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Vedi, amico mio progressista, non lo so se è il mal di testa dovuto al Lagavulin di ieri sera o questo tormentone che ci avete piazzato nel mio cerebro, mia moglie, tu e i tuoi (pochi, lo ammetto, quelli che frequento, ma degni – ogni tanto- di ascolto) accoliti sinceri e democratici e progressisti (che non passano, però, un fine settimana che sia uno in questa città di merda – ti sto dicendo di Milano- neanche a spararli), dell’assoluta necessità di questo voto politico e amministrativo. Non lo so per quale di questi due fottuti motivi mi trovo qui (invece di starmene a letto a leccarmi le scorticature di una serata un po’ troppo conviviale) al tavolo della mia cucina, davanti a un quarto di litro di djimmah (un’arabica etiope monorigine, nessuna miscela, di cui non riesco più a fare a meno), con la testa che mi scoppia e che non riesco più a dormire.Io non ci credo, per niente, alla tua democrazia. Epperò sono qui, davanti al caffè, a sezionare le mie convinzioni, per rispondere al tuo sollecitato dubbio: perchè io, non andando a votare, ma rimanendo in poltrona a leggere un buon fumetto, penserei di essere più vicino a Proudhon che a Marx? Vedi. C’è una cosa che mi lascia molto perplesso. Tutte le democrazie del mondo, quelle che ti sono tanto care e che il mondo –in buona misura- lo controllano, e che il loro modello raccontano di volerlo esportare, fosse necessario, anche con la forza (dagli USA passando per l’Europa comunitaria e da Israele, fino alla Russia), sono democrazie rappresentative. E il mondo, probabilmente qui sta il nostro disaccordo –il mio sguardo, amico mio progressista, non si ferma alla balaustra del mio balcone, non mi sembra un luogo, non dico ameno, dico appena appena abitabile senza sofferenze e fatiche estreme.

Allora. Immagino, amico mio progressista, che anche se non lo hai letto, conosci (a differenza degli elettori della tua parte avversa) grazie al tuo percorso liceale, Montesquieu. Quindi saprai che nel 1748 Charles-Louis de Secondat, barone de La Brède et de Montesquieu, pubblica (in forma anonima, che all’epoca era mica comodo come adesso, sai, essere progressiti; poteva anche costarti qualcosa, non dico rinunciare a un week-end, ma la testa magari e sicuro il carcere) il suo capolavoro: lo spirito delle leggi. Sosteneva, nel capo secondo del libro secondo del volume primo, che il popolo che gode del potere supremo è tenuto ad assumersi la responsabilità di fare tutto da solo e affidare a qualche ministro solo ciò che proprio non riesce a fare da solo. Saprai anche che Rousseau, che con Secondat ci aveva commercio e lo aveva letto, respingeva quella che allora era l’unica forma di governo rappresentativo: quello inglese. Sostenendo che il popolo inglese credeva di essere libero, ma lo era solo quando andava a votare, poi, appena eletti i suoi rappresentanti tornava schiavo.

Questa pretesa, da parte di ogni essere umano, di decidere di tutto ciò che lo concerne, sarà la voce libertaria di Kropotkin a sollevarla nell’Assemblea Costituente sul finire del 1917, quando chiedeva che nella Russia rivoluzionaria venisse instaurata una repubblica federale a democrazia diretta. Lenin sorridendo al grande vecchio anarchico con condiscendenza, dirà, mentre le truppe dell’Armata Rossa sciolgono nel gennaio 1918 quella stessa assemblea–, che qualunque persona di buon senso non può non rendersi conto di quale fesseria si tratti pensare che ogni individuo possa decidere di tutto ciò che lo riguarda.

Sai, amico mio progressista, non ti avrei mai detto leninista. Ora. Quando, in Matrix Reloaded, le macchine si avvicinano a minacciare Zion il Comandante Lock, responsabile della difesa, vorrebbe che tutte le navi restassero pronte a difendere la città. Ma il Consiglio gli intima di mandare due navi a cercare la Nabucodonosor sulla quale si trova l’Eletto, sguarnendo così le difese di Zion. Alle rimostranze di Lock che chiede delucidazioni per un comportamento tanto irrazionale, viene risposto dal Consigliere West: “comprehension is not requisite for cooperation”. A interpretare il ruolo del Consigliere West i fratelli Wachowski hanno chiamato uno dei più influenti intellettuali afroamericani viventi: Cornel West. In fondo è comprensibile. Cornel West, che si definisce socialista non marxiano, ha teorizzato, sostenendo di ispirarsi alla filosofia della prassi gramsciana, il pragmatismo profetico. Cioè l’idea dell’attività filosofica come lotta culturale e religiosa per la conquista delle masse. Un po’ assomiglia a quanto va teorizzando anche il buon Vendola. L’idea di mischiare politica e storytelling, di riappropriarsi del mito (magari però senza aver letto Jesi che sennò ci avresti anche qualche remora a giocarci con i miti) e di raccontarcelo da sinistra. Non è bravo Vendola né come i Wachowski, né come West, né tanto meno come Lenin che frequentava sì il pragmatismo, ma senza profezie alcune. Però riesce a creare immedesimazione sentimentale in chi ascolta con chi racconta. Non c’è bisogno che tu capisca. Non c’è bisogno che la prassi di chi racconta corrisponda poi a progetti comuni. L’importante è che chi ascolta la storia provi comunanza di sentimenti, si commuova e che poi collabori.

Vota e non ti preoccupare.

Vedi, amico mio progressista. Per me sono pochi i punti poi attorno ai quali potrei trovare comunanza con te, un programma minimo insomma, però si potrebbe (se metto da parte le mie posizioni estreme). Ecco, stamane davanti al mio caffè, non riesco a dimenticarmi che il difetto dei riformisti – come splendidamente insegna Claude Guillon, è che non riformano mai un cazzo, vedo chiaramente che l’alternativa è tra la rassegnazione e la rivoluzione.

Ho quarantacinque anni e sono benestante. Non so farla la rivoluzione, perchè su quali cazzo di barricate dovrei salire se di barricate qui non ce n’è nemmeno l’ombra. Non c’è anima viva che voglia fare con me la rivoluzione. Certo il buon Proudhon quelle barricate del 1848 aveva dato una bella mano a erigerle, prima di salirci armato di schioppo; in cosa mi sento più appartenete a lui quindi: nella consapevolezza che, quando mai anche ci fosse, la rivoluzione non sarà mai trasmessa in TV.

Per questo coltivo rabbia e passione.

Oggi, rassegnato (che i miei quarantacinque anni me lo permettono), non voto perchè non voglio più ascoltare storie narcotiche. Chissà che tra dieci anni chi oggi ha dieci anni non decida di fare, alimentato da quella mia rabbia e da quella mia passione, l’inventario dei sogni e delle armi.

Leggiti quando e se ne hai voglia

Montesquieu, lo spirito delle leggi, Utet, 2005

Rousseau, il contratto sociale, Einaudi, 2005

Lenin, tutto il potere ai soviet, Gwynplane, 2011

Kropotkin, Scienza e Anarchia, Eleuthera, 1998

Cornel West, la filosofia americana, Editori Riuniti, 1997

Nichi Vendola, c’è un’italia migliore, fandango libri,2011

Claude Guillon, de la revolution, alain moreau,1988

e se lo trovi in qualche biblioteca Robert Pemberton, the happy colony

 

Ti raccontano, e già il racconto ti concilia il sonno, la storia per avvenimenti simbolici. Un po’, dicono, per facilitarti ad impararla; un po’, non te lo dicono, per distogliere la tua attenzione dai momenti fondanti. Per esempio. Sai per certo che la Rivoluzione Francese comincia il 14 luglio 1789. La festeggiano pure la presa della Bastiglia. Così stai lì, a guardarti i fuochi d’artificio del 14 luglio e non presti attenzione a quello che successe i due giorni precedenti.
Te lo racconto io.
Il 12 luglio, verso mezzogiorno, Parigi riceve la notizia che il giorno prima Luigi XVI ha licenziato Necker e tu conosci la fiducia che il Terzo Stato riponeva in questo ministro delle finanze. Aggiungici che nessuno a Parigi ignorava che questo licenziamento era l’inizio di un colpo di stato. Infatti che il duca di Broglie si acquartierasse con 35.000 uomini tra Versailles a Parigi non passava certo inosservato. Nel pomeriggio una folla immensa si dirige in Place de la Concorde (allora place Louis XV) e, cosa importantissima, occupa la Borsa e la principale banca di Francia: le Credit Lyonnais. In mezza giornata il Comitato Permanente, costituito per l’occasione e presieduto da Flesselles, riusciva a controllare praticamente tutte le finanze di Francia. Certo, il popolo avrà poi bisogno di una vittoria materiale, epica, mitica, come la presa della Bastiglia. Ma la rivoluzione fonda i presupposti del suo successo sulle barricate costruite il 13 luglio nelle vie a nord est della città per proteggere l’avvenuto sequestro dei depositi bancari e fermare le truppe del maresciallo Broglie che marciavano verso Parigi.
Le armi i parigini le avevano prese a les Invalides.
Ma le barricate. Lo sai perché si chiamano barricate?
Perché furono realizzate accatastando una sull’altra centinaia di barriques riempite di terra e detriti.
 
Napoleone Bonaparte che del prendere e mantenere il potere era maestro, nel 1800 fonda, portando a termine il programma rivoluzionario, la Banca Nazionale di Francia. Nel 1803 le concede il monopolio dell’emissione del danaro. Controllare i crediti e i debiti del paese lo terrà, nonostante nemici quali Inghilterra Prussia e Russia, sul trono di mezza Europa per quasi 15 anni.
 
La Comune di Parigi invece dura appena tre mesi.
Petr Kropotkin, alieno da ogni giacobinismo, vedeva –nella sua fondamentale interpretazione della rivoluzione francese data alle stampe nel 1909- nel pensiero sanculotto la madre di tutto l’agire anarchista. Probabilmente aveva ragione. Nel 1794 con la decollazione di Robespierre i sanculotti lasciano completamente il campo ai giacobini. Novelli banchieri.
Quando nel marzo del 1871, toltosi di torno Napoleone III, Parigi insorge e fonda la Comune i comunardi commettono un errore inspiegabile. Non si impossessano dei beni (migliaia di miliardi di franchi) della Banca Nazionale, cosa che li avrebbe messi in posizione di controllare l’intero paese. Anzi, dal cuore di Parigi, quei soldi vanno addirittura a finanziare l’esercito di Versailles, che al comando di Mac Mahon schiaccerà nel sangue la Comune.
Alieni da ogni idea di autofinanziamento creativo – chiesero pure prestiti i comunardi alla Banca Nazionale, concessigli a tassi da rapina… – anche i comunardi però fecero bellissime barricate.
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