archivio

Archivi tag: Igort

“Almeno io la vedo così”.  Dice il greco Diamantis, uno dei personaggi principali di uno dei libri più belli di Jean-Claude Izzo. Marinai Perduti.

Io la penso più o meno come Diamantis. per questo sono profondamente convinto che un viaggiatore che parte senza un bel sentimento di responsabilità etica nello zaino, forse è meglio se ne stia a casa.

Ne ho chiacchierato con Claudio Calia all’Università di Utopia, durante il corso di laurea in Autoanalfabetismo.

18820299.jpg-r_640_600-b_1_D6D6D6-f_jpg-q_x-xxyxx

Devo ammettere che, pur riconoscendogli il posto che merita nella storia del fumetto italiano, non ho mai provato particolare trasporto per il lavoro di Igort. Né come autore: il suo disegno elegantissimo e la sua consapevolezza strutturale della tavola mi sono sempre sembrati come ingabbiati da un’ipertrofica esibizione dell’ego autoriale che smorzava, a mio parere, la potenza della narrazione. Quando leggo 5 è il numero perfetto ho sempre davanti Igort che mi dice : lo vedi come sono fottutamente bravo, eh, lo vedi? Rispondo: sì sei dannatamente bravo, ma ti levi di mezzo? Lasciami la mappa per orientarmi nella tua storia e togliti di mezzo. Non succede.

Né come editore: il progetto Coconino, quando c’era, è stato troppo incentrato sui gusti personali e sulle idiosincrasie dello stesso Igort. Per carità, a guardare alle attuali case editrici (penso tipo a Bao, Lizard o Panini) i cui cataloghi sono un’accozzaglia etero-estetico-narrativa di formati e di titoli buttati lì giusto per far fatturato (mi auguro per loro anche utile), Coconino è un gigante di coerenza teorica. Ma non è questo.

Il punto è che leggendo Quaderni Ucraini (Mondadori 2010, ma probabilmente riesci a recuperare in edicola l’edizione uscita qualche settimana fa per la collana Graphic Journalism del Corriere della Sera) ho ricevuto un pugno in faccia tale da far vacillare tutte le mie convinzioni sull’autore Igort.

jpg2136821Te lo dico subito: Quaderni Ucraini è un libro di una bellezza estrema e dolorosa e disperata (fa male, se cerchi consolazione vai altrove); un grande fumetto e un vero diario di viaggio.

L’unico libro che Wittgenstein pubblicò in vita, lo sai, è quel gioiello del Tractatus Logico-Philosophicus (1921). Ci sosteneva, assoluta novità che mandava a ramengo tutta la filosofia precedente, che il mondo sarebbe una totalità strutturata di fatti, un aggregato di fatti e non di cose.  Per rappresentarlo usiamo il linguaggio che è un sistema raffigurativo complesso. Per poterlo descrivere noi ci formiamo immagini dei fatti che compongono il mondo; queste immagini sono fatti raffiguranti e sono composte di oggetti tanto quanto i fatti che raffigurano, tra gli elementi che compongono i fatti, quindi,  e quelli che compongono le immagini che ci facciamo di essi, esiste un preciso rapporto di corrispondenza. La verità o la falsità di un’immagine dipende, di conseguenza, dalla sua corrispondenza o non corrispondenza con gli oggetti del fatto che rappresenta. Da questa teoria nasceva subito un problema. Se il linguaggio funzionava così, cioè se il significato delle parole dipendeva da un qualche tipo di immagine mentale, perché nessuna immagine era in grado di cogliere perfettamente il significato di una parola? Per esempio: la parola “cane”. Chi la usa sa cosa significhi anche se si trovasse davanti a una razza che non ha mai visto prima, proprio perché non abbina cani reali alla sua immagine mentale del cane.

Quindi?

Quindi sono cazzi. Perché a questo punto o il linguaggio mi inganna continuamente sulla reale natura delle cose oppure le corrispondenze tra i nomi e le cose non sono così univoche.

Wittgenstein risolverà il problema con un’altra pensata geniale. Lo farà in un’opera che vedrà la luce postuma nel 1953, a due anni dalla sua morte, le Ricerche Filosofiche. Mi sbagliavo, dice, il linguaggio non è un insieme di immagini elementari logicamente ordinate ma un insieme di espressioni che svolgono funzioni diverse, nell’ambito di pratiche e regole discorsive differenti. Il che vuol semplicemente dire che il significato di una parola non è la sua definizione, ma l’uso che se ne fa.

Dici niente.

igort

Nel settembre 2008 Igort parte per un lungo viaggio (durerà due anni) nell’ex Unione Sovietica con lo scopo di realizzare un libro su Cechov. E’ interessato a raccontare la vita del grande scrittore attraverso le case in cui ha vissuto. Un’idea simpatica, ma che si sarebbe risolta, temo, in un ibrido tra saggio accademico e Graphic Novel di cui uno degli esempi più riusciti e più noiosi è la biografia di Kafka realizzata da Crumb.

“Di solito” scriveva Ryszard Kapuscinski (Ebano, Feltrinelli,2000) “si pensa che muoversi con uno scopo preordinato sia positivo, nel senso che ci propone un certo fine e lo si persegue. D’altro lato è anche una situazione che impone fatalmente dei paraocchi, perché si finisce per vedere solo e unicamente quel certo scopo”. Ecco. Per nostra fortuna appena Igort entra in contatto con la realtà “forte e prepotente” di quei luoghi, con la “tristezza e il profondo dolore” delle persone che incontra, dimentica il suo scopo iniziale e si mette a raccogliere le loro storie, entrandoci  in profonda empatia, raggiungendo, quando ce le racconta, un equilibrio –che mai aveva raggiunto prima – tra la realtà del mondo, la sua percezione di quella realtà e le parole e le immagini (i fumetti, insomma).  Igort mette il suo ego autoriale al servizio della verità; diventa, direi in modo wittgensteiniano, con estrema efficacia –  e credo non senza fatica e, concedimi di crederlo, sofferenza –  il proprio linguaggio, in modo che il suo racconto, i suoi fumetti seguono, probabilmente forgiati da quella esperienza, la struttura del mondo in modo estremamente funzionale a essa. Se quando si usa la narrazione (il fumetto) per descrivere il mondo si fanno due cose: dire il modo in cui si scompone la realtà (per questioni ritmiche, narrative, grammaticali) e dire il modo in cui realmente la realtà e composta,  quello che fa la differenza tra verità e inganno è, come voleva Wittgenstein la maggiore o minore corrispondenza tra i due diversi dire.  Se le cose stanno così, e stanno così, mi sento di affermare che nei Quaderni Ucraini Igort realizza il suo capolavoro: un diario di viaggio che brilla per bellezza, verità e, soprattutto, per quella “responsabilità di qualcosa” cui un vero viaggiatore e un vero narratore, come Kapuscinski non si stancava mai di ripetere, non possono assolutamente rinunciare.

MilanoNoir7Stamattina per andare in edicola a comprare Quaderni Ucraini di Igort – il quinto volume di quella insulsa e incoerente collana che è Graphic Journalism, ho attraversato il mercato di via Osoppo. Al banchetto dove mi fermo ogni tanto a prendere frutta e verdura aveva della borragine fresca molto bella. Non ho resistito. Ne ho comprato circa un kilo. Ora, dei Quaderni Ucraini ti parlerò, bene, dopo che ti avrò parlato male delle Cronache da Gerusalemme di Delisle. Intanto ti racconto la ricetta veloce che ho fatto con la borragine per sfamare la famiglia.

Che l’hai un pacco da mezzo kilo di pasta corta? Ce l’hai un po’ di salsiccia, diciamo due etti? E un cipollotto? Grana e Pecorino? Dell’olio non dubito, che se non hai in casa nemmeno quello sei uno che mangia sempre al ristorante; buon per te.

Pulisco circa metà della borragine che ho comprato (quella che avanza la farò fritta impanata), la lavo e poi la faccio bollire per cinque minuti. La raffreddo passandola nel ghiaccio e la metto nel mixer. Ci aggiungo un pezzo di grana e un pezzo di pecorino: vado a occhio, regolati secondo il tuo gusto; poi una presa di sale, quattro cucchiai d’olio e uno di acqua fredda. Sminuzzo.

Poi libero dal budello la salsiccia, la schiaccio con la forchetta e la rosolo in pochissimo olio. Tengo la fiamma dolcissima. Quando mi sembra che sia al punto giusto di rosolatura aggiungo il cipollotto a fettine grossolane. Sfumo con del vino bianco e proseguo cottura per cinque minuti.

Mi cuocio (siamo in quattro) tre etti e qualcosa di pasta corta, rigata assolutamente!, al dente.

Salto velocemente in padella pasta, salsiccia e pesto di borragine.

Servo. I bambini spazzano. Io e mia moglie accompagnamo con del Cannonau rosato, cantina Jerzu, 2012.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: