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VIVA-MARIA

Ho ventitre anni. E’ la fine dell’estate del 1991, quando mio fratello mi convince ad andare  a Modena a sentire i Metallica. Non ho un cazzo da fare: forse preparare un qualche esame – e me ne sto al mare. Sai non è la strada che mi spaventa. Quella mai. Figurati che nemmeno un mese prima sono andato fino a Reading per il festival che ci fanno lì, e ho sentito un gruppo veramente fico: mi sembra si chiamino Nirvana. Appena torno a Milano passo da Buscemi a vedere se ci trovo il disco.

Che vuoi che sia una trasferta fino a Modena. E’ che non mi convincono mica, a me, questi ragazzi qui. Così chiusi nel loro universo tutto scale estenuanti e distorte senza vera necessità narrativa, necessarie giusto a far contenti i metallari tipo mio fratello. Così fieri della loro enclave esclusiva e, soprattutto esclusa.
Ma ci vado.
Ed è che mi sbagliavo. Quella sera di fine estate ho una rivelazione.
Intanto. I Metallica sono grandi musicisti.  Lo concedo a mio fratello e gli pago tutte le birre che ci siamo scommessi. Ma non solo. Questo spettacolare concerto è una lezione di filosofia morale quale nessun filosofo potrà mai tenerti.
Ti ricordi no, che questo è quel periodo in cui do lezioni kantiane in cambio di pompini ben fatti.
Bèh, Unforgiven (quarta traccia dell’album Metallica) suonata dal vivo è una lezione etica quasi degna di un pompino.

Poi, come spesso accade, di anni ne ho ventiquattro. E’ il 1992. Non lo so se è un caso, ma mi da un sacco da pensare la cosa: che Clint Eastwood diriga il suo film più bello, più etico, e lo intitoli, cazzo!, Unforgiven.

Adesso. Ho quarantacinque anni. E’ quasi la metà del 2013 e non ci ho un cazzo da fare. Non ho esami da dare e non sono diventato (per mia fortuna) un accademico

Non è facile, lo so, leggere senza che ti salti addosso la voglia di tirarlo nel camino, la Fenomenologia dello spirito. Ma penso che sia l’unico modo per capire cosa veramente pensasse Hegel. Non solo dell’etica, di cui dallo scorso post stiamo cincischiando, ma di tutto. In fondo un bel po’ di successive visioni del mondo (qualcuna persino realizzata) si sono dovute agli sviluppi e alle critiche del suo pensiero.  Ecco Hegel fa questo: presuppone un universale etico concreto che puoi trovare in tutti i casi particolari. In altre parole: secondo lui c’è una profondissima unità tra natura e morale. Questa essenza assoluta, questa unità è, in soldoni, il dovere, il quale non può che essere l’unico oggetto e scopo della coscienza.
Quando la coscienza ha consapevolezza di questa unità e si conforma, conseguentemente, al dovere si pone in uno stato di felicità. Non sfugge però a Hegel il rischio di cadere qui in un certo determinismo. Se la natura e la morale sono una cosa unica la semplice necessità di vivere mi porterebbe a comportarmi in modo morale. Ma la libertà dello spirito individuale si realizza, secondo Hegel, che era convinto la filosofia fosse proprio la scienza della libertà, solo quando è trascesa volontaraimente in un ente più grande e unitario (quello che diventerà il fascistissimo stato etico). Quindi può mica rinunciarvi, alla libertà. E allora che fa? Si inventa l’idealismo oggettivo con il quale vorrebbe superare il trascendentalismo kantiano e risolvere il problema etico della libertà. Dice Hegel che la vera natura delle cose e la loro eticità posso coglierla solo attraverso la riflessione. Quindi quella vera natura e quella morale sono il prodotto del mio spirito, cioè della mia libertà. Attenzione adesso. Questa potrebbe sembrarti un’affermazione soggettiva… cazzo sembrerebbe che la realtà sia il prodotto del nostro pensiero, e potrebbe persino avere senso. Ma a Hegel serve un pensiero oggettivo per tenere in piedi la sua struttura. Allora ti aggiunge che la realtà  è sempre altra rispetto al modo in cui viene pensata e che quando la pensi usi liberamente, e lo puoi usare bene o male cioè moralmente o immoralmente, un logos con cui dai liberamente senso alle cose, ma questo logos non è frutto di una tua produzione. E’  roba divina, forse. Spirito.
Lo ripeto. E’ difficile comprendere come sia stato possibile che questa ridicola serie di cazzate, che qui ho riassunto alla bruttodio ma che imbrattano centinaia e centinaia di pagine, abbia influenzato così tanto la cultura italiana, tramite il viatico di Croce e di Gentile, per tutto il secolo scorso. Ancora più difficile è comprendere come ancora continui, in certa misura e soprattutto in ceti luoghi (come quella parte dell’industria culturale deputata a spacciare fanfole per ammansire i sudditi) a farlo.
Ma è così.

Infatti io credevo, ma devo ammetterlo: sono alquanto ingenuo riguardo alla consapevolezza di chi vive scrivendo storie, che fosse pacifico ormai che il pensiero analitico di George E. Moore (roba ormai di un secolo fa), per quanto discutibile (e discusso lo è stato eccome – a mio avviso senza particolare successo- da neopositivisti come Ayer e Stevenson), avesse per sempre gettato in discarica il neoidealismo: per lo meno in campo etico.
Invece.
Mi capita spesso di imbattermi, soprattutto tra autori e critici di fumetti, in vetero-hegelismi etici che definire inattuali è quasi un eufemismo.

Adesso mi faccio capire.

Quello che Moore dice, tra le tante altre cose che dice, e da cui non si potrà più prescindere, è che gli enunciati etici non sono asserzioni empiriche. Cioè (e vaffanculo Hegel) non sono evidenti e misurabili attraverso l’osservazione.
Te lo spiego ancora più facile: per Moore non si può dare nessuna definizione né di natura fisica né tantomeno metafisica di un concetto etico. Non posso descriverti il bene o il male attraverso loro proprietà precise (l’ente essente e tutte quelle fesserie idealistiche lì), ma posso indicarteli attraverso il racconto di fatti e situazioni.

Ed è quello che fa Clint Eastwood in un film fondamentale come Gli Spietati.

E’ verso la fine degli anni trenta del secolo scorso, tra il 1937 e il 1940, che (come ci insegna Bazin) il genere western arriva, cinematograficamente, a un indubbio grado di perfezione. King Vidor, Michael Curtiz, Fritz Lang, John Ford, William Wyler, George Marshall firmano alcuni capolavori senza eguali. Ce le hai in mente, vero, cose come Northwest passage, Stagecoach, I pascoli dell’odio (l’unico caso in cui il titolo italiano è più bello dell’originale), Western Union? Questo fenomeno, questa sfilza di film di genere bellissimi e imprescindibili, sostiene sempre Bazin, fu probabilmente dovuto al fermento culturale sviluppatosi da quella presa di coscienza nazionale che, nell’epoca roosveltiana, precede la guerra.
Tanto che J.L. Rieupeyrout arriverà a parlare del genere western come il cinema americano per antonomasia: un genere impregnato di realismo storico ed etico.  Fondato, come sottolineato più recentemente da Alain Badiu, sulla genealogia del coraggio e sulla necessità della lotta individuale contro la viltà e l’ingiustizia.
Un’etica genealogica e qualitativa. Di tipo protestante. Quasi hegeliana con un ricchissimo orizzonte simbolico che richiama alla Causa, un ente più grande e unitario. Come ti dicevo l’altra volta: il dovere di salvare o mantenere coesa la comunità.
L’hai visto  High Noon, vero? Capisci di cosa sto parlando?

Dagli anni quaranta a quasi tutti i sessanta nonostante le sue trasformazioni estetiche, il genere western non mette mai in dubbio questo fondamento etico della sua esistenza.

E’ nel 1969 che le cose cominciano a vacillare. Un certo Peckinpah gira Wild Bunch. Simone Regazzoni sostiene, a ragione, che pur mantenendo una precisa scelta di campo etico, questo film si libera di ogni copertura simbolica. Bishop e i suoi uomini non tornano a cercare di liberare Angel perché glielo impone una precisa scelta di sottomettersi a un dovere hegeliano verso la comunità. No. Lo fanno perché netzschianamente non gli è possibile essere se non quello che sono. Anche a costo della vita.
Buttiamo via il dovere sociale. A favore del dovere individuale.
Ma. Nietzsche le sue mosse le prende comunque da Hegel. Ne abbiamo ancora di strada da fare. Facciamola.

Nelle interviste seguite all’uscita del Mucchio Selvaggio, Sam Peckinpah ammette in certo qual modo un debito stilistico nei confronti di Sergio Leone. C’è da dire che Leone, l’anno prima dell’uscita di Wild Bunch, aveva realizzato C’era una volta il West, con il quale portava quasi a compimento (la chiusura del cerchio avverrà nel 1971 con Giù la Testa) la sua personale trasvalutazione dei valori etici del western classico, che aveva cominciato con quei tre spaghetti-western che non ci stufiamo mai di rivedere; la sua etica è, all’opposto di quella protestante dei registi degli anni quaranta e cinquanta, tutta quantitativa.
Ispirata più a Kant che a Hegel. I suoi personaggi sono guidati da un imperativo categorico. E in questo senso Giù la Testa si può considerare il capolavoro di Leone, la summa del suo pensiero etico e politico, che viene splendidamente esposto nel dialogo tra Juan Miranda e John Mallory sulla rivoluzione.

« Quelli che leggono i libri vanno da quelli che non leggono i libri, i poveracci, e gli dicono: Qui ci vuole un cambiamento! e la povera gente fa il cambiamento. E poi i più furbi di quelli che leggono i libri si siedono dietro un tavolo e parlano, parlano e mangiano, parlano e mangiano; e intanto che fine ha fatto la povera gente? Tutti morti! Ecco la tua rivoluzione! Per favore, non parlarmi più di rivoluzioni! ».

Lo vedi quanto è kantiano? Come dice Kant nella Fondazione della metafisica dei costumi: “agisci in modo da considerare l’umanità sia nella tua persona, sia nella persona di ogni altro, sempre e al tempo stesso come uno scopo, e mai come un mezzo”. E’ quello che i personaggi di Leone fanno sempre, non agiscono in nome della comunità o della propria natura, agiscono sempre in nome dell’amicizia, e agiscono bene.

A questo punto potresti anche dirmi che la sequenza fondamentale degli Spietati in cui viene esplicitata l’etica eastwoodiana è quella del dialogo tra Munny e il giovane aspirante killer, in cui Munny ha, è vero, un atteggiamento che potrebbe sembrare quasi hegeliano:

Ma non è così. Perché se Leone oscilla tra stoicismo e kantismo senza mai mettere in discussione il libero arbitrio: i personaggi di Leone infatti sono liberi e scelgono sempre con cognizione la cosa giusta da fare; Eastwood invece è un rigido determinista spinoziano.
Nella sequenza finale de Gli Spietati, allo sceriffo che ha abusato del proprio potere, che ora è ferito e si trova davanti alla canna del suo fucile, quando gli chiede di essere risparmiato perché non si merita di finire così, Munny risponde secco: “non è questione di meriti, in questa storia.” E lo finisce. Non perché il personaggio interpretato da Hackman si meritasse veramente di morire, ma perché Munny, pur sapendo che “è’ una cosa grossa uccidere un uomo: gli levi tutto quello che ha, e tutto quello che sperava di avere”, comunque non può fare a meno di farlo. La storia non può che finire così. Tutti gli eventi del mito (questa storia: il western) sono determinati. Etico è mettere da parte la propria parte emotiva, accettare tutto questo e limitarsi a raccontare il bene e il male senza cercare loro proprietà definitive. Questo è, secondo Eastwood il compito di ogni narratore che si rispetti.
Non ho in mente a questo proposito film più definitivi di questo.

Testi

Saranno pure, come non manca di sottolineare il mio amico Massimo, tutte seghe. Io però trovo che ci sia il suo bel gusto a farsele. Un po’ è come quando da adolescente ti arrampichi fino allo scaffale dei libri che i tuoi genitori ritengono tu non possa leggere. Ma tu vuoi leggerli e allora sei disposto a un gesto ginnico estremo. Ti arrampichi li prendi poi, finalmente, ti ci ammazzi di seghe sopra. A Reage, Sade, Arsan, Crepax persino. Se il piacere è preceduto dalla fatica mi sembra sempre un piacere più pieno.

Allora. Prova a fare uno sforzo e leggitela la Fenomenologia dello Spirito di Hegel (a me piace l’edizione Einaudi, ma va bene anche quella Bompiani); poi se proprio non ce la fai puoi sempre farti aiutare. Procurati, tra i volumi arancioni di quella orribile (graficamente) collana ( i filosofi) di Laterza, quello che Valerio Verra ha dedicato al pensiero di Hegel.

La lettura di Kant è molto più agile di quella di Hegel. Secondo me a leggerti La metafisica dei costumi (quello di Laterza) non fai poi molta fatica. Vedi tu.

Dei Principia Ethica di George E. Moore (Cambridge University press), di cui non conosco edizioni italiane, penso che potrebbero rivelarsi una lettura feconda per tanti professionisti della parola. Ma forse se pensi sia meglio leggersi un bel bigino di quelli accademici: Storia dell’Etica di Jan Rohls, edito da il Mulino, fa al caso tuo.

Sul rapporto tra filosofia e cinema,  anche se ne cito un intervento, Pop filosofia, curato da Simone Regazzoni per il Melangolo è un libercolo, tutto sommato, trascurabile. Non puoi fare a meno di leggere invece (che non lo cito apertamente, ma quanto mi ha influenzato!) il libro di Julio Cabrera, Da Aristotele a Spielberg edito da Bruno Mondadori.

Vabbè. Di Andrè Bazin leggiti tutto quello che ti capita in mano, ma Che cos’è il cinema (Garzanti) se non l’hai gia letto e riletto almeno tre volte, beh! quello, fai di tutto per procurartelo in fretta. Di J.L. Rieupeyrout puoi sfogliare, in qualsiasi biblioteca decente La Grande Aventure du Western 1894-1964, Edition du Cerf; altrimenti puoi accontentarti di C’era una volta il western di Giampiero Frasca per Utet.

Su Eastwood in italiano bisogna accontentarsi. Fatti andare bene il volumetto di Alberto Pezzotta per il Castoro.

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L’uomo circuito dal formalismo elettorale è in fondo, tra tutti i suoi simili, il più ingenuo. Davanti alla più folgorante evidenza contraria, resta comunque convinto che la democrazia rappresentativa sia la miglior procedura per cui, attraverso norme condivise e indiscutibili, si possa realizzare la volontà del popolo. Non lo sfiora mai il dubbio che la democrazia rappresentativa sia invece una procedura di mantenimento della gerarchia sociale e di sua difesa da ogni intrusione di istanze utopiche ed egualitarie.

Per come la vedeva Kant (e come la vedeva su questo argomento lo puoi andare a leggere nella Critica della Facoltà di Giudizio, che lui pubblicò nel 1790, ma tu puoi recuperarti l’edizione Einaudi del 2011) la musica, a differenza della poesia, non avrebbe mai potuto avere un posto di rilievo nel sistema delle Belle Arti. Perché non usando, per sua natura, concetti (che sono secondo Kant proprietà delle parole) non ci lascia nulla su cui riflettere ma ci trasmette solo sensazioni di varia intensità. Intendiamoci, dice Immanuel, non è che la musica non ci comunichi idee estetiche, non è che non ci faccia riflettere su cosa sia la bellezza, è solo che non lo fa con dei concetti ma con una sintassi delle sensazioni (disposizione proporzionata, la chiama lui). La musica ci trasmette bellezza, sì, ma non ce la spiega. Quella della musica è una bellezza, al limite, matematica – funziona grazie all’economia dei fraseggi, e ci commuove ma è  soltanto un surrogato di un vero concetto ( e solo un concetto può costituire oggetto di contemplazione estetica, non un’emozione).

Kant si spiega così: solo il linguaggio parlato trasmette concetti, perché il concetto passa, attraverso le parole e i toni usate per dirle, da un emettitore a un ascoltatore che decodifica il concetto facendo la somma del momento semantico (l’idea nella parola) e del momento armonico (il tono usato). La musica è priva del momento semantico e trasmette il suo messaggio solo con una sequenza di modulazione di toni, il che comporta una trasmissione, anche molto ricca, di sensazioni, ma nessun concetto.

Con varianti più o meno simili questa sfilza di cazzate saranno la base di tutta la riflessione filosofica attorno alla musica, da Hegel fino a Bloch. Solo con Adorno incontreremo un filosofo, che pur non risparmiandoci fesserie, potremo dire dotato di serie competenze musicali. Comunque non è questo che qui ci interessa.

Torniamo a Kant. In fondo gli era toccato vivere in un’epoca musicale ricca e complicata, mica ci aveva il festival di Sanremo lui. E’ vero che Bach era morto da quarant’anni, ma Mozart sarebbe morto l’anno dopo la pubblicazione della Critica della Facoltà di Giudizio e, soprattutto c’era questo giovane pianista tedesco, Ludwig van Beethoven che andava in giro per tutta Europa a fare strepitosi concerti e sarà quindi passato pure da Konisberg.

Tramandano le leggende metropolitane che George Berkeley, filosofo irlandese che potremmo definire quasi contemporaneo di Kant, fu il primo a domandarsi se un albero che cade in una foresta dove non c’è essere vivente a sentirne lo schianto, faccia comunque rumore. Né lui né Kant avevano una risposta. Probabilmente avrebbero risposto di si: non considerando il suono portatore di concetti non c’è bisogno di un  terminale decodificante per rilevarne l’esistenza.

Invece. Oggi sappiamo con assoluta certezza che un albero che cade in mezzo a una foresta senza che ci sia anima viva a sentirne lo schianto, non fa alcun rumore. E non è una questione filosofica. E’ una questione fisica e neuronale. Il suono è un’immagine mentale (un concetto, cazzo!) creata dal cervello in risposta a molecole che vibrano (l’ho detta giù alla bruttodio. Se ti interessa la questione- che è un po’ più complessa- leggiti quel gioiellino che è Fatti di musica, la scienza di un’ossessione umana, di Daniel Levitin ed edito da Codice, 2008).

A questo punto si apre una questione rilevante e riguarda proprio Beethoven. Se la musica non è solo una sequenza ritmica volta a suscitare emozioni vagamente definite, ma un preciso veicolo di concetti tanto quanto un linguaggio parlato, perché un’opera come la Nona Sinfonia può essere considerata da Romain Rolland che la adorava come la Marsigliese dell’umanità e al contempo eseguita ad ogni festa di compleanno di Adolf Hitler che l’adorava anche lui?

Slavoj Zizek sostiene, nel sesto capitolo del divertentissimo In difesa della cause perse, Ponte alle Grazie, 2009, che questo universale entusiasmo per la Nona di Beethoven è dovuto al disperato bisogno di noi europei di quello che Heidegger chiamava AUSEINANDERSETZUNG. Cioè del confronto interpretativo.

(continua)

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UUUH. Dai cazzo! Mi guardi come i lettori di fumetti davanti alla vertigine del pensiero. Nessuno stupore, solo incomprensione. E, alla fine, disinteresse. Questo lo capisco. Ne provo tanto anch’io per troppe cose. Mi ricordo, ad esempio, di Valentina (adesso fa coerentemente carriera nel campo dell’usura legalizzata: non so per  quale istituto di credito) le davo -millanta anni fa- ripetizioni di latino e filofofia. Non capiva niente – anzi non le fregava di niente- ma staccava pompini da favola. Ne fui innamorato, per sei mesi. Finché non capì, o fece finta, la grandezza di Kant e io non fui, nel tentativo di farglielo capire, completamente svuotato (non mi riferisco solo ai coglioni). Allora perdemmo l’uno per l’altra e l’altra per l’uno ogni interesse. Ma non è questo il punto. Almeno: non solo. Comunque.

Chiariamoci.

Per una paccata di anni che ammonta a secoli l’indagine conoscitiva era stata appannaggio della filosofia naturale. I cervelloni che ci si impegnavano osservavano e sperimentavano la natura, poi riflettevano. Cioè: raccoglievano dati quantitativi e autoevidenti per derivare da essi teorie. Spesso insulse fregnacce.

Questa cosa, che qualcuno ha chiamato empirismo radicale, ammetteva- ingenuamente- solo quel tanto di teoria che può derivare da un’osservazione senza preconcetti.

Il punto è che se anche tutti (oh! gente come Keplero, Galileo, Liebniz, Cartesio) facevano finta di crederci (un po’ come a dio) e quando presentavano le loro teorie scientifiche vi si attenevano scrupolosamente (intendiamoci: la cosa ci ha dato anche capolavori letterari come il Dialogo sopra i due massimi sistemi), nessuno nella pratica della ricerca scientifica lo faceva.

Ti faccio un esempio su tutti. Riprendendo necessariamente quanto detto nel post precedente.

Se leggi quel gioiello letterario e scientifico che è I principi matematici della filosofia naturale di Newton (ti avviso: non è facile trovarla, l’edizione UTET del 1989 e comunque costa un botto, pescalo dal torrente) ci troverai un modello esplicativo precisissimo svolto secondo i principi di quella filosofia naturale. Però il problema è che la teoria di Newton, la fondazione della meccanica e in particolare della dinamica, quel metodo d’indagine lo mandava a ramengo (cfr Ernst Mach, Conoscenza e errore, Einaudi, 1982).

Perché. La dinamica non è mica facile vederla, è necessaria una bella dose di astrazioni concettuali.

Come avrebbe potuto altrimenti Newton arrivare a capire che le forze determinano l’accelerazione e non la velocità? Se si fosse limitato a osservare la natura avrebbe pensato, come tutti i pensatori prima di lui, e come pare evidente dal semplice osservare che le forze determinano la velocità. Invece. Newton riflette su argomentazioni galileiane riguardanti il carattere relativo della velocità e arriva a formulare (di astrazione in astrazione) la sua teoria.

Sì, ma cosa c’entra Kant in tutto questo?

Ci entra, eccome. Vedi, Kant, un po’ leibniziano un po’ newtoniano, prende atto di un dato di fatto e con estrema chiarezza (lo dice Popper, mica io, in Congetture e confutazioni, Il Mulino, 1963) confuta, nella Critica della ragion pura, il mito baconiano della necessità dell’osservazione per derivare da questa una qualche teoria valida, e afferma: “che il mondo quale lo conosciamo è una nostra interpretazione dei fatti osservabili alla luce delle teorie che inventiamo noi stessi” (sempre Popper, stesso libro, p. 329).

Cazzo. Lo senti il rumore di teste che rotolano giù dalla ghigliottina? Questo è un punto fondamentale, di non ritorno, per la liberazione del pensiero. La nascita di una nuova epistemologia. E non basteranno tutte le fenomenologie hegeliane, heiddeggeriane o husserliane a tornare indietro; non basteranno gli aforismi di un mentecatto sifilitico (Nietzsche, sì) o lo zelo occamizzante degli oxfordiani a banalizzarlo.

Il mondo non è una cosa semplice.

Proprio no.

Camus aveva torto. Il capitano Haddock ragione.

Una cosa che volevo dire prima è che quando Newton sviluppò le sue leggi della meccanica (nei Principia Mathematica, 1687) se per la fisica si trattò di un grandissimo passo avanti, dal punto di vista filosofico si trattò invece di una specie di passo indietro. Su posizioni addirittura aristoteliche.

Nel 1644 Cartesio pubblicò un testo fondamentale: i Principi di filosofia. Vi sosteneva  che un corpo è dotato di movimento solo in relazione a un altro corpo che viene scelto come riferimento. L’osservazione diretta gli mostrava che restavano invariati i movimenti paralleli alla superficie della Terra (gli oggetti cadono verso il centro della Terra con un’apparente traiettoria rettilinea); quindi si sentiva sufficientemente sicuro di poter affermare che mentre il moto rettilineo si conserva, ogni deviazione da quest’ultimo implica trasmissione del moto stesso attraverso un impatto.

Cazzo! Dirà Newton: ma questa è la legge d’inerzia. C’è solo un piccolo problema. Se dici che un corpo si muove in linea retta presupponi ci sia un sistema di riferimento fisso. Ma Cartesio questo lo aveva negato.

Allora cosa fece Newton, sdegnato da quella che riteneva una imperdonabile incoerenza di Cartesio, per poter però sfruttare il potenziale della legge d’inerzia che Cartesio aveva intuito? Scrisse quell’opera fondamentale di cui ti ho detto, i Principia Matematica, e introdusse i concetti di spazio e tempo assoluti.

L’intera costruzione newtoniana si basava sulla definizione di tempo assoluto “vero, matematico, in sé e per sua natura senza relazione ad alcunché di esterno”, che “scorre uniformemente”. Definizione che presuppone due concetti: l’uguaglianza assoluta degli intervalli temporali e la simultaneità assoluta, cioè il fatto che due eventi sono simultanei a prescindere dal loro sistema di riferimento.

Un’altra cosa che volevo dire prima è che questa teoria di Newton fece oltremodo incazzare Leibniz. Per quest’ultimo infatti lo spazio e il tempo erano conseguenza delle cose, non loro presupposto come voleva Newton.

Fu una guerra senza quartiere. Se in fisica la vinse Newton (bisognerà aspettare almeno Ernst Mach nel 1883 perché qualcuno lo rimetta in discussione), in filosofia ci pensò Kant a trovare una soluzione: sostenendo (te lo dico in soldoni) che aveva ragione Leibniz sulla relatività dello spazio, ma che non aveva torto Newton perché lo spazio non poteva esaurirsi nella pura coesistenza delle cose.

Una terza cosa che volevo dire prima è che l’impressione che ho tratto -probabilmente sbagliando- dalla lettura degli ultimi libri di Daniele Barbieri (Nel corso del testo e Guardare e leggere) è che resti legato bettetinianamente a un concetto di tempo (sarà pure interiore e legato alla comprensione) semiologicamente (si può dire?) assoluto. Soggetto sì allo sviluppo della comprensione del testo – il guardare le vignette- ma comunque assoluto cioè organizzato in momenti tensivi uniformi e simultanei (la lettura del fumetto).

L’ultima cosa che volevo dire prima è che per me le cose non stanno così. E che basta guardare un fumetto di Hergè per rendersene conto.

Adesso mi tocca pure spiegare il perché.

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