archivio

Archivi tag: Milano

Sul finire degli anni ottanta, che mi annoiavo a preparare gli esami di latino (ero indeciso allora se fare l’insegnante o il critico cinematografico, poi sai come è andata), mi ero comprato una reflex. Avevo pochi soldi e potevo permettermi giusto una Yhasica fx super 3000. Con una sola ottica. Un 50 mm.

Non invidiavo nessuno di quelli che sfoggiavano zoom incredibili. Avevo letto Cartier-Bresson e sapevo che con  un 50 mm  puoi farci tutto. Non servono ottiche più lunghe o più corte. Basta avvicinarsi o allontanarsi dal soggetto che vuoi fotografare.

Quindi. Me ne andavo in giro per la città con la mia bella reflex al collo, caricata con pellicola Ilford da 200 asa. Bianco e nero. Perché vedi: mi ero procurato anche un ingranditore e le foto me le stampavo io. Avevo allestito in bagno una camera oscura. Sviluppavo e stampavo. E mi divertivo un casino. Volevo fare un libro sul mio flanellare per Milano. Poi, come sempre, non ho fatto un cazzo e ho buttato tutto a ramengo. Ma ho passato gran bei momenti in quella cazzo di camera oscura.

 

10246792_10203857595349463_7147847646661321927_n

 
10255215_10203900743948151_2139725970928946138_n
10294464_10203900741828098_8446102985208192201_n 10297566_10203900560903575_8235803874404704372_n

10259842_10203849677911532_5461991124888457162_n 10301357_10203900602344611_2979230960284306727_n 10343012_10203849651390869_5102177948918207961_n 10354756_10203858011599869_1059396370209261318_n

Ovviamente per ognuna di queste foto c’è una storia. Non te la racconto perché sono convinto, forse peccando di presunzione, che riesca ciascuna a raccontartela benissimo da se.

 

 

piano piano altre le metto qui

 

Sono seduto in un bar. Oggi il mese di ottobre dell’anno 2013 dell’era volgare compie 11 volte. E’ il giorno di venere, tarda mattina e il cielo di questa fottuta città è azzurro.
ul188
 
Oggi la amo un po’ di più questa città di merda in cui vivo da generazioni e di cui ho visto l’inesorabile degenerare. Sto guardando i giovani, guardo i neri e guardo gialli e guardo i bianchi (parlo della pelle, non delle ideologie), e vedo il sole filtrare nel piombo del loro futuro. Li vedo per quello che sono, le età e i colori, differenti variabili della curva del tempo e differenti rifrazioni dello spettro della luce. Roba irrilevante per fondarci differenze e divisioni. Me lo stanno dicendo tutti questi bellissimi giovani individui mentre mi sfilano davanti in corteo.
Me lo ha detto una volta la mia amica Giorgia, cieca dalla nascita. Mi ha detto una cosa che mi ha fatto pensare, a lungo. Mi ha detto: io non lo so cosa è il nero, non so cosa è il bianco. Non so cosa è giovane e cosa vecchio. Non li ho mai visti.
Mi chiedeva anche la mia cara amica Giorgia, che oggi credo stia camminando in mezzo alla gioia del corteo, da qualche parte probabilmente insieme a mio figlio (quello grande), se non mi sembra di buttare tempo e energie, dato quello che sta succedendo in questo malato paese, continuando a parlare di fumetti e quel che è peggio di intrattenermi in inutili diatribe critiche. Ti sembrerà strano, ma Giorgia, cieca dalla nascita, “legge” i fumetti e segue un sacco di blog. 
 
Rifletto continuamente su quello che mi ha detto Giorgia.
So almeno una cosa. Non sto perdendo tempo, ogni volta che mi scaglio contro le metaforiche disarmanti banalità sbrodolate dai suoi autori sul fumetto.
Per tre motivi.
Uno: chi usa queste metafore sbagliate spesso scrive, disegna, canta, filma storie per i bambini, per ragazzi. Quello che questi autori pensano finisce in quelle storie. Quelle storie sono normalizzanti. Anestetiche.
Due: quegli autori sono legati, con pochissime eccezioni, a un modo estinguendo della produzione di immaginario.
Tre: il controllo sociale, nel nostro occidente, oggi avviene non attraverso il manganello e l’olio di ricino (non nella parte sostanziale almeno) ma attraverso un uso totalitario dell’immaginario che produce risignificazione del linguaggio. L’uso diffuso di metafore non pertinenti è il segno del successo cui questa risignificazione è arrivata.
La narrazione che gente come Letta (con i suoi sgherri tipo Ichino) o Grillo (con le sue marionette blogcomandate) stanno strutturando su questo paese, contro l’evidenza e la verosimiglianza, per far passare un’invereconda intrepretazione opposta alla verità, è possibile solo perché a storie del cazzo e inverosimili e scritte male ci hanno abituato gli autori italiani: da decenni.
 
Oggi ho visto che c’è un sacco, ma un sacco davvero, di giovani che a queste balle non credono.
Che sanno usare appropriatamente le metafore, quotidiane e non.
Che tengono vivo il proprio immaginario in canali diversi da quelli ufficiali.
Che sanno che cosa è la verità. O per lo meno, la cercano.
Sono giovani e sono bellissimi.
Li invidio. E li amo.
Anche perché.
Probabilmente non leggono fumetti.
 
Oggi c’è il sole.
Di questo autunno.
Non è che l’inizio.

Tutti conoscete le cinque giornate del marzo 1848.

In quanti conoscete le quattro giornate del MAGGIO di cinquanta anni dopo?

c_documents_and_settings_cesare_my_documents_sito_emeroteca_italiana_www.emerotecaitaliana.it_img_18980509corsera-360x0

C’è un libro bellissimo, mai ristampato dai nostri illuminati editori, che potete consultare –voi che come me vi trascinate per i trani milanesi – alla Biblioteca comunale centrale. Si intitola L’Italia nel 1898: tumulti e reazione. Lo pubblicò la Società Editrice Lombarda in quello stesso 1898. Lo scrisse Napoleone Colajanni. Tra le altre cose ci racconta del maggio milanese.

Anche Paolo Valera racconta quei giorni, dal 5 all’ 8 maggio, in un libro – per me meno bello – pubblicato nel 1907 e intitolato La sanguinosa settimana del maggio ’98. Potete leggerlo qui.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: