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Sei (e poi ho finito. Che, a dirti la verità, cominciavo un po’ a rompermi il cazzo).

Non so se hai letto Sotto il sole giaguaro (nel caso recupera!) di Italo Calvino. Il volume è una di quelle furbate editoriali che sfruttano la passione necrofila dei lettori. Calvino muore nel settembre del 1985. Nel maggio dell’anno dopo Garzanti fa uscire questo volumetto che spaccia per l’embrione di un più articolato volume che l’autore avrebbe voluto realizzare sui cinque sensi, nel quale raccoglie tre racconti usciti tra il 1972 e il 1984. Dei due racconti sui sensi che mancherebbero (la vista – cazzo, fosse vero che perdita!- e il tatto) non c’è alcuna traccia se non qualche vago appunto preparatorio. Ma non è di strategie mortuario editoriali che mi interesso. In questo libretto c’è un racconto potentissimo. E’ il terzo, l’ultimo, della raccolta che riguarderebbe l’udito. Si intitola Un Re in ascolto e racconta, appunto, come diranno i miei piccoli lettori, di un Re il quale, per timore di essere deposto, non lascia mai il suo trono. Non ti elenco tutti gli accorgimenti, descritti da Calvino con la sua straordinaria leggerezza, che si è inventato per espletare tutte le necessità fisiologiche senza mai alzarsi dal trono. La cosa che conta è un’altra.

Questo Re attraverso l’attentissimo ascolto dei rumori e dei suoni che lo circondano ricostruisce attimo per attimo la vita cui il compito che si è dato lo sottrae e interpreta e conosce il mondo attraverso l’udito. Per farlo, per capire continuamente la quotidiana successione dei rumori, il Re si affida ai ricordi d’infanzia, perché come sostiene David Le Breton (pp.113/118 di quel libro che già ti ho detto: Il sapore del mondo) l’infanzia è soprattutto un bagno sonoro.

Quando i REM danno alle stampe il loro settimo album (ma il secondo per una major come la Warner) Out of time , nel 1991, Tuono Pettinato ha 15 anni. Fai attenzione. Out of time, che per quanto avessi adorato Document (ultimo album prima della firma con Warner) è a mio avviso il capolavoro dei REM, esce lo stesso anno del secondo album dei Nirvana: Nevermind. Credo che avere 15 anni, piena e maledetta adolescenza, quando escono due dischi come quelli è una cosa che lascia il segno; come avere 15 anni (io) quando esce Combat Rock dei Clash: roba che ti permette di continuare senza soluzione di continuità il bagno sonoro dell’infanzia. E di capire molte più cose del mondo di chi non ha avuto la tua stessa fortuna.

Ti faccio notare una cosa. Nevermind di Tuono Pettinato comincia come Corpicino, con un bambino che si avventura nel bosco. Non c’è bisogno di ribadire cosa sta a significare il bosco (leggiti i post precedenti). Solo gli occhi di questo bambino che si chiama Kurt, ma che potrebbe chiamarsi Calvin perché ha un amico che si chiama Boddah ma potrebbe chiamarsi Hobbes, sono due puntini insignificanti. Non è il suo sguardo che muove l’azione e porta alla conoscenza, quanto l’ascoltare come il Re di Calvino.

Un piccolo passo indietro. La canzone sotto scusa diegetica di suoneria del cellulare che, in Corpicino sottolinea l’entrata in azione di quello che possiamo considerare come il protagonista (il Matthai di Durrenmatt) della storia, il giornalista Gianni Martinelli è Shiny Happy People, sesta traccia di Out of Time dei REM. Ascoltala.

La canzone che in Nevermind accompagna il vagabondare del bambino nel bosco è Lithium, quinta traccia di Nevermind dei Nirvana. Ascoltala.

Il fumetto è un ordito di sguardi regolari, quasi sempre uguali con una storia che li lega uno all’altro. Gianni Martinelli non può fare a meno di cercare, è un adulto la musica non può più salvarlo, il senso che lega questi sguardi usando il suo sguardo. Non giungerà ad altra verità che quella banale di un giallo classico, le figurine seriali (come il fumetto) di un Cluedo qualsiasi. Il senso, la verità, non è nell’architettura logica degli sguardi. La vita non è logica. Lo puoi capire solo se oltre a guardare sai ascoltare, se conosci le pause che separano le battute di una canzone, se non hai dubbi sul quando, che è il dove, deve entrare ogni strumento. Perchè il fumetto, come una canzone, è un seguito di conseguenze necessarie solo nel momento che accadono.Ma potrebbero non accadere. E’ una cosa che finisce per coinvolgerti.

Nevermind è la traccia che viene prima. E’ ciò che succede prima che Marcellino Diotisalvi si avventuri nel bosco a pestar formiche. E’ Kurt e Boddah che si avventurano nel bosco, armati di fucile, a caccia di tutti gli stupidi Marcellini del fumetto seriale.

nevermind_contez_p89E che, come Calvin e Hobbes nell’ultima splendida tavola di Watterson, hanno davanti a se tutte le meraviglie possibili dei mondi possibili. C’è solo da esplorarle.

last-calvin1Tenendo il tempo. Il resto, come cantavano i Nirvana, tutte scuse.

Povero corpicino alto una spanna,
Povero nulla che per me sei tutto
E. De Amicis, I bimbi

 

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Cinque.

Una delle più riuscite letture della fiaba di Cappuccetto Rosso è quella del film di Cory Edwards: Cappuccetto Rosso e gli insoliti sospetti che, parodiando film classici come Rashomon e film furbetti come I soliti sospetti, da della antichissima fiaba l’interpretazione più corretta: un viaggio, che non lascia illesi, attraverso le difficoltà della conoscenza. Che La Promessa, come ho cercato di dimostrarti fino a qui, sia una riflessione filosofica sulle complicazioni etiche della conoscenza, lo avvalla quindi il fatto che l’archetipo su cui Dürrenmatt l’ha costruita sia la versione di Cappuccetto Rosso quella tremenda, raccolta da Charles Perrault nel suo I racconti di Mamma Oca del 1697. C’è tutto. La bambina vestita di rosso, l’essere feroce che la stupra e la uccide, e come nella versione di Perrault nessun lieto fine. Il lupo si mangia la bambina e nessun taglialegna interviene a salvarla. Poi soprattutto c’è il bosco.

Se hai letto Propp (e se non l’hai fatto fallo: procurati subito Morfologia della Fiaba, Einaudi lo ristampa in tutte le salse) sai che il bosco è luogo di pericoli e insidie che, se sai superarle grazie alle tue abilità, ti permette l’accesso alla conoscenza.

E’ con una lunga sequenza di tavole che mostrano un bambino che si avventura da solo nel bosco che si apre Corpicino di Tuono Pettinato. A differenza però della bambina di Dürrenmatt, e invece come la Cappuccetto Rosso di Perrault, il bambino Marcellino Diotisalvi non è innocente. Perché guarda il mondo. Hai fatto attenzione alla rilevanza degli occhi nella sua anatomia infantile? L’occhio, spiegava Merleau-Ponty (scusami, ancora sto bamba di filosofo… ma stavolta l’ha detta giusta) nella Fenomenologia della percezione (Bompiani, 2003), non è mai innocente, quando percepisce le cose lo fa attraverso i filtri di una cultura, di una storia, di un inconscio. Lo sguardo appartiene a un soggetto preciso, non esiste uno sguardo assoluto, ed è radicato nel corpo di quel soggetto; non riflette il mondo, lo costruisce con le sue rappresentazioni. Lo sguardo di Marcellino crea una rappresentazione di violenza. Vede delle formiche (hai notato come Tuono Pettinato sottolinei il suo vederle con la ridondanza di quelle lineette che vanno dagli occhi all’oggetto?) e scatena il massacro. Come lo sguardo (la serie di inquadrature in semisoggettiva) dell’assassino scatena l’azione dell’uccisione della quale Tuono Pettinato ci rende, con abile maestria, complici: non mostrandocela (le tre tavole nere) ci obbliga a immaginarla e quindi a esserne creatori. Più responsabili di così!

Nel 1873, qualche anno prima del Pinocchio, Carlo Lorenzini volge (come amava dire lui) in italiano I racconti di Mamma Oca di Perrault. Come sostiene Paolo Paolini (Collodi traduttore di Perrault, «Studi collodiani», Atti del 1° Convegno Internazionale, Pescia, 1974) molto del materiale narrativo e filosofico delle favole perraultiane scivolerà nel suo capolavoro. In particolare la poliedricità ermeneutica (delle svariate possibilità interpretative di Pinocchio ci ha dato conto Beniamino Placido, nel gustosissimo Tre divertimenti. Variazioni sul tema dei Promessi Sposi, di Pinocchio e di Orazio, Il Mulino, 1990). Non c’è quindi da stupirsi se, dopo il fulminante inizio che ci chiama, come minimo, a correi, il libro prende una piega che definirei manganelliana, attraversando sulle tracce del libro parallelo di Manganelli (Adelphi l’ha ripubblicato una decina d’anni fa, magari il Pinocchio parallelo l’ha ancora in catalogo; trovalo!), e riscrivendola… no scusa, ridisegnandola l’esperienza di Pinocchio – il vero, molto più dei Promessi Sposi, romanzo fondativo della narrativa italiana, alla luce della nostra società dello spettacolo. Quasi fosse un gioco di ruolo o da tavola e detournandoci debordianamente la verità.

Cioè. Ogni lettura epistemologica di Pinocchio è possibile. Allora Tuono Pettinato lo trasforma in un giallo classico. E qual’è il giallo classico che se non tutti hanno letto, ci hanno almeno giocato una volta? Cluedo. Alla fine della fiera la soluzione dell’omicidio il lettore la trova nella bustina infilata al termine del libro: tre figurine con l’arma del delitto il luogo e l’assassino.

Ma. Ti dicevo ci detourna. Si prende gioco della nostra buonafede di lettori. Perché per ogni libro quelle tre figurine sono diverse. Perché l’unico assassino è il lettore. L’omicidio non è mai avvenuto. Tre tavole nere, ricordi? Non succede niente dentro tre tavole nere se non quello che tu che le stai guardando vuoi che ci succeda.

Insomma. Corpicino è un libro rivoluzionario perché afferma perentoriamente che la qualità di ciò che guardiamo dipende dalla nostra volontà di guardarlo. Non abbiamo giustificazioni.

Quindi ogni volta che guardiamo un fumetto ci macchiamo di colpe innominabili. E non possiamo neppure fare come Edipo: punire la nostra colpevolezza privandoci del senso attraverso cui passa tutta questa responsabilità: la vista.

Te l’ho già detto. Merleau-Ponty diceva una scemenza quando postulava l’impossibilità di un mondo fatto solo di odori o di rumori. Il mondo esiste anche se abbiamo gli occhi chiusi. Il mondo si da nonostante la nostra cecità.

Non so se hai letto Sotto il sole giaguaro (nel caso rimedia) di Calvino… ‘spetta, però… adesso dobbiamo affrontare Nevermind… facciamo pausa.

 

(4.continua)

Per l’edizione Einaudi del 1973 che raccoglieva in un unico volume i suoi due racconti lunghi Il castello dei destini incrociati e la Locanda dei destini incrociati, Italo Calvino scriveva una nota finale in cui spiegava dettagliatamente l’ideazione di quel libro. A mio avviso quella nota è persino più interessante dei due racconti. Dopo tutta la manfrina in cui ci tedia sulla natura dei mazzi di tarocchi cui si è ispirato per realizzare i racconti, ci informa che nelle sue intuizioni il volume avrebbe dovuto contenere anche un terzo testo.

Calvino voleva abbandonare i Tarocchi per del materiale visuale moderno. Cosa è, si chiedeva, l’equivalente moderno dei Tarocchi come rappresentazione dell’inconscio collettivo? Ma i fumetti! Si rispondeva. Non quelli comici, quelli drammatici semmai, quelli avventurosi. Così gli venne l’idea di scrivere un terzo racconto: il motel dei destini incrociati, in cui alcune persone scampate a una catastrofe misteriosa si rifugiavano in motel abbandonato. In questo motel era rimasto solo un foglio bruciacchiato di una pagina di un albo a fumetti, un Tex magari (questo lo dico io, Calvino non da indicazione alcuna sul tipo di fumetto e probabilmente aveva in mente le strisce da stampa quotidiana). I sopravvissuti, ammutoliti dallo spavento, possono raccontare le loro storie solo indicando le singole vignette, non seguendone l’ordine ma andando di digressione da una all’altra a secondo della necessità narrativa. Non ne fece niente poi. Purtroppo. O per fortuna.

 

558579_493235257391364_1795550110_nNon so se Tito Faraci quando ha scritto il Tex che trovi adesso in edicola, aveva presente questa balzana idea di Calvino. Sicuro è che in certo qual modo l’ha messa in pratica, realizzando una delle storie di Tex più interessanti… starei per dire di sempre.

Guarda come si apre la storia (L’inseguimento, Tex n. 629, marzo 2013). Ci sono due che cavalcano in un luogo indefinito. Non sappiamo da dove vengono, non sappiamo dove vanno. Sappiamo chi sono solo per le regole della ridondanza seriale, per il resto potremmo veramente essere dentro l’incipit di Jacques il fatalista di Diderot. E girata la tavola, come Jacques e il suo padrone terminata la conversazione iniziale arrivano in una locanda, così Tex e il suo pard Tiger arrivano in un trading post. Dove, come fosse il motel di Calvino, i destini si incrociano per la prima volta. I destini di Tex, di Tiger, di Vince Stanton. E soprattutto del loro autore.

Mi spiego. A partire dalla tavola sei, quella in cui Tex e Tiger entrano nel trading post, è come se Tito li accompagnasse proprio fisicamente. Da questo momento la digressione da il ritmo. Come fosse un pezzo Reggae. La linea è la fuga di Vince Stanton da Tex e Tiger.  In una storia classica la via di fuga sarebbe stata quella della prospettiva centrale. Tutto deve convergere al centro, cioè verso un finale chiaro e diritto. Le digressioni come nelle prospettive quattrocentesche devono portare lì al centro. Invece. Nella storia di Tito ogni digressione, sposta il punto di fuga in un’altra direzione, allontanandoci da un finale chiaro e scontato e costruendo –passami l’espressione- una specie di cammino euleriano. Un percorso cioè che passa attraverso tutte le possibilità (gli stereotipi) di una storia una volta e una volta sola tornando al punto da cui è partita.

Così. Vince Stanton parte da una specie di taverna e incontra nel suo percorso/fuga tutti i topoi di una storia willeriana, ma anziché mandarlo in linea retta verso la conclusione della sua storia, questi incontri deviano continuamente il percorso finchè Stanton si ritrova praticamente all’inizio.

Ecco: Stanton incontra subito il topos più topos di tutti, Tex  che lo spedisce in cacere, poi durante la fuga dal carcere incontra un certo Marvin che lo fa deviare verso una banda di ferocissimi apaches, dai quali fuggirà grazie all’intervento di Tex, e a questo punto devia verso la banda dei suoi ex-colleghi capeggiata dallo spietato Fraser. L’incontro con Fraser e la vecchia banda lo farà deviare, causa incomprensioni per una rapina non autorizzata, verso la banda dei fratelli (stereotipo western della banda famigliare) di Marvin che lo fa deviare verso un cimitero abbandonato dove è nascosto il bottino della rapina che aveva fatto incazzare Fraser. E dove avviene lo scontro NON risolutivo con Tex: Stanton, grazie al dichiaratissimo artificio retorico della ferita di Tiger che impegna Tex con il soccorso all’amico distraendolo dalla caccia all’uomo, riesce ancora a fuggire.  Lo vedi da te: affrontati anche un po’ ironicamente tutti gli stereotipi del western bonelliano, fino a essere tornati, più o meno al punto di partenza. Era un trading post, adesso è un saloon dove i destini si incrociano per la seconda volta.

Non era mai accaduto, che mi ricordi io, che un autore di Tex trasformasse un’avventura willeriana in strumento di azione intellettuale, di demistificazione attraverso l’artificio della digressione dei suoi tradizionali moduli narrativi. Il lettore non è più qui il destinatario passivo dello svolgersi  della narrazione – come in tutta la produzione di Nizzi prima e di Boselli adesso- ma è chiamato a esserne implicito collaboratore dando un senso con il proprio intervento critico alle incalzanti digressioni che allontanano continuamente da un finale chiuso. Non ho dubbi che il lettore abituale di Tex, davanti all’ultima tavola di Lotta senza Respiro (Tex 630, aprile 2013) con quel finale così aperto, veda crollare felicemente tutti gli schemi mentali cui la struttura willeriana l’aveva abituato. E tiri un sollevato sospiro. Finalmete un altro Tex è possibile

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