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“la storia va avanti, indietro, sopra e sotto…” Diego Cajelli

“Beh! se non c’è un re da sedurre come farò? Questo sconvolge i miei piani” Barbarella

UNO.

Fiumi di inchiostro e di cazzate sociologiche sono stati versati sulla rilevanza rivoluzionaria di un fumetto come la Barbarella di Forest all’interno della storia dei costumi della nostra struttura sociale. Ma non è qui, nel semplice mostrarsi della nudità e dell’atto sessuale che sta l’importanza di Forest. La questione è ben altra, e riguarda l’idea stessa di fumetto.

A metà circa della sua prima avventura, Barbarella giunge nei pressi della città di Sogo. Ogni giorno nel cuore di questa città, nella sua torre di comando viene inventata una nuova perversione, cui nessuno può resistere. Sembrerebbe il trionfo dell’idea sadiana: il re di Sogo, un libertino più perverso del Duca di Blangis, organizza ogni giorno una festa di sesso e di sangue alla quale nessuno riesce a sottrarsi. C’è però un problema.

Sogo sottostà a una severissima legge morale secondo la quale chiunque ceda alla tentazione di quelle perversioni inventate dal suo re, viene duramente punito. Non puoi evitare di cadere nella depravazione organizzata dal re della città, e al contempo vieni punito per averlo fatto: con l’esilio nel labirinto che circonda la città. Un luogo terribile e sinistro dal quale non c’è alcuna possibilità di fuga. Non si può nemmeno salire sulla cima del muro del labirinto per vedere quale sia la strada da fare: se ci provi c’è una razza di pescicani volanti, che non possono abbassarsi mai al di sotto delle mura e che nemmeno possono volare più alti, pronta a divorarti nel tempo di una vignetta.

Lo vedi da te. Nemmeno sono cominciate le sue avventure e Barbarella si trova già davanti a questa situazione teorica (che forest svilupperà in modo ineccepibile in ICI MEME) paradossale e apparentemente insanabile. Apparentemente, sì.

Ma per farti capire perché devo raccontarti una cosa.

A metà di febbraio del 1940, mentre Jean-Paul Sartre, assegnato (e vai a capire il criterio logico di queste assegnazioni) al servizio meteorologico dell’Esercito Francese, è di stanza in Lorena sul fronte occidentale, a Parigi Gallimard publica la sua prima opera filosofica di ampio respiro: L’imaginaire.

La storia era iniziata però un po’ di anni prima. Più o meno nel 1933 quando il ventottenne Sartre si trovava, grazie al viatico di Raymond Aron, a Berlino a seguire le lezioni di Husserl.

Sartre resta molto colpito dalla scoperta del pensiero di Husserl: primo ad avere sviluppato una vera e organica fenomenologia dell’immagine.

Per come l’ho capita io, che sono orso di duro cervello, Husserl sosteneva che l’immagine di un oggetto, a differenza del segno linguistico che lo designa, mantiene (per quanto possa essene distante) in comune con l’oggetto stesso diverse determinazioni. Si può quindi sostenere che l’immagine riproduce l’oggetto e se fa questo vuol dire che partecipa in pieno dell’attività cognitiva. Attenzione però, che Husserl era pur sempre intriso di empirismo, che se l’immagine partecipa attivamente alla costituzione della conoscenza, questa può compiersi in modo definitivo solo attraerso il contatto con l’oggetto. La rappresentazione ci serve per conoscere, ma senza il dato percettivo non può esserci nemmeno rappresentazione. La conclusione è scontata: per Husserl l’immagine è ontologicamente legata alla percezione. L’immagine di un oggetto viene appresa attraverso la manifestazione sensibile dell’oggetto stesso alla nostra percezione, ma serve al contempo a portare notevoli informazioni alla nostra coscienza per costruirci la conoscenza dell’oggetto in questione.

Ecco.

Questa cosa qui a Sartre mica lo convince fino in fondo. Ci mette anni a costruire la sua fenomenologia dell’immagine, dal 1936 al 1939, che vedrà la luce in due testi fondamentali: L’imagination, pubblicato nel 1936 e quel L’imaginaire che già ti ho citato, pubblicato nel 1940.

Husserl, dice Sartre, ha torto quando sostiene la capacità dell’immaginazione di confrontarsi, attraverso i legami dell’immagine con l’oggetto, con l’essenza della realtà. Perché l’immagine, afferma Sartre, è un’intenzione nientificante. Cioè un nulla d’essere, visualizzazione di un oggetto sullo schermo della sua assenza. Ma se l’oggetto è assente, potrebbe addirittura non esistere. Infatti, conclude Sartre, l’immagine dà il suo oggetto come non-esistente. Non ci lega ad alcun oggetto. Ne consegue che percezione e immaginazione sono inconciliabili e l’immaginazione può essere espressione di una vertiginosa libertà.

Bello. Però cazzo, abbiamo finalmente un dibattito fenomenologico sull’immagine e si tratta di due posizioni nettissime che determinano le immagini con una proprietà ontologica unilaterale: l’essere per Husserl, il nulla per Sartre. Ricazzo! Se buttiamo, come meritano, nel cesso i deliri heideggeriani sulla natura immanente e al contempo trascendente dell’immagine, non è possibile una posizione mista, fondata sulla congiunzione di queste due posizioni e non sulla loro contrapposizione?

Certo che è possibile. Ci penserà un signore che si chiama Edgar Morin, e che nel 1956 pubblica un libro intitolato le cinema ou l’homme imaginaire, a fonderle in una sintesi ineccepibile.

(continua)

-Al suo posto venderei!

-Mai!

Comincia più o meno con questo dialogo, tra il muratore che fa la manutenzione dei suoi muri e Arthur Mème, che solo lungo quei muri può vivere, una delle opere fondamentali del fumetto: Ici mème, di Forest e Tardi.

A mio avviso la più lucida lucida riflessione sulla natura del fumetto.

In tutta franchezza a me dei fumetti non me ne importa quasi nulla. Nella mia quotidiana lotta per strapparmi uno straccio di libertà contano punto niente.

Dice: e allora perché ne parli in continuazione?

Ma proprio per questo, carissimo: perché posso permettermi nel parlarne la più totale libertà, e soddisfarne così il mio piccolo bisogno. Poi ovviamente perché, pur essendo il fumetto tra i sintomi più commerciali di un mondo sbagliato, c’è comunque nella sua struttura il potenziale più feroce per scalfire di qualche piccola crepa quello stesso mondo che si regge sulla narrazione e sul mercato. Piccole crepe dove alla rituale manfrina che si devono fare, sempre e comunque, i conti con il mercato (vendere!), qualcuno risponde: mai!

Naturalmente alla fine questo qualcuno sarà sconfitto, e c’è nella sua sconfitta tutto il sapore di una tristissima resa; ma intanto il seme è gettato e le erbe che cresceranno tra quelle crepe potranno, se ne avremo cura, con le loro radici allargarle sempre di più le crepe, fino… magari… a sgretolarli quei muri.

Vediamo un po’.

Ci raccontano gli storici, quasi a conferirle una giustificazione d’ineluttabilità, che l’economia monetaria deriva direttamente dalla primitiva economia del baratto. La natura del mercato sarebbe quindi connaturata a quella dell’uomo e strade alternative al capitalismo non ci sarebbero. Per poter spacciare come vera una tale falsa generalizzazione a proposito della natura umana, si è usata un’arma assolutamente vincente: la grande narrazione.

La narrazione è un potente narcotico sociale: per fare dormire i bambini non gli si racconta una storia? Tanti bravi lettori borghesi non leggono proprio prima di dormire? La narrazione che è mimesi rigorosamente gerarchizzata nella formula autore-editore-distributore-libreria-lettore sembra fatta apposta per riflettere la realtà della nostra vita controllata dal (super)mercato. Se la narrazione è mimesi, cioè specchio del reale, allora quello che racconta non può essere che il mondo com’è: quindi meglio farcene una ragione e spingere sorridenti il nostro carrello della spesa.

Vero niente.

Marcel Mauss sosteneva – in quel bellissimo saggio di etnografia militante che è Saggio sul dono, del 1925 (lo trovate recentemente ristampato nella PBE Einaudi) – che un’economia basata sul baratto non è mai esistita, che un’alternativa all’economia monetaria è stata sempre possibile e in vari momenti praticata: quella del dono.

Torniamo per un attimo al fumetto.

Tra gli anni settanta del milleottocento e gli anni trenta del secolo successivo si consuma l’ultima grande offensiva dell’Utopia contro l’economia monetaria. La Comune di Parigi, la rivoluzione spagnola del 1873, la banda del Matese, gli scioperi di Chicago, la makhnovcina, la repubblica dei consigli di Monaco, l’impressionismo, la Comune di Budapest, Kronstadt, il surrealismo, l’insurrezione dei peones della Patagonia, il dadaismo, la rivoluzione Catalana.

Sapete tutti come finisce. Ogni alternativa al mercato sconfitta dai suoi occhiuti e armati custodi: il fascio-capitalismo e il comunismo. L’utopia spenta nel sangue e nella narcosi del feuilleton e nel realismo socialista.

E’ più o meno in questi anni che il fumetto assume la forma che gli conosciamo. Da subito, ovviamente, fa i conti con il mondo come lo vogliono i vincitori: quello dell’ordine borghese e di un mercato sterminato. Possiamo dire che li fa bene i suoi conti; e che si inserisce senza eccessivi traumi nell’organizzazione editoriale che questa realtà comporta. In due modi diversi: borghese e pedagogico (Christophe, Hodgson, Mussino) in Europa, sui periodici destinati all’infanzia; popolare e seducente in America (Outcault, Dirks, Opper) sui grandi quotidiani. In Europa l’intento pedagogico si trasformerà nella soporifera e innocua gabbia dell’avventura e delle interminabili saghe rompicoglioni come XIII. L’unica preoccupazione, invece, per i proprietari dei grandi quotidiani americani è vendere sempre più copie, il fumetto serve a colpire e acquistare “lettori” seducendo il grandissimo popolo degli analfabeti. In quest’ottica agli autori di fumetti viene concessa massima libertà espressiva. Ma se la libertà è troppa anche il fumetto da strumento normalizzante può diventare destabilizzante. Così si rese necessario il giro di vite e il Comics Code. La libertà allora si rifugia sottoterra. Un po’ come ad Arthur Mème restano solo le mura del paese chiuso, mentre sui campi e sulle strade spadroneggiano i suoi cugini (quegli idioti in maschera che come tanti supereroi disoccupati lo assediano nella bellissima sequenza finale del libro).

Ma il mercato non sopporta la libertà; allora, come il Presidente fa restituire al signor Mème le sue terre per vincere le elezioni, mantenere il potere e normalizzare tutto, così per disarmare il fumetto Underground e normalizzarne gli autori, il mercato si inventa la Graphic Novel. Il colpo di grazia alla possibile utopia del fumetto glielo da Art Spiegelman, il Karl Marx del fumetto, il quale riesce –così ci dicono- a dire l’indicibile analizzando e riscrivendo il linguaggio del Capitale (quello di Disney: Topolino e Gambadilegno che ci raccontano la Shoah), il quale ringrazia e gli trova subito una collocazione merceologica: il romanzo grafico.

 

Come i teisti credono nel loro dio, così quelli che pensano e fanno e quelli che leggono fumetto, succubi – a questo punto – di quel dio più grande e più inesistente ancora che è il romanzo – sovrastruttura della classifica di vendita-, credono in una cosa che si autoperpetua stordendoci: la storia… la narrazione.

 

Se il fumetto ha parentele, non le ha né con il cinema né con la letteratura (storie storie e storie fino a sfondarci il cerebro e i coglioni con quella mitopoiesi da un tanto al chilo; non si illuda nessuno, il mito è reazionario… chiunque lo coltivi rafforza il capitale)… certo il fumetto gioca con il tempo e le parole… ma non sempre… le ha queste parentele con la musica, con la pittura e con il teatro, perché come loro non è mitopoietico, è autopoietico.

 

Non mi sembra un caso che Forest e Tardi facciano ricevere in dono (come diceva Mauss l’alternativa all’economia monetaria) al Signor Mème una copia di Topolino, regalatagli da un bambino profugo dal paese chiuso; uuuh… è un dono strano, è il fumetto stesso che potrebbe farsi sovversivo e fermare l’ingranaggio perverso del potere economico – non so, pensate per un attimo a quello che M.S. Bastian fa a Topolino nello splendido Squeeze; ma allora un altro fumetto è veramente possibile! Non stavate scherzando.

Si può per davvero tornare indietro –alle origini- come consiglia Giulia (mai più a Tardi riuscirà di disegnare così bene l’utopia) e buttare in acqua il Topolino che lui si tiene stretto.

Certo si può ma mica è facile.

Mica tutti hanno la grandezza e il coraggio di Bastian. Sarebbe come chiedere a un Van Hamme qualsiasi di fare la rivoluzione. Impossibile.

Forest e Tardi lo sanno: non si fa la rivoluzione con i fumetti. Al limite, se ti dice bene, ci metti insieme il pranzo con la cena.

Allora Arthur Mème uccide Giulia e butta in acqua lei invece del giornaletto di Topolino, poi va, con la sua barchetta verso i mari dell’avventura/narrazione, mentre la caricatura del cortomaltese droghiere riemerge dalle acque, con la sua chiatta stracarica di salsamenterie e di libri, perché il potere/mercato ha bisogno di storie per perpetuarsi.

Un finale che agghiaccia, che ci lascia senza speranza tra gli scaffali di un ipermercato, tra scatole di fagioli e graphic novel. Adesso ci raccontano storie, all’insegna della verosimiglianza forse,mai più della verità.

Eppure… ci sono quelle crepe. C’è sempre dentro quell’erbaccia. C’è sempre qualcuno, come Tardi, che si chiederà: “le roman ceci, les roman graphiques cela… et mon cul, il est graphique?”.

C’è sempre qualcuno che non vuole dormire, che al verosimile preferisce la verità, che non vuole gli si raccontino storie.

 

Ma poi no.

Invece uno l’equilibrio ce lo trova, eccome; che glielo indica un tipo di nome Panebarco. Incontrato per caso a Sestri Levante, tra gli scaffali di una libreria vecchia e scassa tra le pagine di un libro Savelli. Folgorazione e rivelazione. Teorica. La storia del fumetto comincia qui, tra le non molte tavole di Tiralo ancora Ignatz (nel volume La semplice arte del derelitto, Savelli,1979, pp.11-29). Qualcuno mi ha detto, dopo, comparso la prima volta su una rivista di nome “il Mago”, nel settantasette. Avevo nove anni allora, giocavo (male) a pallone e leggevo (forse) Tex. Però questo volumetto che ne contiene le tavole, tutto scollato e squadernato (oggi), è stato per me prezioso. Lo tengo stretto nello scaffale dei libri che non abbandonerò mai. Quella storia fu fondamentale (allora). Per un perché semplicissimo.

Qualcuno ha fatto fuori, per i suoi bei (giusti o meno non importa) motivi, il vecchio Corto. H.P. pontefice annoiato e annoiante, puzzolente di santità, assume il Big Sleeping per scoprire chi è stato. La moglie del Maltese, cicciona alcolizzata e rossa naturale (ragazzina una volta) mette lo sfumazzante e dormente Big sulle tracce del Carletto Marrone suo amante (odierno o di allora?) che fa il pizzaiolo a cinque isolati da lì. Il Brown viene ucciso dai terribili Mordilleros proprio sotto gli occhi del nostro investigante. Il quale, dopo le rituali schermaglie con la ottusa (sempre) polizia, si reca al Golden Ballon, cabaret gestito da un certo Snolinsky, dove l’imbolsita Mafalda tiene recital comici che non fanno ridere. Lotar serve al banco e il cinico topo Ignatz suona al piano laconici valtzer. Snolinsky mette il nostro occhio privato sulla pista di certo Oreste Settebellezze. Mentre sta recandosi da colui, Big Sleeping viene aggredito da Popeye e per evitare il peggio lo stecchisce con una pistolettata. Il cadaveraggio non è ancora, a questo punto, terminato. Anche Settebellezze Oreste viene ammazzato dai Mordileros sotto gli occhi annoiati dello Sleeping e del lettore. Prima di morire, come in ogni pallido giallo che si rispetti, il morente confida all’ orecchio del dormiente di una certa qual lettera celata al Golden Ballon. Quivi introdottosi annottando Big Slleping legge la lettera, furbescamente tenuta nascosta nel cassetto della scrivania di Snolinsky. Con essa il Corto Maltese ricattava lo Snolinsky minacciando di rivelare a tutti che in realta egli altri non era che il pulcioso bracchetto di nome Snoopy operatosi a Casablanca e diventato in conseguenza irresistibile playboy. Vistosi scoperto l’ex-bracchetto sta per uccidere il nostro indagante eroe, ma viene fermato dal deusexmachinoso intervento del topo Ignatz, che con santa e doverosa mattonata sulla cervice per sempre lo leva dai coglioni. “Odiavo quel bracchetto. Mi aveva portato via la gatta che amavo”. E’ il commento del topo, che chiude la storia, mentre in compagnia di Big Sleeping si allontana lungo la strada invasa dalla notte.  

Al di là del fatto che ad aprirmi gli occhi sul fumetto fu un grande addormentato (e lascio perdere le implicazioni psicanalitiche), queste poche tavole sono la cronaca di una tautologia; non sono Godard e a maneggiarle (le tautologie) rischio solo di ferirmi. Ma è così. Quindi corro il rischio; e quello che voglio dire, e che dice Panebarco è questo: che il fumetto è il fumetto. Un universo chiuso e autoreferenziale, un simulacro (come si diceva), ma non ermetico – con tutte le implicazioni e commistioni che questo comporta- sempre e comunque contemporaneo al lettore. Non è possibile quindi farne una storia (alla faccia dei tanti critici esperti che solo quello sanno fare: dimenticabili libelli in cui fatti nomi e autori si rincorrono ad imperlarsi in rispettoso ordine cronologico), in quanto non esistono agli occhi del lettore intelligente precise collocazioni temporali: se non quella dell’attualità appunto; ché l’atto di leggere è coniugabile solo al tempo presente.

Un’opera a fumetti ammette dunque ontologicamente una sola categoria del tempo: il presente.

Un’ opera a fumetti è; esiste nel preciso momento in cui viene letta (guardata), a differenza per esempio di un film, che è condannato a non poter prescindere dal profilmico. Cioè da una coniugazione temporale sempre al passato: costituita dall’invadente presenza simulacrale di ciò che ha concorso a formarlo, nel particolare: gli attori e i luoghi. Un film è sempre qualcosa che è già stato. Che si ripete certo, grazie a un artificio della tecnica, ma che non è mai attuale perché mostrando ciò che è già accaduto non fa altro che disvelare dei cadaveri. L’ombra di corpi che sono stati, che hanno agito una volta per tutte. Il cinema è un enorme mausoleo. Abitato da spettri bellissimi ma morti e stecchiti. I personaggi dei fumetti invece, anche quando panebarchianamente vengono ammazzati, non sono mai morti. Perché: il fumetto (quando non è sterile serialità da collezionisti) è una splendida festa a sorpresa. Piena di confusione e rumore. Il fumetto è un saporito piatto di minestra che ha tutti gli aromi e i profumi della vita e dell’adesso. L’ho compreso a mie spese. Mentre mi ci ero messo, lì, per trovare un equilibrio a queste cose e sono inciampato (forse a causa delle troppe sigarette accese) nella termodinamica e in Hypocrite (un piccolo gioiello. La più compiuta opera di surrealismo erotico. Mica facile da rintracciare. Allora un grazie a l’Association per averlo ristampato. Hypocrite et le mostre du Loch-Ness, l’Association, 2002) di Jean-Claude Forest che diceva “…e plus je suis petite, plus je suis mechante”. Nulla sembrerebbe qui andare perduto nell’ambiente. E il secondo principio della termodinamica (secondo il quale la natura chiede un contributo ogni qualvolta accade una trasformazione: asimmetria dell’universo che non permette quando si verifica una trasformazione spontanea la completa conversione del calore in lavoro) va allora a farsi fottere? No perché io che il lavoro lo odio ecco che ho la mia folgorazione, la rivelazione teorica. Per Forest (disegnato da Tardi: mi riferisco a quel gioiello di ICI MEME) il fumetto è un paese chiuso: e in un sistema chiuso e isolato (è sempre la termodinamica a dircelo, nel primo principio però) l’energia totale non varia e si conserva nonostante la trasformazione. Ma. Ogni tanto il paese chiuso si apre ché qualcuno lo legge, allora l’entropia riacquista il suo equilibrio.

Ecco il fumetto è pura intermittenza, tra un prima e un dopo (che sostituiscono calore e lavoro), in modo confuso e senza gerarchie logiche e temporali. Un seducente scintillio (Barthes) tra ciò che é stato (fumetto), ciò che è (assolutamente fumetto), e ciò che sarà (ancora fumetto). Senza alcuna opposizione: ma in un’unica categoria quella del qui e ora.

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