questo fumetto… adesso fammi vedere anche gli altri che ha fatto.

Boris (incuriosito da tale entusiasmo non applicato a supereroi):Vabbè, fammi vedere cosa stai guardando…

Leonida: Tieni guarda; poi lo compriamo?

Boris (sbalordito al punto che se avesse una sigaretta in bocca gli cadrebbe): Ma… il segreto dell’ espadon? Ti piacciono Blake e Mortimer? ti piace Jacobs? Mi sembra impossibile…

Leonida: Si! È bravissimo… ti piace vero!? (il tono non ammette replica) Guarda quei soldati come sono disegnati bene… ma lo conosci o no quello che fa questo fumetto…

Boris: Lo conosco certo, ma non cominciare… non potremo mai invitarlo a cena. Dimmi piuttosto: quelle didascalie cosi fitte non ti danno fastidio?

Leonida: Nooo… scusa lì c’è scritta la storia… dai lo compriamo questo?

Boris (con tono arrendevole): …questo però è il secondo tomo di questa storia, cominciamo a prendere il primo… poi dopo che lo hai letto prendiamo anche questo

Leonida: No!! Prima mi leggo questo… poi prendiamo anche il primo

Boris: Ma scusa che ci capisci così della storia?

Leonida: Guarda che nei fumetti la storia si capisce da tutte le parti… anche se non li leggi…io però lo leggo questo, davvero… dai lo compriamo… dai

Boris (parlando tra se): Non avrei mai detto che mi sarebbe toccato di comprare un libro di Jacobs… la negazione di tutto quello che penso sia il fumetto…una volta non l’avrei mai fatto per niente al mondo… sto invecchiando, decisamente…

(poi, rivolto a Leonida) Vabbene dai… andiamo a pagare…

Si dirigono alla cassa, strattonando Durruti via dai suoi odori

Durruti: uouf!!

Poi non è vero che non sto facendo niente.

Dal lunedì al venerdì mi do da fare per mettere insieme il pranzo con la cena. Sono quaranta e passa ore della mia vita.

Mi dedico alla famiglia, cose tipo: far la spesa, cucinare la cena, correggere (raramente, che di solito lo fa mia moglie, ma capita) i compiti del piccolo; provare (quasi sempre) storia e latino  a quello grande.

Passeggio il cane. Guardo serie tv. Leggo romanzetti. Vado in Scighera con i miei compagni di sbronza.

Poi per esempio, su Scuola di Fumetto, il numero 96, ho appena pubblicato un pezzo sui quarant’anni di Metal Hurlant e su alcune idee che c’ho sul fumetto.

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Poi per esempio su Fumettologica è appena uscita una mia personale considerazione della biografia di Hitler di Mizuki.

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Poi per esempio con il mio amico Paolo Castaldi sto lavorando a una cosa fichissima sulla boxe.

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Poi per esempio sto cercando di scrivere un saggio ambiziosissimo su Parigi, il situazionismo, il fumetto e la libertà (non solo d’espressione).

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Poi per esempio, insomma l’hai capito: vivo.

Lo so. Con te ci incontriamo sempre tra trattoria e Scighera e ti ho già raccontato tutto più volte.

Ma.

Ai sei sette lettori occasionali che capitavano qui, stando alle statistiche, per leggere la storia di Charlie Ebdo devo una spiegazione.

Non so per quale assurdo motivo, anzi in realtà lo so ma sarebbe troppo lungo stare qui a raccontartelo, ho letto HHhH di Laurent Binet. Non mi ha cambiato la vita. Nessuna opera letteraria lo fa, se te lo raccontano è la chiacchiera di un povero di spirito.

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Ma.

Mi ha cambiato le prospettive sulle modalità che ritenevo funzionali al racconto di fatti realmente accaduti: la Storia insomma. Non riesco più a concepire una narrazione storica (anche solo cronachistica) se non con gli strumenti e lo stile che Binet si è inventato… anzi meglio, si è adattato alle proprie esigenze.

Quindi non mi trovavo più a mio agio con la formula del post.  Sto riscrivendo tutto. Ci farò un libello. Magari quando l’ho finito te lo metto qui in pdf, oppure ne faccio un’edizione di stampa clandestina e te lo regalo la prima volta che ci incontriamo. Non lo so. Vedremo.

Tu intanto, se ti manca il modo di riempire quello straccio di tempo che dedicavi alla lettura dei miei post, leggiti il libro di Binet. Lo trovi negli economici Einaudi. Racconta la storia dell’eroico attentato che due paracadutisti dell’esercito resistente cecoslovacco (Jan Kubis e Jozef Gabcik) fecero a Heydrich (l’architetto della soluzione finale) il 27 maggio 1942 a Praga.

Non è una lettura amena. Ma credo che dopo non riuscirai più ad avere lo stesso atteggiamento verso la saggistica e il romanzo storici. Io di questo ne sono rimasto molto soddisfatto.

illustrazione di Olimpia Zagnoli

illustrazione di Olimpia Zagnoli

Probabilmente sbaglio. Ma ho l’impressione che l’editore italiano di Chloè Cruchaudet non abbia compreso a fondo la portata ideologica (e conseguentemente teorica) di un volume come Mauvais genre. Me lo fa pensare la scelta del titolo italiano: Poco raccomandabile, che annulla in uno solo (e neppure particolarmente attinente) i tre livelli su cui gioca il titolo francese, che poi sono (a mo’ di dichiarazione programmatica) quelli di lettura dell’opera.

Il primo, quello più evidente e che non verrà mai meno negli altri livelli, lavora sul genere sessuale. Paul Grappe, caporale durante la Prima Guerra Mondiale diserta per tornare dalla moglie Louise. Per non finire davanti al plotone d’esecuzione negli ultimi anni di guerra e nei dieci anni successivi all’armistizio, prima dell’amnistia per i disertori, con la complicità della moglie, si traveste da donna e assume l’identità di Suzanne.

Ora; non è esatto dire, come ho letto da più parti che questo libro indaghi la questione dell’ambiguità di identità e di genere; è semmai evidente come Cruchadet, usando a pretesto una storia realmente accaduta (ma distaccandosene in molti momenti fondamentali), prenda una precisa posizione su una questione che non ha nessuna ambiguità. Nei dieci è più anni che deve vivere ufficialmente nei panni di donna Paul Grappe non scopre l’ambiguità della propria appartenenza sessuale, scopre semmai la propria reale identità, che noi purtroppo a tutt’oggi non abbiamo termini adeguati per definire, se non in negativo.

Judith Butler, nel suo fondamentale Gender Trouble (del 1990, tradotto in italiano per Sansoni nel 2004 come Scambi di Genere) sostiene che la differenza sessuale non corrisponde alle categorie di uomo e donna, ma che esse rappresentano solo i modi in cui la differenza sessuale giunge ad avere significato nell’ordine sociale. La differenza sessuale reale attiene all’ordine simbolico, dove per i lacaniani alla Zizek non avrebbe significato semantico. Butler dice che i lacaniani sparano fregnacce. Che le cose non stanno così, perché la differenza sessuale è si simbolica, ma è anche performativa, quindi è soprattutto un atto linguistico. Non è un caso che, a pag 116 dell’edizione italiana di Mauvais genre, Cruchaudet stigmatizzi la posizione reazionaria delle interpretazioni psicologiche della differenza sessuale attraverso il personaggio del giudice (metafora neanche particolarmente ardita dell’ordine sociale in cui i protagonisti del libro si muovono) che presiede al processo contro la moglie di Grappe; il quale non ha le parole per definire proprio la differenza dello stesso Grappe, e dice: “ci sono gli eterosessuali e gli omosessuali. Così come ci sono gli uomini e le donne. O sei l’uno o sei l’altro, Questo è quanto.”

Ovviamente Cruchaudet si discosta da questa interpretazione psicologista e sposa quella performativa che Judith Butler mutuava in parte dal diventare donna di Simone de Beauvoir. Il genere sessuale non è qualcosa che si è o a cui si appartiene. E’ qualcosa che si fa e che si impara facendolo. Questo atto performativo, essendo atto di linguaggio, non porta necessariamente a qualcosa di definito, ma può essere detto e smentito, fatto e disfatto in continuazione: l’unico limite è, spinozianamente, solo l’immaginabile. Oltre non si può andare.

 

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Nei dieci anni in cui deve vivere nascosto, Paul Grappe costruisce la propria identità facendo e disfacendo (costruendo e decostruendo) Suzanne. Ma se ha ragione Butler (io credo ce l’abbia o per lo meno non ho letto niente di più convincente) questa meccanica del genere sessuale (che come vedremo -se avrai la bontà di seguirmi e se io non ci perdo interesse- è anche una meccanica del genere sociale e dei generi narrativi), questo atto ludico della transessualità, splendidamente raccontata da Cruchaudet nella parte centrale del volume, non può che concludersi con un fallimento.

“Il genere è sempre un fallimento; tutti falliscono” dice Butler. La costruzione del genere è un “gioco” che non può mai concludersi, non può approdare a una categoria, pena la catastrofe. Nel momento in cui l’amnistia per i disertori, obbliga Paul Grappe a cessare, dichiarandosi apertamente, quella continua decostruzione della propria identità, Paul Grappe cessa anche di esistere.

La bellissima sequenza finale del libro è esemplificativa. Finito il processo, Louise è stata assolta per avere ucciso il marito. E’ incinta e uscita dal tribunale si ordina, da un ambulante, una cialda. Una vecchia, probabilmente la portinaia dello stabile lì vicino, la riconosce e comincia a commentare il fatto. Dice: “sarà mica lei quella assolta per la storia del travestito”. L’ambulante che vende le cialde sottolinea che se ciascuno stesse al suo posto le cose funzionerebbero bene. Louise che sa che invece è per l’esatto contrario che le cose, le storie, funzionano, fa per andarsene. A quel punto la vecchia le dice di aspettare che lei saprà dirle, solo toccandole la pancia, se il bambino sarà maschio o femmina. Louise le grida di non toccarla. Non vuole saperlo. Perché a cercare di definirlo rovini quell’atto ludico performativo che è il raccontare.

(continua)

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