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“Almeno io la vedo così”.  Dice il greco Diamantis, uno dei personaggi principali di uno dei libri più belli di Jean-Claude Izzo. Marinai Perduti.

Io la penso più o meno come Diamantis. per questo sono profondamente convinto che un viaggiatore che parte senza un bel sentimento di responsabilità etica nello zaino, forse è meglio se ne stia a casa.

Ne ho chiacchierato con Claudio Calia all’Università di Utopia, durante il corso di laurea in Autoanalfabetismo.

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concludo alcune riflessioni

Mi diverto con il dire che i fumetti di Guy Delisle non sono reportage di viaggio, ma i diari delle sue vacanze. In realtà non è nemmeno così. Una vacanza comporta comunque almeno una scelta: quella della destinazione. Delisle non sceglie le proprie destinazioni. Gli sono, in qualche modo, imposte: le prime trasferte lavorative a Pyongyang e Shenzen;  poi al seguito della sua compagna Nadège che lavora per Médecins Sans Frontières in Birmania e a Gerusalemme.

Nei primi tre volumi (Shenzen, Pyongyang e Birmania, pubblicati in Italia da Fusi Orari tra il 2006 e il 2008 e riproposti ora da Lizard) Delisle interpreta la cultura di quei paesi e quello che gli accade personalmente secondo i punti di riferimento di quello che Michel Onfray (Filosofia del Viaggio-Poetica della geografia, Ponte Alle Grazie, 2010) definirebbe “il suo sguardo prefabbricato”, rinchiuso nel paraocchi del tempo del suo lavoro e della sua appartenenza geografica: quella del mondo ricco, comodo, occidentale. Lambisce la cultura dei paesi dove soggiorna per lunghi periodi senza mai affrontarla seriamente; non si mette mai in gioco, non rischia nulla; resta sulla superficie, virtuoso surfista del neocolonialismo produttivo (è supervisore di non so quale studio d’animazione globalista), di tutti gli epifenomeni della sua vita in quei paesi e in quei periodi; milita incessantemente alla radicale difesa della propria appartenenza borghese e occidentale.

Di conseguenza il suo lavoro – tra l’altro la costruzione delle sue tavole è di una piattezza disarmante, che se non ci fosse l’azzardo di qualche ellisse narrativa ogni tanto, quasi ti coglierebbe la noia- non comunica al lettore nessuna sorpresa, nessuna meraviglia per la differenza, la diversità e la molteplicità. Trattandosi, in questi primi tre libri, dei diari della sua permanenza in paesi, da lui stesso definiti, del terzo mondo, oltretutto governati da dittature ideologicamente avverse alla sua indefessa occidentalità, non sorprende che le caratteristiche del suo approccio a quelle culture risulti rassicurante per il lettore occidentale, che ne ha decretato il successo.

Ma quando deve raccontare del suo soggiorno in un paese che, tutto sommato, in parte rientra nello specifico occidentale, ma che è anche centro conflittuale di incontro di almeno quattro culture diverse e inconciliabili, i nodi vengono al pettine.

Cronache da Gerusalemme (2012, Rizzoli-Lizard) svela la sua assoluta incapacità a raccontare il viaggio. Il suo non è lo sguardo del colonialista arrogante ed eurocentrico come poteva essere quello di Chatwin pronto comunque all’estetica dell’avventura e della conquista e alla responsabilità che comporta; non è nemmeno lo sguardo, come vorrebbe il mio amico Paolo nella sua introduzione all’edizione di questo libro per il Corsera, di un viaggiatore disambientato: tutto sconcerto e stupore. E’ lo sguardo di uno che semplicemente non capisce, non si assume nessuna responsabilità e vorrebbe andarsene al più presto.

Cronache di cosa, le sue da Gerusalemme? Che a parte i lamenti dell’autore non ci succede niente. Già nelle prime tavole, favorevolmente colpito dalla modernità dell’aeroporto Delisle afferma che finalmente stare lì per un anno gli permetterà “una volta tanto di vedere qualcosa di diverso dai paesi del terzo mondo”. Già lo capisci, i paesi che ha visitato, dove ha vissuto sono per lui un tutto indistinto, la piattezza della normalità dell’arretratezza rispetto alla diversità (perchè superiorità) del suo mondo vero, quello di plastica dei centri di relax dove l multinazionali per cui lavora mandano i loro dipendenti a ritemprarsi. Ma già l’accento della persona che li riceve all’aeroporto lo colpisce: è arabo. Così in tre vignette il collegamento arabo – terzo mondo lo porta a preoccuparsi per quello che sarà lo stato del loro alloggio. Poi ogni volta viene smentito, ma questo non gli insegna niente. I suoi processi epistemologici restano sempre gli stessi.

Quando una rappresentante di MSF passa a spiegargli la situazione di Gerusalemme, prima che sua moglie cominci a lavorare, Delisle ammette di non averci capito niente. Ma dice di avere un anno per riuscire a capirci qualcosa. Quando partirà dopo 340 tavole di noia del lettore, continuerà a non averci capito niente e quel che è peggio senza avere fatto capire niente a noi, nonostante la pazienza che abbiamo dovuto metterci nel leggerlo.

Nel trattato primo del Convivio Dante ci da una spiegazione di quali sono le cause che tengono gli uomini lontano dalla conoscenza. Alcune le colloca dentro l’uomo, altre al suo esterno. Le prime possono riguardare il corpo (qualsiasi sorta di impedimento fisico) oppure la mente (un qualche impedimento caratteriale), le seconde attengono alle circostanze e sono di due tipi: gli impegni lavorativi e famigliari che non lasciano tempo per la sperimentazione, e le condizioni ambientali. Per Dante, uomo del suo tempo, l’impedimento fisico e quello famigliare non sono da vituperare, anzi. Gli impedimenti ambientali sono, a suo avviso (che Marx era ancora lontano) colpa di chi li subisce, certo, ma non poi così gravi come l’impedimento mentale: l’incapacità di essere responsabili. Una specie di vigliaccheria epistemologica. Conoscere significa prima di tutto assumersi la responsabilità di interpretare.

Dunque se ha ragione Gaston Bachelard (e ha ragione, cazzo!) quando dice nel suo La poetica dello spazio (Dedalo, 2006) che compito del viaggiatore è dare risposte alla richiesta senza tregua di decodificazione che ci fa il mondo, i libri di Delisle, che a questo livello epistemologico non riescono ad arrivarci, non possono essere definiti diari di viaggio.

Per lo stesso motivo, probabilmente, riscuotono tanto successo.

edward_saidP.S. Se ti va di sapere veramente qualcosa di quelle zone guardati, se proprio devi a fumetti, Joe Sacco, Palestina, Mondadori; se invece sai leggere allora non perderti Edward Said, La questione palestinese, Il Saggiatore; James L. Gelvin, Il conflitto israeliano-palestinese, Einaudi; T.G. Fraser, Il conflitto arabo-israeliano, Il Mulino; e il mio preferito per semplicità e immediatezza Alain Gresh, Israele-Palestina, ancora Einaudi. Li trovi tutti facile in qualsiasi libreria.

MilanoNoir7Stamattina per andare in edicola a comprare Quaderni Ucraini di Igort – il quinto volume di quella insulsa e incoerente collana che è Graphic Journalism, ho attraversato il mercato di via Osoppo. Al banchetto dove mi fermo ogni tanto a prendere frutta e verdura aveva della borragine fresca molto bella. Non ho resistito. Ne ho comprato circa un kilo. Ora, dei Quaderni Ucraini ti parlerò, bene, dopo che ti avrò parlato male delle Cronache da Gerusalemme di Delisle. Intanto ti racconto la ricetta veloce che ho fatto con la borragine per sfamare la famiglia.

Che l’hai un pacco da mezzo kilo di pasta corta? Ce l’hai un po’ di salsiccia, diciamo due etti? E un cipollotto? Grana e Pecorino? Dell’olio non dubito, che se non hai in casa nemmeno quello sei uno che mangia sempre al ristorante; buon per te.

Pulisco circa metà della borragine che ho comprato (quella che avanza la farò fritta impanata), la lavo e poi la faccio bollire per cinque minuti. La raffreddo passandola nel ghiaccio e la metto nel mixer. Ci aggiungo un pezzo di grana e un pezzo di pecorino: vado a occhio, regolati secondo il tuo gusto; poi una presa di sale, quattro cucchiai d’olio e uno di acqua fredda. Sminuzzo.

Poi libero dal budello la salsiccia, la schiaccio con la forchetta e la rosolo in pochissimo olio. Tengo la fiamma dolcissima. Quando mi sembra che sia al punto giusto di rosolatura aggiungo il cipollotto a fettine grossolane. Sfumo con del vino bianco e proseguo cottura per cinque minuti.

Mi cuocio (siamo in quattro) tre etti e qualcosa di pasta corta, rigata assolutamente!, al dente.

Salto velocemente in padella pasta, salsiccia e pesto di borragine.

Servo. I bambini spazzano. Io e mia moglie accompagnamo con del Cannonau rosato, cantina Jerzu, 2012.

Song of the open road

“From this hour, freedom!  From this hour I ordain myself loos’d of limits and imaginary lines,  Going where I list, my own master, total and absolute,  55 Listening to others, and considering well what they say,  Pausing, searching, receiving, contemplating,  Gently, but with undeniable will, divesting myself of the holds that would hold me.”

Walt Whitman

 

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Berlino. Wedding.

Tardo pomeriggio di un giorno di prima metà maggio.

Seduto a un tavolino del Wine&Geflugel, all’incrocio tra Malplaquetstrasse e Nazarethkirchstrasse, Boris (che poi sarei io) beve una Berliner Kindl alla spina e fuma la pipa mentre studia una carta stradale. Leonida (che poi sarebbe mio figlio quello grande) beve un succo di pesca e sfoglia distrattamente la Lonely Planet dedicata alla Germania.

Poi mi dice.

-Dì papà… io non credo che dovremmo andare ad Amsterdam… Sai, adesso non penso proprio che mi interessi andare là tra i tuoi amici anarchici. Preferisco se facciamo la strada delle fiabe… quella che avevano fatto i fratelli Grimm quando poi hanno scritto il loro libro…

Quasi mi cade la pipa di bocca. -E questa dove l’hai pescata?- gli chiedo. -L’ho letta qui sulla tua guida. Ho visto che Hameln è vicinissima a Hannover… allora mi dico, visto che a Hannover dobbiamo comunque andarci… non possiamo poi scendere verso Hameln e cominciare da lì a scendere tutta la strada delle fiabe? Vorrei proprio vedere com’è e se esiste davvero questa città…

-Certo che esiste. E’ sulle carte no?! – glielo faccio vedere sulla cartina dove sta Hameln – Poi, continuo, com’è lo sai no? Quante volte l’hai letta la favola del pifferaio magico?!… scusa. -No! Se è segnata sulle carte non vuole dire niente… dobbiamo esserne sicuri… dobbiamo andare a vedere.

Già. Logica ferrea quella dell’andare a vedere. Mia da sempre. Sa dove colpirmi mio figlio, quello grande, quando vuole qualcosa. Andare a vedere. Era, se non sbaglio (e non sbaglio), il grande geografo anarchico Elisée Reclus che pensava che la conoscenza non si costruisce sulle carte ma attraverso lo spostamento. Solo se vai a vedere puoi conoscere qualcosa. Il resto, quello fatto sulle carte, al limite, è imparare.

In un bellissimo libro del 1872, Roughing it (lo trovi in italiano standardadelphianamente tradotto con il titolo di In cerca di guai), Mark Twain usa, probabilmente per  primo –quasi avesse letto Reclus- in lingua inglese, il termine vagabonding. Non riesco  a tradurlo con “vagabondare”.  C’è dentro molto di più della banale saggezza di stampo orientale, oggi tanto di moda, che ci fa sapere che lo scopo di chi viaggia non è arrivare. Arrivare interessa ai turisti da weekend, sia pure lungo. Come invece ai viaggi(au)tori da bestseller – sì penso a Chatwin- interessa solo ritornare. A quelli come Delisle interessa solo andarsene. Non certo ai tipi come Mark Twain.

Lo tradurrei: andare a vedere senza per forza sapere cosa. Anche solo a verificare se quella cazzo di città, cui gli italiani aggiungono per pronunciarla una i, esiste davvero. Viaggiare è l’unico modo per ampliare il paradigma cui si conforma la nostra vita. Almeno appena abbiamo qualche giorno libero, spezzare il mortifero abbraccio delle nostre abitudini e delle nostre convinzioni, di quel bagaglio di stronzate che riteniamo necessarie a salvarci la vita e che invece, per undici mesi all’anno, ce la svuotano quotidianamente di senso. Quando siamo in viaggio persino ordinare un pranzo  è gravido di sorprendenti possibilità.  Nella possibilità di cui quei pochi giorni all’anno che dedichiamo al viaggio sono ricchi, c’è l’essenza, il fertilizzante, di quella sorpresa mista a meraviglia che ci coglie davanti alla irriducibilità del reale.

Uno dei motivi per cui non sopporto Delisle (ma lo vedremo nel dettaglio) è la sua assoluta indifferenza a questa possibilità. Anzi mi sembra che sia sempre alla disperata ricerca di ricostruire, ovunque si trovi, il paradigma della sua quotidianità borghese.

In un altro libro, che mi sento di consigliarti, dedicato alla storia dei modelli del mondo, Franco Farinelli ci descrive lo scontro tra Ulisse e Polifemo come lo scontro tra chi si muove e chi sta fermo. Questo scontro è “l’opposizione originaria, il cui esito, favorevole alla mobilità, ha fatto di quest’ultima la condizione fondamentale per tutto quello che chiamiamo cultura” (p.94).

Se abitassimo un linguaggio, come sembrano credere quelli che venerano il verbo incarnato, potremmo anche vivere e conoscere senza muoverci. Ma noi abitiamo il mondo, ed è impossibile viverci e conoscerlo senza muoversi. Dobbiamo muoverci e non possiamo eludere ciò di cui ti dicevo prima: il problema delle mappe e della “retorica cartografica”.

 

La Strada4Pur considerandolo un grandissimo scrittore – posso dire di avere consumato a furia di rileggerle le mie edizioni Adelphi di In Patagonia, Il Viceré di Ouidah e Le vie dei Canti –  non ho mai nutrito particolare simpatia per Bruce Chatwin. La sua vera natura narcisistica e, a mio avviso, reazionaria è mostrata senza remore soprattutto negli scritti minori. Illuminante in questo senso è la raccolta postuma di articoli vari (dagli anni sessanta alla sua morte nel 1989) curata da Jan Borm e Matthew Graves e pubblicata nel 1996 sotto il titolo di Anatomia dell’Irrequietezza. In cui è inclusa anche, ti dicevo, la sua recensione a Patagonia Rebelde di Osvaldo Bayer.

Per farti capire quale livello di malafede raggiunge Chatwin in quello scritto dovrei farti un’analisi comparata della lunga recensione e mostrarti tutti i punti in cui mente a proposito del testo di Bayer. Ma come dice Fumettologicamente io sono uno che blatera aggratis e quindi, visto che non mi paga nessuno, te la faccio breve e risparmio il tuo tempo e il mio.

Con un’acrimonia apparentemente inspiegabile Chatwin attacca il lavoro di Bayer definendolo una lunga tirata retorica e ideologica contro i latifondisti inglesi che aveva acquistato le terre patagoniche dal governo argentino ed erano poi stati abbandonati alle violenze dei peones. Dopo una descrizione della gente della patagonia così carica di disprezzo da far pensare che durante il suo viaggio qualcuno gli avesse rubato il portafogli, Chatwin dice che Bayer trascura nella sua analisi storica quella nota parte del carattere dei peones patagonici per cui “il loro ritegno esplode d’improvviso di una frenesia di sesso, di bevute e di violenza”.

Poi. Uno dei punti cardine dello studio di Bayer è la dimostrazione indiscutibile della falsità delle accuse mosse dalle autorità argentine – per giustificare il massacro –  a quelle cilene e poi a quelle russe, di aver provocato sostenuto e finanziato i rivoltosi. Chatwin sostiene che su questo Bayer sbaglia perché le autorità di frontiera argentine gli avevano assicurato dell’esistenza di documenti in contrario. Ovviamente a differenza di Bayer questi documenti lui non li cita e non li mostra. Ma il momento più alto lo raggiunge quando, in chiusura, millanta di aver conosciuto a Punta Arenas, dove Antonio Soto si era rifugiato per fuggire alla fucilazione, un vecchio tosatore di pecore scampato al massacro che gli  avrebbe raccontato che i capi dello sciopero, quelli non erano mica lavoratori, non avevano lavorato un giorno in vita loro perché erano baristi, barbieri, artisti!

C’è da chiedersi perché Chatwin sentì la necessità di pubblicare uno scritto così feroce contro Bayer e contro gli anarchici come Antonio Soto che avevano condotto gli scioperi e la rivolta in Patagonia? Perché uno che come lui si considerava un nomade, quindi – a portare alle estreme conseguenze quanto sosteneva nei suoi scritti sul nomadismo – il discendente di quei pastori vagabondi senza preoccupazioni di ordine politico e sociale, mostra una così spiccata simpatia nazionalista per quei latifondisti che stabilivano ordine, gerarchia e proprietà?

Probabilmente perché Chatwin come ci spiega Paul Thereux nel suo Chatwin Revisited, Granta, giugno 1993, non era quello che diceva di essere. Cioè un viaggiatore.  E gli serviva quindi screditare da subito, prima che In Patagonia uscisse, l’unica persona che sapeva come l’aveva realizzato quel libro. Un ottimo lavoro, racconta Bayer, di splendida struttura narrativa ma non il diario di un viaggiatore, semmai il solido romanzo di un abile cocinero. Cioè di uno che aveva saputo dosare alla perfezione in una nuova struttura (sostengono i malevoli soprattutto grazie alle competenze della sua editor Susannah Clapp) gli ingredienti presi nei libri che lui gli aveva prestato.

Per quanto gli piacesse darsi giustificazioni alla Montaigne o alla Ibn Battuta non riesco a trovare nei suoi libri una cosa fondamentale che, ritengo, deve esserci negli scritti di ogni viaggiatore. La consapevolezza, come diceva un altro grande viaggiatore a me sentimentalmente più vicino Ryszard Kapuscinsky, che quando scrivi del tuo viaggio non puoi sfuggire alla responsabilità di qualcosa (L’altro, Feltrinelli,2007). Quando scrivi del tuo viaggio sei responsabile della strada che percorri perché ogni passo ti avvicina all’incontro con l’altro.

Quando leggo Chatwin ho la sensazione che gli fosse indispensabile partire solo per, come in una vecchia brutta canzone di Vecchioni, vedersi ritornare. Dell’ALTRO, di incontrarlo, mi sembra ogni volta che lo leggo, che in realtà non gliene fregasse niente.

In fondo quando uno di quei critici impiegati paragonò, se non ricordo male sul Corriere Della Sera, il Jovanotti autore di quel florilegio di irrilevanze – spacciato per diario di viaggio- che era Il Grande Boh a Chatwin, non era in preda a un raptus di selvaggio servilismo verso l’editore che non aveva avuto la vergogna di pubblicarlo, ma dimostrava che persino in quel ambiente avevano da tempo capito il valore del secondo come viaggiatore.

Che resta sia chiaro, comunque, a differenza di Lorenzo Cherubini, un ottimo romanziere.

Guy Delisle nemmeno quello. Ma ci arrivo.

(continua)

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