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Il 1994 è, nemmeno tanto simbolicamente, l’anno della mia resa. Nell’ottobre, circa, di quell’anno cominciavo a lavorare abbandonando l’inesausata pratica, alla quale per anni mi ero applicato, di quella debordiana esortazione: NE TRAVAILLEZ JAMAIS.

Nel novembre di quello stesso anno Debord si ammazzava. E più o meno a questo punto mi rendevo conto di essere stato SITUAZIONISTA (d’accatto mi ci hanno definito) almeno dall’età di 12 anni.

Nel De Civitate Dei quel santo di Agostino scrive una montagna di noiosissime cazzate per convincerti che aveva ragione quell’altro santo di Paolo quando teorizzava che il tuo comportamento si iscrive all’interno dell’ordine divino e che questo comporta la tua assoluta obbedienza. Così prescriveva san Paolo nella Lettera ai Romani: “ciascuno sia sottomesso all’autorità costituita; poiché non c’è autorità se non da Dio e quelle che esistono sono stabilite da Dio. Quindi chi si oppone all’autorità, si oppone all’ordine stabilito da Dio” (13,1).

Un bel po’ di anni dopo del santo berbero, circa novecento a significare che il tempo non passa poi invano, l’altro santo sciroccato, tal Tommaso, vede le cose in modo meno semplicistico e ti dice che in fondo c’è un’eccezione a quello che sosteneva Paolo. Un’eccezione fondamentale e che i cattolici contemporanei sembrano avere dimenticato. O forse mai conosciuto. Quanti dei balordi che si infervorano per due assi inchiodate e appese al muro hanno mai letto due righe di teologia?

Vabbè. La faccio breve. Tommaso, nella Summa Theologiae (per l’edizione in italiano ti consiglio quella presso Zanichelli del 1946, ovviamente la recuperi in bilioteca) sostiene che nel momento in cui un governante si trasforma in tiranno nega la derivazione divina del suo potere, perché con il suo comportamento il tiranno introduce disordine e sedizione nell’ordine divino. Gli altri uomini hanno dunque liceità di resistenza e di sovversione. Quando i comportamenti del tiranno vanno contro la legge naturale si può, e addirittura si deve, secondo san Tommaso, opporre forza alla forza.

VIM VI REPELLERE LICET.

Di questo già effettivo progresso del pensiero politico occidentale ci vuole qualche secolo ma verranno chiariti alcuni punti.

Il primo punto è il superamento di un limite fondamentale di san Tommaso. Il tiranno nella sua visione è sempre e solo l’autorità secolare, coè l’imperatore (ben sai come in quegli anni si svolgessero lotte senza quartiere per il controllo dell’Italia tra papato, casata D’Angiò e gli svevi Hohenstaufen). Mai è anche solo ventilata nella sua opera l’idea che l’autorità spirituale possa essere tirannica. Di conseguenza è impossibile che qualcuno invochi per se stesso la capacità di interpretare la volontà di dio. In altre parole e fuori dai denti: le elites possono anche sbarazzarsi di un qualche demagogo preso da deliri di onnipotenza, ma non è mai da mettere in discussione l’ordine sociale vigente.

Farlo, cioè dire che l’ordine sociale vigente forse non funziona molto bene, è inconcepibile per un san Tommaso qualsiasi. Non per esempio però per un altro Tommaso, quel Thomas Muntzer che nel 1525 guidò la rivolta della città di Allstedt. Per Muntzer (ti consiglio di leggere gli Scritti politici, editi presso Claudiana nel 1972) la violenza non è più solo la risposta al comportamento tirannico del singolo, ma il necessario viatico per l’affermazione di un ordine sociale nuovo.

Capisci che un’affermazione simile è gravida di sconvolgenti quanto interessanti conseguenze.

ps. leggiti se ne hai voglia due bei libri sulla storia di Muntzer e della sua rivoluzione:

E. Bloch, Thomas Muntzer teologo della rivoluzione, Feltrinelli, 1980

P. Blickle, La riforma luterana e la guerra dei contadini. La rivoluzione del 1525, Il Mulino, 1983

poi, ma solo dopo, perdi anche tempo con Q.

Quando sono nato io erano veramente giorni di lacerazioni estreme. Due diverse idee del mondo si fronteggiavano apertamente per le strade e per le piazze. Non potevo capire allora che una di quelle idee era l’Utopia di un mondo di eguali, quella che mi avrebbe affascinato nelle mie letture degli anni adolescenti, l’altra era invece l’utopia della mediocrità.

Quando finalmente ho avuto l’età per capire e prendere parte a quei torbidi, quei torbidi non c’erano più. Una disperante pace sociale edificata, in poco più di dieci anni e senza la minima pietà, sulle macerie dovute a quella strategia che hanno chiamato della tensione, opprimeva i miei desideri e quelli dei miei coetanei. Li opprimeva senza violenza. Facendoli diventare altro. Era successo questo: che il valore di scambio ne era uscito vittorioso, da quei torbidi. Fai attenzione. Non lo dico io. Lo diceva uno molto più saggio di me.

Si era formato, il valore di scambio, come agente del valore d’uso; ma ha condotto così bene la sua guerra – tra gli anni ottanta e i primi novanta- da porre le condizioni del suo dominio assoluto –gli ultimi quindici anni. Questa vittoria, che va dal novantaquattro a oggi, è il momento in cui la merce ha occupato totalmente il sociale: chiamalo spettacolo, se vuoi, chiamalo berlusconismo, se preferisci.

Il valore di scambio fonda la sua pace sociale prendendosi pieno carico, anzi prendendo il pieno controllo, del tempo e dello spazio: della narrazione cioè. Trasformando tutto in un ributtante tempo presente. E mentre io e la parte migliore della mia generazione, nel tempo strenuamente presente di quella pace sociale, coltivavamo un disatteso desiderio di rivolta, Guy Debord – era lui quello che diceva come era successo tutto questo – il 30 di novembre del 1994, era un mercoledì, si sparava una palla nel cuore.

Lo dico un po’ per celia, un po’ per non morire. Di noia. E lo chiarisco subito: centra niente Puccini. Anche se la madama Butterfly mi piace ogni giorno di più (starò rincoglionendo?). Centra, e tanto, invece Petrolini.

Insomma: sono convinto non sia possibile liquidare il libro del dottor Fredric Wertham (Seduction of the Innocent, Rinehart & Co., 1955) come l’opera di un maniaco ossessionato dall’igiene morale che aveva trovato il suo drago da combattere nel fumetto. Wertham non era né un catto-coglione alla ricerca di un satanico nemico da esorcizzare, né un fascistello nostalgico di improbabili etno-purezze culturali. Era un positivista con tendenze socialiste, e sapeva, da medico (più volte lo ribadisce nel suo libro) che il fumetto è solo un sintomo, non la causa, di una più grave malattia sociale: il (libero) mercato.

Certo le conseguenze cui il suo libro diede seguito non depongono a suo favore. Ma c’è la dentro un’idea fondamentale: che l’origine cioè di ogni aberrazione sociale non è né medica né morale né psichica, bensì economica.

I fumetti non sono pericolosi, ma sintomatici di una società schiava del mercato e del profitto. I fumetti sono la prova evidente della nostra incapacità a liberarci dal feticismo della merce. Nel fumetto la disparità tra valore d’uso e valore di scambio è talmente evidente da diventare sintomatica. Se il valore d’uso del fumetto, valutabile sommando la qualità dell’insieme degli altri oggetti necessari a costituirlo (cioè carta, matite gomme e inchiostro) alla quantità di lavoro umano (artistico o artigianale qui poco importa, e comunque è questione oziosa) impiegato per produrlo, è sensibilmente inferiore al suo valore di scambio; cioè al prezzo che ci è richiesto (e che siamo disposti) di pagare; questo significa che da qualche parte dobbiamo trovare qualcosa d’intrinseco al fumetto come oggetto che, in qualche modo, pareggi questa differenza. Questo qualche cosa lo troviamo nella sua utilità. Mica un’utilità campata in aria. Talmente determinante anzi della qualità del corpo del fumetto che esso come merce non potrebbe esistere senza di essa: il nostro stolido e frustrato desiderio di evasione, di fuga, di un mondo migliore; che si traduce nella volgare e sciatta compravendita di una merce. Il fumetto.

Siamo talmente reificati –talmente assuefatti all’idea che il mondo non sia altro che mercato e che l’unico rapporto possibile tra gli uomini sia quello tra produttore e consumatore- da conferire freudianamente a una mera mercanzia di carta straccia inchiostrata significati emotivi e desideri derivanti da ben altri contesti. E che in altri contesti dovrebbero trovare soddisfazione. Invece disarmiamo ogni aspirazione a qualcosa di diverso con la nostra fuga nell’avventura mensile a fumetti, dove riconfermiamo quel mondo di merci dal quale avremmo voluto fuggire, e dove la merce resa più forte dal nostro gesto (l’acquisto reiterato) contempla se stessa in un mondo da essa creato.

Indispensabili qui, almeno queste letture: la prima sezione del libro primo del CAPITALE di Marx; poi Isaak Rubin, Saggi sulle teoria del valore di Marx, Feltrinelli,1976 e La società dello Spettacolo di Debord, Valecchi, 1979

La merce che si racconta attraverso la merce: diventa l’unica realtà. A discapito della vita. Il fumetto è dunque una delle tante sovrastrutture attraverso le quali il pulsante bisogno sociale viene canalizzato e addomesticato in manifestazioni innocenti e inoffensive (dalla masturbazione ai cretini che si radunano in maschera alle fiere per imitare un qualche personaggio preferito, dagli altrettanto cretini disposti a sfiancarsi in file interminabili per una dedica con disegnetto alla lettura da quarto d’ora che disinnesca ogni pensiero critico con formulette ovvie e neutrali). Ne è possibile quindi solo una critica impietosa e decostruttiva, che porti in luce tutti quei momenti di questa forma di espressione ove essa ha superbamente messo da parte “la sintassi dello spettacolo” per parlare la lingua dell’esistenza. Una lettura da intendersi desanctianamente storicistica, scevra da ogni evasione di carattere formalistico (che tutto comprende in nome di un’astratta estetica crociana) e semiologico (che tutto comprende in nome del linguaggio). Che attraverso la filosofia della prassi e le sue categorie storiche metta alla gogna la merce e i suoi sacerdoti.

C’è da chiarirsi.

Una critica dei fumetti non è mai veramente esistita. Se si escludono le ormai datate ecolalie (ci trono su) e le banalità fofieggianti c’è ben poco in giro. Vedo solo i preteschi untorelli delle cosiddette rivistine di critica a schizzi mucchietti e pugnette (di china però) e spazi bianchi. Assolutamente privi di un’ idea teorica, di un’elaborazione critica, di uno straccio di qualche lettura che non siano sempre e solo fumetti: tutti letture disordinate e poco meditate e a fumetti (appunto!), estensori di tante inutili recensioni, scritte solo per soddisfare la propria frustrata ossessione. E se dell’ossessione non è preda un Piranesi un De Sade un Campana un Poe o un Lovecraft (persino sì!, visto come mi accontento?), mi dispiace ma il destino di quei figuri è la gabbia del cronicario. Che tra l’altro si costruiscono da soli con i mattoni del loro ego asfittico e ripetitivo. Chiudendosi fuori dalla vita. D’altra parte, lo diceva Forest, il fumetto è un paese chiuso (anche su questo ci torno su). Desiderarne una (di critica) storicista potrebbe sembrare una follia.

Vabbene sono folle.

Di conseguenza oggi sono furioso come Aiace; tradito e raggirato e offeso da questa truppa di fumettologi fumettari fumettati che nemmeno può aspirare alla dignitosa tragicomica sguaiataggine di un’armata Brancaleone, e che tiene in ostaggio la santa puttana fottuta arte del raccontare storie con i disegni impedendoci da tempo di leggere qualcosa senza farci piangere di vergogna per l’altrui insipienza e coglionaggine e insipida supponenza. Vorrei massacrarli tutti (a parole ovvio, anche se qualche riflessione sulla violenza, quella fisica, l’ho pure sorelianamente fatta; ma tant’è), e come Aiace che accecato da un dio di cartone invece degli achei massacrava pecore, così io accecato dal sole di Spagna probabilmente sparo nel vuoto.

L’importante, in fondo, ci ha insegnato Bianciardi è aprire il fuoco. Il resto viene da sé: fosse magari pure la rivoluzione.

Me mi accontento di meno, oggi.

Mi accontento di sottolineare che se la verità si scopre facendola (era Vico o era Marx a dirlo?), il fare (la prassi) diventa condizione imprescindibile del conoscere (Gentile o Gramsci?).

Conoscere. Non imparare.

Costruire quindi una nuova critica. Ma costruirla da zero. Avendo il coraggio di buttare via tutto. Tutto quello che ci hanno insegnato. In secoli di “educastrazione” ; buttare le loro lezioni da farci imparare. E tenerci per noi, invece, le cose che abbiamo conosciuto, che quelle sì sono importanti. Buttare via tutto. I milioni di copie vendute con opere da mercimonio grafico e formulette narrative arruginite e sempre le stesse da anni ormai.

Buttare via tutto e ridire da zero.

Piantarla di parlare di fumetto e di sue crisi; parlare semmai di crisi delle capacità di editori e d autori, e, non dico obbligarli ad assumersele, ma almeno rinfacciargli le loro responsabilità. Cheppoi: la responsabilità non è una colpa. Almeno: non conseguentemente. Interpretarla sempre in quest’ottica è un po’ il volersene stare comodi nel pregiudizio di matrice catto-qualunquista che rassicura gli uomini assolvendoli tutti perché tutti colpevoli. Con mossa tattica il cattolicume reazionario ottocentesco, per spazzare via la civiltà critica giacobina, aggiorna il peccato originale alla quotidianità spicciola: azzera l’originale tensione della metafisica cristiana all’impossibile e livella tutti nella latrina delle individuali meschinità, alleviati dalla convinzione che l’umanità intera sguazzi con noi. Siamo tutti colpevoli, quanto meno di mancanza (la mancanza della scelta – che poi altri fanno per noi), quindi nessuna responsabilità per nessuno. E cazzi propri per ciascuno. Balle! La responsabilità invece è la conseguenza di una scelta, che comporta l’assunzione di alcuni doveri. Vedi. Ancora. Non posso farne a meno di Sartre. Qui mi riferisco al capitolo sulla responsabilità che deriva dalla nostra condanna alla libertà: folgorante!, l’ultima splendida parte de L’Essere e il Nulla, Il Saggiatore,1965, pp. 614-618

Va da sé. E’ assolutamente ovvio che un editore ovvero un autore (quale che sia) è liberissimo (questa è una banalità che quasi mi vergogno a ribadire) di fare come vuole e come meglio riesce il suo mestiere. Ma è altrettanto ovvio che, siccome (sartrianamente) non esiste alcuna condizione che possa fare presa su di una libertà, se costui decide di fare, per sua personale inclinazione, un certo tipo di fumetto tanto che quanto da esso prodotto diventa nel nostro paese l’unico metro di considerazione “popolare” per l’idea di fumetto, è come se portasse su di se l’intera responsabilità di quest’idea. Da qui una conclusione un pochino, forse, scontata: se assolutamente è impossibile un giudizio morale (robaccia da preti) sulla sua responsabilità escludendone dunque ogni colpa, è possibile però darne un giudizio estetico e di conseguenza uno etico. D’altra parte quanto il bello e il giusto siano strettamente legati ce lo ha picchiato in testa Kierkegaard, che tutta la vita si è interrogato sulla responsabilità della scelta: l’io è la meta verso la quale tende l’individuo, e questo io non è un’astrazione, quindi l’individuo nel suo movimento non può evitarsi di avere influenza verso il mondo circostante (Aut-Aut, Mondadori), secondo il quale la responsabilità è “la semplice rivendicazione logica delle conseguenze della nostra libertà”.

In spiccioli: ogni scelta influisce sul mondo. Anche la più piccola, per la parte che la riguarda. Una scelta esteticamente positiva influisce sul mondo in modo positivo. Una scelta esteticamente negativa influisce sul mondo in modo negativo.

I fumetti seriali (chiamateli popolari se volete) sono brutti. Anche se vendono milioni di copie.

O meglio. Sicuramente non sono né belli né etici: in quanto la bellezza presuppone, è vero, la norma, ma ne è al tempo stesso il superamento e l’abbattimento; mentre i fumetti seriali sono esclusivamente (e con pochissime eccezioni non italiane) norma codificata e ripetitiva, il cui superamento è reso impossibile (a rischio altrimenti dell’esistenza del fumetto seriale stesso) dalla necessità di una comunicazione che consenta una comprensione piana (piatta) ed uniforme per il non-lettore di fumetti.

Il buon vecchio Bakunin sosteneva che l’unità disciplinare va sempre a scapito della spontaneità creatrice del pensiero e della vita, uccidendola.

Arricchendo il giudizio estetico di prima con un granello di eticità possiamo affermare che i fumetti seriali annoiano. Di conseguenza fanno male. Alla salute dei lettori.

 

Greetings from Hicksville, Ohio

 

 

A dare retta alle voci dei saltimbanchi che (tra una sceneggiatura conveniente alle leggi del mercato e qualche schizzo di china per renderla fruibile al grande pubblico delle stazioni ferroviarie e l’organizzazione di un festival per cerebrolessi in maschera, trovano pure il tempo per sdottoreggiamenti teorici) di fumetto si occupano per professione, sembrerebbe però che oltre a quello seriale altro fumetto non ci sia dato di poter leggere. La storia ufficiale del fumetto sarebbe quindi solo quella del mercato. “Una storia di frustrazione. Di potenziale irrealizzato, di artisti che non hanno mai avuto l’opportunità di realizzare quel capolavoro, di storie che non vennero mai raccontate… oppure vennero epurate da supervisori dalla mentalità ristretta…”. (Dilan Horrocks, Hicksville, blackVelvet, 2003. Raramente, giuro, mi è capitata una lettura a fumetti così intensa e ispirata. Sarà per una certa comunanza di vedute, ma lo considero un capolavoro). E’ vero. E quel che è triste è che alcuni di quei saltimbanchi che di tale fumetto sono i guardiani sono pure in buonafede. Idioti.

Gli altri gli interessa solo il mercato.

Avesse almeno avuto ragione Lacan. Secondo il quale l’autore di un libro, di un’opera, di una cazzutissima cosa qualsiasi non è nessuno. Anzi. E meglio. E’ il linguaggio narrato che assurge a identità con la funzione di distruggere il proprio locatore. Magari! Lo squallido linguaggio che parlano distruggesse la maggioranza dei facitori di fumetti! Magari!

Però pure in questa trista prospettiva c’è, come sempre, una possibilità di salvezza dal peccato originale. Qualcuno c’è stato, nell’ultimo centinaio d’anni o poco più, che ha tentato, nonostante la trinarciuta guardia del cerbero-mercato, di elevarsi al di sopra della merce, di raggiungere la pura espressione. Di annullarsi nel logos.

Una critica storicistica non può quindi che indagare nella biblioteca di Hicksville e scrivere di conseguenza una introduzione alla vera storia del fumetto.

Ma Lacan aveva torto. E i mercanti prosperano nel tempio.

Ho sempre portato scarponi, perché ho sempre viaggiato a piedi. Di quelli fatti apposta per andare alla ricerca della verità e della giustizia; di quelli giusti per prendere a calci nel culo tutti quei cagoulardi (sempre comunque essi “critici” impegolati in qualche trista operazione editoriale) che da circa quando esiste il fumetto ci impestano la vita con i loro cervellini ordinati e le loro leggi borghesi. Custodi dell’attuale e dell’ordine. Ma a me Nietzsche aveva insegnato che “ogni società ordinata assopisce le passioni”(la gaia scienza). Ne ho troppe di passioni che mi bruciano il ventre e la testa, eppoi ormai so di cosa erano e sono capaci le labbra di Bocca Dorata, e non conoscendo tutt’ora i limiti della mia erranza preferisco non conoscerli. Così mi incazzo.

La follia dei collezionisti è soltanto un epifenomeno (il più evidente) del processo che identifica il fumetto con la merce tout-court. Ben altre evidenze saltano all’occhio. Se si trascurano per un attimo le serie da edicola (che merce sono e null’altro pretendono se non nei vezzi isterici di qualche redattore rancoroso), questo risulterà palese soprattutto in certo fumetto pseudoautoriale, nel quale mediocrissimi personaggi tardo-adolescenziali vengono caratterizzati solo attraverso gli oggetti che possiedono, i locali che frequentano, i libri che leggono e (addirittura) i farmaci che assumono. La derealizzazione totale dell’esistenza, quella che Marx chiamava “sussunzione del reale”, a favore della tautologia del mercato.

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