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UUUH. Dai cazzo! Mi guardi come i lettori di fumetti davanti alla vertigine del pensiero. Nessuno stupore, solo incomprensione. E, alla fine, disinteresse. Questo lo capisco. Ne provo tanto anch’io per troppe cose. Mi ricordo, ad esempio, di Valentina (adesso fa coerentemente carriera nel campo dell’usura legalizzata: non so per  quale istituto di credito) le davo -millanta anni fa- ripetizioni di latino e filofofia. Non capiva niente – anzi non le fregava di niente- ma staccava pompini da favola. Ne fui innamorato, per sei mesi. Finché non capì, o fece finta, la grandezza di Kant e io non fui, nel tentativo di farglielo capire, completamente svuotato (non mi riferisco solo ai coglioni). Allora perdemmo l’uno per l’altra e l’altra per l’uno ogni interesse. Ma non è questo il punto. Almeno: non solo. Comunque.

Chiariamoci.

Per una paccata di anni che ammonta a secoli l’indagine conoscitiva era stata appannaggio della filosofia naturale. I cervelloni che ci si impegnavano osservavano e sperimentavano la natura, poi riflettevano. Cioè: raccoglievano dati quantitativi e autoevidenti per derivare da essi teorie. Spesso insulse fregnacce.

Questa cosa, che qualcuno ha chiamato empirismo radicale, ammetteva- ingenuamente- solo quel tanto di teoria che può derivare da un’osservazione senza preconcetti.

Il punto è che se anche tutti (oh! gente come Keplero, Galileo, Liebniz, Cartesio) facevano finta di crederci (un po’ come a dio) e quando presentavano le loro teorie scientifiche vi si attenevano scrupolosamente (intendiamoci: la cosa ci ha dato anche capolavori letterari come il Dialogo sopra i due massimi sistemi), nessuno nella pratica della ricerca scientifica lo faceva.

Ti faccio un esempio su tutti. Riprendendo necessariamente quanto detto nel post precedente.

Se leggi quel gioiello letterario e scientifico che è I principi matematici della filosofia naturale di Newton (ti avviso: non è facile trovarla, l’edizione UTET del 1989 e comunque costa un botto, pescalo dal torrente) ci troverai un modello esplicativo precisissimo svolto secondo i principi di quella filosofia naturale. Però il problema è che la teoria di Newton, la fondazione della meccanica e in particolare della dinamica, quel metodo d’indagine lo mandava a ramengo (cfr Ernst Mach, Conoscenza e errore, Einaudi, 1982).

Perché. La dinamica non è mica facile vederla, è necessaria una bella dose di astrazioni concettuali.

Come avrebbe potuto altrimenti Newton arrivare a capire che le forze determinano l’accelerazione e non la velocità? Se si fosse limitato a osservare la natura avrebbe pensato, come tutti i pensatori prima di lui, e come pare evidente dal semplice osservare che le forze determinano la velocità. Invece. Newton riflette su argomentazioni galileiane riguardanti il carattere relativo della velocità e arriva a formulare (di astrazione in astrazione) la sua teoria.

Sì, ma cosa c’entra Kant in tutto questo?

Ci entra, eccome. Vedi, Kant, un po’ leibniziano un po’ newtoniano, prende atto di un dato di fatto e con estrema chiarezza (lo dice Popper, mica io, in Congetture e confutazioni, Il Mulino, 1963) confuta, nella Critica della ragion pura, il mito baconiano della necessità dell’osservazione per derivare da questa una qualche teoria valida, e afferma: “che il mondo quale lo conosciamo è una nostra interpretazione dei fatti osservabili alla luce delle teorie che inventiamo noi stessi” (sempre Popper, stesso libro, p. 329).

Cazzo. Lo senti il rumore di teste che rotolano giù dalla ghigliottina? Questo è un punto fondamentale, di non ritorno, per la liberazione del pensiero. La nascita di una nuova epistemologia. E non basteranno tutte le fenomenologie hegeliane, heiddeggeriane o husserliane a tornare indietro; non basteranno gli aforismi di un mentecatto sifilitico (Nietzsche, sì) o lo zelo occamizzante degli oxfordiani a banalizzarlo.

Il mondo non è una cosa semplice.

Proprio no.

Camus aveva torto. Il capitano Haddock ragione.

Già a pagina nove del suo libro attualmente più ambizioso…(Nel corso del Testo, Bompiani, 2004) capisco perché quando Daniele Barbieri parla di fumetti nello specifico, difficilmente andiamo d’accordo. Dice infatti Barbieri, e io riassumo alla bruttodio, che una situazione senza tempo è una situazione in cui nulla accade. Sì insomma, una situazione senza novità e conseguentemente senza produzione di senso. Ovviamente non si riferisce al tempo come inteso dalla fisica classica; sarebbe infatti impossibile sostenere che un’immagine come una vignetta è soggetta al tempo astronomico-cronometrico,ma bensì un tempo dipendente dalla situazione rappresentata, dove basta che la differenza che rompe il ritmo sia pertinente per quel contesto affinché ci sia scorrere del tempo. Bene questo è verissimo ed è quello che diceva, più o meno, anche Ricoeur.

Barbieri estende il concetto al fumetto, sostenendo che esso adopera per rendere lo sviluppo temporale meccanismi simili alle altre forme narrative.Lo scorrere del tempo, necessario alla produzione di senso, sarebbe dato dalla creazione di un rilievo. Che poi sarebbe l’improvvisa rottura di un ritmo istanziato. Alla fine tutto gira attorno alla vignetta, la cui variazione improvvisa, dimensionale, spaziale e formale creerebbe quel rilievo (pertinente all’architettura della tavola) che spezza il ritmo stabilito dalle altre vignette, facendoci cogliere bettetinianamente il senso del tempo.

Beh, mi sembra un modo colto ed elegante per dire che aveva ragione Eisner.

Io non lo penso. Che avesse ragione Eisner. Perché ritengo che il fumetto sia la dimostrazione palese che può esserci narrazione senza tempo. Il fumetto a differenza delle altre, che sono grandezze continue, è una forma di narrazione a grandezza discreta.

Nelle sue meditazioni Leibniz (Meditazioni sulla conoscenza, la verità e le idee in G.W. Leibniz, Scritti di logica, Zanichelli, 1968) sostiene la liceità del “certo non so chè”. Cioè: dice. Che è tuo indiscutibile diritto trovare un’opera bella o brutta , interessante o trascurabile per quel certo non so che, che ti resta inesplicabile. Anzi, dice, può anche darsi che proprio quell’inesplicabilità sia ciò che ti rende attraente quell’opera.

Mi è accaduto una volta. Una sola. Leggevo e rileggevo Un rude Hiver (dopo la traduzione Mondadori del 1947, puoi trovarlo in una più recente edizione Einaudi) di Queneau. Non ci succede niente. Niente di niente. Un rancoroso reazionario va a pranzo da suo fratello, poi passeggia in riva al mare chiacchierando con un militare inglese e alla fine accompagna al cinema due bambini incontrati su un tram. Eppure per un motivo che non riuscivo a capire, e non era certo per quel disvelarsi ad ogni lettura di nuovi dettagli di cui parla, non ricordo dove, Perec, mi sembrava un libro splendido. Forse per quel certo leibniziano non so che.

Poi.

Qualche tempo dopo mi capitano tra le mani gli Ecrits pornographiques (editions 10/18) di Boris Vian. Allora capisco. Che Un rude Hiver io lo adoro perché è un libro pornografico. Pura letteratura erotica. Non me ne ero mai accorto. Non c’è sesso nel libro. Solo emozioni, perfettamente orientate però –ecchecazzo! A che serve saper scrivere!- verso i centri sensoriali di mia minore resistenza. Non certo, in questo caso, il cerebro. Più in basso, di sicuro. Dice poi Boris Vian che qui, in questo libro, quelle sensazioni –l’erezione chioso io e il bisogno di soddisfarla, con una sega anche… – che altrove ci suscita la rappresentazione dell’amore esplicito, ce le suscita un raffinatissimo flirt intellettuale tra citazioni letterarie e filosofia.

Ora. Se soddisfare quest’erezione nata dal bruto desiderio (chennesò: i romanzi di Caldwell) ovvero dalla sollecitazione intellettuale (appunto: Queneau ne raggiungerà poi l’apoteosi nel ciclo di Sally Mara), fosse facile come procurarsi un bicchiere di vodka o un pacchetto di camel, e se lo si potesse fare in pubblico, quando se ne ha voglia… l’amore intendo,con chi cavolo ci va, senza chiudersi in una stanza o nascondersi da qualche parte… beh, dice sempre Vian, l’alcolismo e il tabagismo sparirebbero subitamente.

Appunto.

Eccoci al passo indietro che ti avevo promesso.

Quando compare per la prima volta nella vita di TinTin, il capitano Haddock é sbronzo fradicio.

Avrai letto, sono sicuro, quell’aureo libretto di Tom McCarthy dedicato a Tintin. Un bel libro (Tintin e il segreto della letteratura, pubblicato da Piemme). Pagina dopo pagina c’è tutta una serie, ispirata alla lettura fatta da Barthes in S/Z della balzachiana Sarassine, di intuizioni interessanti e un serio tentativo di sistemazione ermeneutica dell’opera di Hergè. Ce n’è una di fondamentale – nel senso che fa da chiave di volta del libro- tra queste intuizioni, però tutta sbagliata.

Siamo in Le sette sfere di cristallo, il capitano Haddock è da sedici sere che si siede nello stesso palco del Music Hall Palace dove canta la Castafiore. Dice McCarthy di non credere a quanto sostiene Haddock: che non si perde una sera dello spettacolo per vedere il numero dell’acqua trasformata in vino.

Dice McCarthy che è dalla Castafiore che Haddock è attratto; perché in fondo Haddock è omosessuale e la Castafiore un travestito. Oddio, McCarthy è molto più elegante e raffinato nel dirlo, ma la sostanza è questa. D’altra parte non è mica il solo. Albert Algould nell’esilarante La Castafiore, biographie non autorisée, Chiflet & c., 2006, sostiene che l’usignolo milanese sia in realtà Fiorentino Casta, l’ultimo dei castrati e lascia intendere che Haddock ne sia stato uno dei numerosissimi amanti.

Ma, per quanto divertente e interessante, non è questo il punto. Anche perché se Haddock è omosessuale, è sicuramente a Tintin che va la sua tenerezza.

Il punto è la bottiglia.

Sgombrando subito il campo da possibili fraintendimenti psicoanalitici che ci riporterebbero alle interpretazioni di Algoud e McCarthy: la bottiglia non è un simbolo fallico.

Il Capitano Haddock è un alcolizzato.

Per lui la bottiglia non ha niente di simbolico. E’ il cazzo.

Non so se ricordate un bel libro di Pete Dexter, recentemente ripubblicato da Einaudi, Il cuore nero di Paris Trout. A un certo punto, per ristabilire la gerarchia Trout sodomizza la moglie Hanna con una bottiglia di Whisky. Attraverso questo atto di violenza Hanna prende consapevolezza e abbandona il marito per l’avvocato difensore che gli aveva fatto avere una pena lievissima per l’omicidio di una bambina nera. Trout ucciderà l’avvocato e si sparerà in bocca. Facendo in qualche modo giustizia.

Quello che volevo dire è che la bottiglia è sì veicolo di violenza, ma al contempo di conoscenza/consapevolezza. Non simbolo. Strumento.

Quindi. Torniamo a noi. E alle Sette sfere di cristallo. Haddock sta seduto per sedici serate di fila a vedersi quello spettacolo per due motivi:

il primo è che il tempo nei fumetti non esiste. C’è solo lo spazio. Quindi una, sedici, mille volte o meno di un quarto di secondo non fa differenza. Quello che conta è lo spazio. L’architettura costruita da Hergè con geniale stratificazione, che diventa illegittima metafora del tempo.

Il secondo è che i miracoli non esistono. Haddock, ateo ubriacone e pederasta, lo sa bene che l’acqua non può diventare vino. Quella che sta applicando sera dopo sera è un’indagine dubitativa, che lo porterà alla conoscenza partendo da un trucco diegetico per arrivare al disvelamento finale del simulacro: la Castafiore che in realtà è un uomo, quindi un falso nell’accezione più comune del simulacro; ma anche e di più l’AlphArt. L’opera d’arte. Il fumetto. L’oggetto privo di implicazioni di tipo referenziale. Nell’accezione semiotica di simulacro.

Bene. Ma che cazzo c’entra la bottiglia?

Un attimo. Ci arrivo. Ho detto che la bottiglia è lo strumento che permette questa conoscenza. Per farti capire come, devo fare un grosso passo indietro e poi uno piccolo in avanti.

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