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Uno.

Leggere è sempre un problema. Almeno. Per me. Non è mica un piacevole passatempo. No. Che il tempo passa meglio e più veloce se scopi se bevi se fumi se chiacchieri se ascolti musica, se giochi a tresette o se cammini. E non è nemmeno, che non sono uno stolido cartesiano, che quando leggo ho commercio con quegli spiriti eccelsi che di quello che leggo sono gli autori. L’unico commercio che ho è quello con la cassiera carina della Feltrinelli quando le lascio il corrispettivo per quel mucchio di carta parole e disegni. Poi è noia. No. Leggere è cosa che richiede strumenti appropriati, e non è un diritto (con buona pace di tutti i Pennac del mondo), semmai purtroppo un dovere.

A questo proposito ti dico una cosa che ho fatto un bel po’ di tempo fa. Sono andato insieme al mio amico Paolo –camminando e fumando, più di quattro anni fa quindi, che sono quattro anni che non fumo- a sentire John Berger.

Intendiamoci. Quel posto non mi piace. Gente che si interroga sul presente e sul dove andremo ma che al limite raggiungono il Sant Ambroeus per un caffè. Insomma alla Casa della cultura io preferisco la Scighera o la trattoria a menu fisso nella piazza dove abito, ma John Berger a pranzo con me non ci viene e invece, quella volta, parlava lì.

Ora. Quello che dice Berger, per me è un problema, visto la fiducia che ha nelle storie. Si. Certo. La sua speranza nelle storie, quella quasi cieca fiducia nel suo storyteller, avrebbero tutte le carte per lasciarmi freddo, per trovare poi annacquato il suo invece lucidissimo pensiero politico (una delle poche chiare attuali percorribili declinazioni dell’anarchia), per farmelo disertare quel pensiero. Però John Berger dice anche altro. Dice che più importante del trovare una storia è trovare la voce per raccontarla quella storia… mica arrivano insieme storia e voce, certo a volte capita, ma sai quante volte la voce è sbagliata, quanto lavoro ci vuole per trovarla.

Il come se no il cosa non funziona.

Ecco.

A me interessa quel come. Sgombro subito il campo da fraintendimenti. Se l’autore per me è figura centrale non mi interessano però posizioni come quelle di Carla Benedetti completamente antistrutturaliste. Mi interessa da un punto di vista materialistico e razionale. Sì quello del troppo rimosso Gaston Bachelard. Perché vedo riguardo ai fumetti (Dagli! Che palle!) in questa commistione tra natura (la storia) e cultura (la voce che la racconta) l’unico luogo di possibile ricerca. Una ricerca fatta per mezzo di continue “rotture epistemologiche”, piccoli frammenti di frattempo (lo spazio tra le vignette) che ci avvicinino sempre un po’ di più alla verità.

Due.

Sul finire degli anni settanta la televisione di stato produceva un sacco di sceneggiati. Non credo fossero migliori di quelli che fanno adesso (non ho voglia di riguardarli che troppe cose che mi sembravano belle e importanti a riguardarle oggi mi si sono rivelate di una pochezza disperata), è solo che li guardavo con occhi diversi, più impressionabili. Per esempio me ne ricordo uno con Rossano Brazzi che mi aveva affascinato particolarmente. Raccontava di un commissario per il quale la ricerca dell’assassino di una bambina diventava una tale ossessione da condurlo alla pazzia, con la tragica beffa che pur avendo intuito la verità, non avrebbe mai potuto catturarlo, perché l’assassino era morto casualmente in un incidente. Ricordo la brutale sorpresa della sequenza finale, in cui l’inconsapevolezza del commissario in attesa di catturare l’assassino seduto sotto la pioggia,si scontrava con la mia consapevolezza dell’impossibilità di quella cattura. Uno iato epistemologico che divenne un attimo rivelatore sul come funzionano le storie (di cui realizzerò piena coscienza un bel po’ dopo).

Nel 1979 non amavo i gialli. Le mie esperienza di lettura di quel genere si era arenata nell’arcipelago delle banalità dei gialli dei ragazzi mondadori e nella noia consequenziale delle Agatha Christie. Il noir e l’hard boiled ci metterò ancora un paio d’anni prima di scoprirli. Amavo invece la fantascienza. Cazzo. Avevo incontrato sulla mia strada di lettore disordinato un cofanetto degli Oscar Mondadori con i tre volumetti del primo ciclo della Fondazione asimoviana, e da allora non ho più smesso. Ma questa è un’altra faccenda e ne parliamo un’altra volta.

Torniamo ai gialli.

(1. continua)

 

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a mo’ d’introduzione.

L’ultimo libro di John Berger appena pubblicato da Neri Pozza con il titolo di Il taccuino di Bento, non è solo – dispiace dirlo – abbastanza inutile (una raccolta di brutti disegni tenuti insieme da un collage di testi occasionali e troppo intimi) ma è soprattutto straordinariamente contradditorio. Essendo il pretesto che da l’abbrivio alle 170 pagine del libello, un fantomatico taccuino da disegno appartenuto a Baruch Spinoza, Berger non può eludere completamente il pensiero del filosofo e deve ammettere che il disegno è un esercizio di orientamento: la costruzione di immagini serve a interpretare la realtà. Il problema è che, al di là di questa ammissione, l’assunto principale sostenuto da Berger nel libro (e impossibile da condividere) è metafisico: che disegnare sia una funzione viscerale, indipendente dalla volontà conscia, necessaria per arrivare alla verità delle cose.

In realtà riflettere su fatti culturali come il disegno, trascurando il dato biologico è, dalla comparsa delle neuroscienze negli anni settanta del secolo scorso, un errore che non si dovrebbe più fare. Eppure di studiosi di scienze sociali e umanistiche che si preoccupino di considerare pertinenti alla loro ricerca la biologia del cervello e la teoria dell’evoluzione, a parte qualche filosofo della scienza che però non sa distinguere un logaritmo da un’anguria, io non ne conosco. Siamo fermi lì. Sospesi tra gli empiristi secenteschi: i vari Locke, Hume, Berkeley, per i quali il cervello è una tabula rasa su cui si stampano, attraverso i sensi, i dati dell’ambiente sia quello naturale che quello culturale; e i relativisti del secolo scorso, che insistevano ancora di più su questa cosa, sostenendo – senza prova alcuna- che l’unica invariabile del cervello umano è la sua capacità di imparare. Secondo questi signori tutto il resto, dalla percezione del colore al senso etico, dipenderebbero e varierebbero a seconda della cultura in cui si nasce.

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Ma non è così.

Il cervello umano non è una spugna che si limita ad assorbire i dati del suo ambiente culturale. Non è una tabula rasa. L’architettura del nostro cervello è retta da forti vincoli genetici, che impara nuovi costrutti culturali utilizzando antichi circuiti neuronali nella misura in cui essi tollerano modifiche.

Il disegno è uno di questi. Un costrutto (un’invenzione culturale) relativamente recente rispetto alla storia evolutiva umana: pensa le più antiche pitture rupestri sono datate a 17500 anni fa, contro ai duemilioni di anni che l’Homo erectus ci ha messo a diventare noi.  Ma molto più antico della scrittura che invece ha poco più di 5400 anni (l’alfabeto fonetico poi non ne ha 4000).

(continua)

 

Mi veniva, l’altro ieri, da chiedermi, mentre bevevo Bandol sulla Plage de la Pointe Rouge  a Marsiglia, cosa penserebbe John Berger di un coglione come me che se ne va sempre in giro con il suo cane.  Probabilmente gli confermerei la tesi esposta in “Perché guardare gli animali?” ( Sul guardare, Bruno Mondadori, 2003,  pp.1-30): e mi osserverebbe clinicamente come il prodotto di  un’operazione della logica capitalistica. Non lo so. Non credo sia così semplice. Perché il mio cane, il mio amico Paolo l’ha definito come il mio simbionte, non è -anche se in parte sì- il mio piccolo zoo portatile e di conseguenza la testimonianza di quella perdita storica del rapporto tra gli uomini e gli animali che la logica capitalistica ha imposto al mondo infettato dal suo virus.

Il mio cane, tutti i cani che ho avuto nei miei quarantacinque anni di vita, sono stati l’inesausto tentativo, spesso riuscito, di arginare attraverso la costruzione di una quasi simbiotica fiducia reciproca, un vaccino alla alienata zoeindifferenza capitalistica.

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