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Poi non è vero che non sto facendo niente.

Dal lunedì al venerdì mi do da fare per mettere insieme il pranzo con la cena. Sono quaranta e passa ore della mia vita.

Mi dedico alla famiglia, cose tipo: far la spesa, cucinare la cena, correggere (raramente, che di solito lo fa mia moglie, ma capita) i compiti del piccolo; provare (quasi sempre) storia e latino  a quello grande.

Passeggio il cane. Guardo serie tv. Leggo romanzetti. Vado in Scighera con i miei compagni di sbronza.

Poi per esempio, su Scuola di Fumetto, il numero 96, ho appena pubblicato un pezzo sui quarant’anni di Metal Hurlant e su alcune idee che c’ho sul fumetto.

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Poi per esempio su Fumettologica è appena uscita una mia personale considerazione della biografia di Hitler di Mizuki.

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Poi per esempio con il mio amico Paolo Castaldi sto lavorando a una cosa fichissima sulla boxe.

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Poi per esempio sto cercando di scrivere un saggio ambiziosissimo su Parigi, il situazionismo, il fumetto e la libertà (non solo d’espressione).

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Poi per esempio, insomma l’hai capito: vivo.

Parigi, come sostiene Eric Hazan, è una città dai cambiamenti lentissimi. Le sue trasformazioni fisiche (scrive nell’indispensabile saggio Paris sous tension, La Fabrique Edition, 2011) possono essere interpretate come una lotta incessante tra lo spirito del luogo e lo spirito del tempo.

l_hazan_parisAl numero 11 di Rue de Medicis, proprio ai Giardini del Lussemburgo, c’è uno dei luoghi simbolo di questa tensione parigina: la libreria di Josè Corti. La libreria, fondata inseme all’omonima casa editrice (… a proposito, li hai mai visti i libri che fanno? Che splendidi oggetti sono: Eluard, Breton, Borges, Peret cuciti a mano e non tagliati) nel 1925, si trasferì lì dieci anni dopo e ci sta ancora, uguale a quando la frequentava Michel Foucault che era solito passarci a ravanare tra i libri prima di andarsene a casa, poco lontano, in rue de Vaugirard.

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E’ una sera d’estate del 1957, Foucault che insegna all’Università di Uppsala in Svezia, e torna a Parigi solo per le vacanze estive passa, per curiosare come sempre, dalla libreria di Corti.  Come racconta lo stesso Focault (Archeologie d’une passion; entretien avec C.Ruas in Dit Ecrits, tome IV, texte 343, Gallimard) quella sera in libreria c’era Corti e chiacchierava con un amico. Mentre aspetta di poter fare la conoscenza con quello che lui considera un mostro sacro della cultura francese, lo sguardo di Foucault è attratto da una pigna di libri vecchi, dalla fattura editoriale del secolo andato. Ne piglia uno. Un autore di cui non aveva mai sentito parlare e la cosa prima di incuriosirlo lo infastidisce. I libro si intitola La Vue e leggendone le prime righe Foucault ci trova una prosa decisamente simile a quella di Robe-Grillet. Allora quando Corti si libera e Foucault può rivolgergli la parola gli chiede timidamente chi fosse l’autore di quel libro.

Questo Raymond Roussel.

Ah… certo, il grande Roussel… risponde Corti. Così Foucault ne deduce che non poteva non conoscere Roussel e decide di comprare il libro. Ma allora, dice Corti, deve assolutamente leggere anche questo. E gli porge un altro volume di Rossel. Comment j’ai ecrit certains de mes livres.

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Da questo momento Foucault è come catturato dalla intricata personalità di Roussel e comincia su di lui una lenta indagine che si concluderà sei anni dopo, nel 1963, quando pubblicherà uno dei suoi libri meno conosciuti ma  fondamentale per comprenderne il pensiero: Raymond Roussel.

Mi sa, adesso, che prima di andare avanti devo raccontarti chi era questo Roussel.  Bene.

Ah! Una cosa. Di Hazan le edizioni Odoya hanno tradotto, non molto tempo fa (lo trovi ancora in libreria) il suo l’Invention de Paris. Leggilo.

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uno.

Nell’estate del 1924 il governo fascista muove gli ultimi sui passi nei limiti dell’istituzionalità albertina. Non si è ancora trasformato in regime. Anzi. Questo avrebbe anche potuto non accadere. Gli scenari sono tutti aperti. Che tra giugno e agosto lo scandalo del delitto Matteotti ne ha compromesso l’immagine: tanto che il fatto che Mussolini dovesse rimettere il mandato era abbastanza plausibile. Come poi andranno le cose lo sai: il fascismo ci metterà ancora poco meno di due anni (l’ultima legge fascistissima, quella che ne decreterà la vittoria -non è un caso e ci porterebbe a sospettare che forse Gramsci aveva ragione, in quei giorni fatidici del ’24 a prospettare come unica soluzione possibile lo sciopero generale- con lo scioglimento dei sindacati e il divieto di sciopero è dell’aprile 1926), ma diventerà regime. E lo resterà per vent’anni.

Bene. Cioè, no. Male. Nonostante in quei mesi si decidessero le sorti dell’Italia e, in qualche misura dell’Europa, non so se sull’isola di Capri arrivasse o meno l’eco di questi avvenimenti: ma non credo. Capri era allora luogo di amena, ricca e spensierata villeggiatura: danarosissimi stranieri vi giungevano da tutto il mondo, trasformandola in colonia di turismo preminentemente sessuale. Il governo fascista, conscio dell’importanza di Capri per la benevolenza dei ricchi industriali stranieri (e di conseguenza dei loro governi) verso l’Italia e il regime, e quale fonte d’entrata di pregiatissima valuta, tollerò per tutta la sua durata la rilassatezza di costumi e il disimpegno politico dell’isola. Per tutta la durata del regime Capri restò una specie di zona franca: cosmopolita, colta, gaudente e libera dalle pastoie della bigotteria cattolica e del mito della virilità fascista.

Nell’estate del 1924 trascorrevano le vacanze a Capri anche Walter Benjamin e sua moglie Dora Kellner. Qui Benjamin conoscerà Asja Lacis, rivoluzionaria lettone e regista teatrale, per la quale lascerà la moglie e, va da sè, si avvicinerà al marxismo. Ma il vero incontro con il marxismo lo farà sempre in quell’estate caprese, grazie alla lettura di un testo fondamentale della metodologia marxista, che intraprese grazie all’insistenza del suo amico Ernst Bloch: Storia e coscienza di classe di Gyorgy Lukacs, uscito a stampa proprio negli ultimi mesi del 1923.

In quel libro Lukacs analizza, tra le altre cose, la reificazione dovuta alla trasformazione in merce, all’interno della società capitalistica, di tutte le funzioni umane. In ogni agglomerato umano dei paesi capitalistici, sia la fabbrica o la città, le attività e le relazioni tra i membri che li compongono, perdono la loro naturale essenza per assumere il carattere di merce. E’ chiaro allora che la questione non è più limitata, come vorrebbero gli esegeti del libero mercato, alla sfera economica, ma diventa (e si rassegnino coloro cui questa parola scandalizza) ideologica e si estende alla società in tutte le sue manifestazioni di vita: a tutte le categorie sociali, culturali, religiose, artistiche, urbanistiche.

Una città infatti è lo spazio prodotto dall’incontro tra la somma delle istanze sociali dei suoi abitanti e il funzionamento economico delle sue proprie strutture. Lo spazio urbano, ci spiegherà ( in due bellissimi saggi: La pensee marxiste e la ville, Casterman, 1972 e La production de l’espace, Anthropos,1974) Henri Lefebvre un bel po’ di anni dopo prendendo le mosse da qui, è un prodotto sociale, o meglio: una complessa struttura sociale costruita su plus-valore e contraddizioni sociali, la cui forma cambia (leggiti assolutamente David Harwey se vuoi capire cosa sono oggi lo spazio e le città) a seconda di come cambiano i processi di accumulazione del capitalismo.
Insomma.
Era da tempo che a Benjamin girava in testa il progetto dei Passages di Parigi. A partire da questa estate del 1924 comincia a raccogliere materiale. Se sfogli il bellissimo volume Einaudi Sul concetto di Storia, nella quinta sezione troverai un appunto (il C I, 9) di Benjamin in cui si chiedeva, pensando alla realizzazione dei Passages, se non sarebbe stato possibile trarre dalla pianta di Parigi un film appassionante.

Non sarà un film ma sicuramente appassionante lo è; la fondamentale saga a fumetti che Jacques Tardi, a partire dal 1976, trarrà (sviluppandone, come diceva Benjamin in quel frammento, le diverse configurazioni in successione cronologica) dalla mappa di Parigi: le straordinarie avventure di Adele Blanc-Sec.

due.

Te lo dico subito, così ti regoli. L’edizione italiana delle avventure di Adele Blanc-Sec, quella uscita in due volumi per Rizzoli Lizard è una schifezza – per scelta del formato e per il lettering- che non si può guardare (come pure quella che Rizzoli BUR sta facendo per Nestor Burma). Se non sai il francese e vuoi leggere Tardi, fatti un corso rapido (anche di quelli a dispense settimanali, per il fumetto basta) e procurati i nove voumi Casterman.
Qui (per tutto quel che segue) mi riferisco solo a quelli.

La lenta scoperta di Parigi e il suo dispiegarsi come metagrafia influenzale dal fortissimo carico ideologico (non è un caso che nella prima metà dei nove anni che separano l’uscita dell’nono episodio di Adele – Le labirinthe infernal – dall’ottavo – le mystere des profondeurs-, Tardi comporrà quell’assoluta presa di posizione politica che sono i quattro volumi de le cri du peuple), sono i veri protagonisti di questo feuilleton (come d’altra parte e forse anche più dichiaratamente nelle indagini di Nestor Burma). Mi dispiace un po’ che Luc Besson non l’abbia capito, tirandone fuori un film mediocrissimo. Ma non è dell’inutilità di Besson regista che, in fondo, qui ci importa.

La data del 4 novembre 1911, con cui si apre il primo episodio di Adele Blanc-Sec (Adele et la Bete) non è una data a caso. Quel giorno lì Francia e Germania firmavano il trattato di Agadir, con il quale i tedeschi rinunciavano alle pretese sul Marocco. Rinviando così di qualche anno quella guerra che governi e industriali dei più potenti paesi europei (immaginandosi ancora un conflitto di quelli ottocenteschi rapido e circoscritto) desideravano da tempo.
Per come la vedo io gli esegeti del capitalismo e del libero mercato se non sono in malafede sono degli imbecilli. La firma di quel trattato (e fa niente se nel frattempo l’Italia era in guerra con l’Impero Ottomano per il controllo della Libia e nei paesi balcanici ci si scannava per la spartizione di un po’ di territorio sottratto alla Turchia) li fece tutti convinti che avesse ragione il più panglossiano di loro: un certo Norman Angell che in un libello dalla straordinaria fortuna, sosteneva che il capitalismo fosse incompatibile con la guerra e che il liberismo fosse l’unica via percorribile verso la pace.
In questi quasi quattro anni (dal 4 novembre 1911 al 28 luglio 1914) che precedono lo scoppio di quella che sarà chiamata Grande Guerra (e poi dopo il 1939 Prima Guerra Mondiale) e che perfettamente esemplificano l’assurdità schizofrenica del sistema capitalistico, si sviluppano le vicende del primo ciclo (diviso appunto in quattro albi) delle avventure di Adele Blanc-Sec.

Governanti ottusi incapaci di leggere e comprendere la (loro) contemporaneità. Imprenditori avidi e pervertiti più che perversi. Intellettuali liberisti e ottusamente ottimisti. Scienziati e medici arroganti e indifferenti. Ce n’è abbastanza di indizi per farci sospettare che quel periodo prebellico fosse un tempo caratterizzato dal sonno della ragione.

E il sonno della ragione, lo sappiamo genera mostri.
E’ proprio nel Museo di Storia Naturale, tempio della ragione e del darwinismo che il 4 novembre 1911, il mostro si sveglia portato alla vita da un mezzo scienziato mezzo stregone. E scatena il terrore su Parigi.

tre.

Quel bastardo nazista di Heidegger (condivido con Parinetto la convinzione che sia necessario buttarlo nella ruvera) sosteneva che le delimitazioni non sono cose su cui altre cose si arrestano, quanto piuttosto cose in cui altre cose iniziano la loro esistenza. Di primo acchito questa cazzata può pure sembrarti qualcosa di sensato. C’è gente, tipo i seguaci di quel vecchio burocrate vestito da drag-queen che vive in un quartiere privato di Roma, che su fesserie come questa ci arzigogolano la loro perversa morale.
Se invece che alla morale pensi, come me, alle mappe, beh! potresti dire: come la morale una mappa è una griglia perfettamente delimitata e generalizzata, una delimitazione simbolica dello spazio grazie alla quale posso affermare (come faccio con la morale per il mio comportarmi) il mio movimento.
Vero forse per chi viveva nel medioevo quando lo spazio non era considerato che un insieme gerarchizzato di luoghi.
Ma non oggi.
Cazzo.
Non dopo che Galileo (e leggiti Foucault, altro che Heidegger, che te lo spiega tanto bene) ha rivoluzionato la nostra percezione dello spazio spiegandoci che non c’è gerarchia alcuna e che, anzi, ogni luogo è uno spazio infinito.

quattro.

Che la Parigi in cui si muove (per il ciclo dei primi quattro episodi) Adele Blanc-Sec, sia in fondo una metafora della Francia intera non c’è bisogno che stia qui a spiegartelo io. Però, se vuoi averne la riprova collega i luoghi topografici più estremi, e funzionali al racconto, in cui è ambientata questa storiona d’appendice (tutti luoghi simbolo: Jardens de Plantes, place Denfert, Champ de Mars, place Charles de Gaulle, parc Monceau e –il più simbolico di tutti- Cimitiere du Pere Lachaise) e otterrai un esagono, irregolare, ma un esagono, con al centro quasi perfetto il Pont Neuf.
Adesso mi perdonerai se tiro in ballo ancora Foucault, ma purtroppo devo.
E se ti annoio e non ci hai voglia di perdonarmi, puoi sempre andarti a leggere uno dei tanti bei blog di critici fumettici, quelli che gli danno senza problema il pass per Lucca. Che ti diverti di più, sicuro.
Ma torniamo a noi.
In un libro bellissimo e indispensabile, Les mots et les choses, del 1966 (l’edizione italiana è di Rizzoli e lo ristampa sempre dal 1967) Foucault introduce, sfottendo il mediocrissimo Borges, il concetto di eterotopia. Con queste parole: Le utopie consolano; se infatti non hanno luogo reale si schiudono tuttavia in uno spazio meraviglioso e liscio; aprono città dai vasti viali, giardini ben piantati, paesi facili anche se il loro accesso è chimerico. Le eterotopie inquietano, senz’altro perché minano segretamente il linguaggio, perché vietano di nominare questo e quello, perché spezzano e aggrovigliano i luoghi comuni, perché devastano anzi tempo la «sintassi» e non soltanto quella che costruisce le frasi, ma quella meno manifesta che fa «tenere insieme»…le parole e le cose. È per questo che le utopie consentono le favole e i discorsi: si collocano nel rettifilo del linguaggio, nella dimensione fondamentale della fabula; le eterotopie (come quelle che troviamo tanto frequentemente in Borges) inaridiscono il discorso, bloccano le parole su se stesse, contestano, fin dalla sua radice, ogni possibilità di grammatica, dipanano i miti e rendono sterile il lirismo delle frasi “.
Poi, l’anno dopo –in quella bellissima conferenza che è Des Espaces Autres (la puoi leggere in italiano nel volume Spazi altri di Millepiani che già ti ho lincato, oppure nell’ Archivio Foucault di Feltrinelli del 1998 con il titolo, appunto, di Eterotopie) aggiusta la definizione di questo concetto. Gli spazi eterotopici sarebbero, a differenza delle utopie, luoghi effettivi, ma pure dei contro luoghi. Quasi delle utopie effettivamente realizzate nelle quali i luoghi reali (in particolare la loro interpretazione culturale) vengono rappresentati, contestati, sovvertiti. Te lo dicevo, no, E’ quello che fa Tardi, quando apre il primo episodio di Adele Blanc-Sec: sovverte il museo di storia naturale, il tempio della razionalità darwiniana, trasformandolo nella culla di una delle saghe più assurde e sconclusionate (apparentemente, occhio!) della storia del fumetto, dove tutto smentisce tutto. Dove gli pterodattili volano, le mummie ballano e gli uomini combattono guerre assurde. Una borgesata che avrebbe fatto spanciare Foucault (se gli fossero interessate cazzate come i fumetti) quanto lo faceva ridere Borges stesso (come ci racconta nell’introduzione a le Parole e le Cose).
La saga di Adele Blanc-Sec è, come la Parigi dei situazionisti (non avrà potuto prescindere, penso io, Foucault dalla psicogeografia)– soprattutto il secondo ciclo (gli episodi dal quinto all’ ottavo, che poi il nono diventerà un’altra cosa ancora) quello in cui il vero protagonista è Brindavoine e il suo debordiano girovagare di bistrot in bistrot- una splendida eterotopia, i cui luoghi si trovano al di fuori di ogni luogo, pur potendo essere effettivamente localizzabili.
E realizzabili; che non dimenticartelo: se vuoi attraversare il Pont Neuf (te l’ho detto che non ci sta per caso nel centro della Parigi di Adele) e arrivare ad Alphaville (no, non ho sbagliato, per Anderville manca ancora un sacco di strada) devi saperlo dove sta.

(continua)

Ti raccontano, e già il racconto ti concilia il sonno, la storia per avvenimenti simbolici. Un po’, dicono, per facilitarti ad impararla; un po’, non te lo dicono, per distogliere la tua attenzione dai momenti fondanti. Per esempio. Sai per certo che la Rivoluzione Francese comincia il 14 luglio 1789. La festeggiano pure la presa della Bastiglia. Così stai lì, a guardarti i fuochi d’artificio del 14 luglio e non presti attenzione a quello che successe i due giorni precedenti.
Te lo racconto io.
Il 12 luglio, verso mezzogiorno, Parigi riceve la notizia che il giorno prima Luigi XVI ha licenziato Necker e tu conosci la fiducia che il Terzo Stato riponeva in questo ministro delle finanze. Aggiungici che nessuno a Parigi ignorava che questo licenziamento era l’inizio di un colpo di stato. Infatti che il duca di Broglie si acquartierasse con 35.000 uomini tra Versailles a Parigi non passava certo inosservato. Nel pomeriggio una folla immensa si dirige in Place de la Concorde (allora place Louis XV) e, cosa importantissima, occupa la Borsa e la principale banca di Francia: le Credit Lyonnais. In mezza giornata il Comitato Permanente, costituito per l’occasione e presieduto da Flesselles, riusciva a controllare praticamente tutte le finanze di Francia. Certo, il popolo avrà poi bisogno di una vittoria materiale, epica, mitica, come la presa della Bastiglia. Ma la rivoluzione fonda i presupposti del suo successo sulle barricate costruite il 13 luglio nelle vie a nord est della città per proteggere l’avvenuto sequestro dei depositi bancari e fermare le truppe del maresciallo Broglie che marciavano verso Parigi.
Le armi i parigini le avevano prese a les Invalides.
Ma le barricate. Lo sai perché si chiamano barricate?
Perché furono realizzate accatastando una sull’altra centinaia di barriques riempite di terra e detriti.
 
Napoleone Bonaparte che del prendere e mantenere il potere era maestro, nel 1800 fonda, portando a termine il programma rivoluzionario, la Banca Nazionale di Francia. Nel 1803 le concede il monopolio dell’emissione del danaro. Controllare i crediti e i debiti del paese lo terrà, nonostante nemici quali Inghilterra Prussia e Russia, sul trono di mezza Europa per quasi 15 anni.
 
La Comune di Parigi invece dura appena tre mesi.
Petr Kropotkin, alieno da ogni giacobinismo, vedeva –nella sua fondamentale interpretazione della rivoluzione francese data alle stampe nel 1909- nel pensiero sanculotto la madre di tutto l’agire anarchista. Probabilmente aveva ragione. Nel 1794 con la decollazione di Robespierre i sanculotti lasciano completamente il campo ai giacobini. Novelli banchieri.
Quando nel marzo del 1871, toltosi di torno Napoleone III, Parigi insorge e fonda la Comune i comunardi commettono un errore inspiegabile. Non si impossessano dei beni (migliaia di miliardi di franchi) della Banca Nazionale, cosa che li avrebbe messi in posizione di controllare l’intero paese. Anzi, dal cuore di Parigi, quei soldi vanno addirittura a finanziare l’esercito di Versailles, che al comando di Mac Mahon schiaccerà nel sangue la Comune.
Alieni da ogni idea di autofinanziamento creativo – chiesero pure prestiti i comunardi alla Banca Nazionale, concessigli a tassi da rapina… – anche i comunardi però fecero bellissime barricate.

C’era una volta, nemmeno tante volte fa, un tempo in cui le teste coronate dovevano mettere nel loro conto anche di vedersela rotolare, la testa, nel cesto sotto la ghigliottina. E questo solo perché il popolo si era stufato di loro. Oh! Erano tempi bui e tristi quelli, in cui a un re poteva capitare anche di prendersi tre revolverate e in cui a una regina tanto bella e amata poteva toccare di vedersi spezzato il cuore non da un principe azzurro ma da venti centimetri di acciaio damascato. E ancora peggio: nemmeno i democratici presidenti di democratiche repubbliche potevano dirsi al sicuro. Ennò.

Oh! Erano tempi tremendi quelli, in cui il ghiribizzo di un anarchico poteva addirittura arrivare ad attentare alla vita del presidente degli Stati Uniti o di quello di Francia. Che vergogna! Tutto questo solo per vendicare un qualche compagno straccione giustamente giustiziato. Oh! Erano tempi tristi quelli; pensa che neppure il sacro tempio della democrazia, il parlamento, era rispettato: ci fù un giorno in cui un anarchico buttò dalla tribuna riservata agli spettatori una bomba sui deputati di Francia! Uh. Si chiamava Auguste Vaillant quel pazzo. Vuoi, che te ne racconti la storia? Si? Allora ascolta.

Era giovane e bello Auguste, quando arrivò a Parigi da Mezieres, dove era nato nel 1861. Quanto giovane? Oh! Tanto, forse troppo per procurarsi da vivere da solo… sì perché Auguste era stato abbandonato dai genitori.

Pensa: aveva dodici, forse tredici anni quando finì in galera per aver viaggiato in treno senza biglietto.

Pensa: aveva forse 17 anni quando finì in galera per aver mangiato in un ristorante senza soldi per pagare. E’ allora, dopo sei giorni di prigione che decide di andarsene a Parigi. A piedi. Capisci, vero?, cosa voglio dire quando ti parlo della libertà del camminare?

Poi, vedi, a Parigi lavoretti vari per sopravvivere uno li trova, ma a Parigi trovi anche, sempre, l’amore. Auguste, da bravo miserabile qual è, comincia a frequentare i gruppuscoli anarchici; qui incontra una ragazza. Bella come belle non ne ha mai viste; ci va a ballare, se ne innamora, fanno l’amore e, anche se lui non è un principe azzurro e lei non è una principessa, si sposano e vivono felici. Ma non per sempre. Non è una favola questa, lo sai. Per i miserabili la miseria non ha altro finale che se stessa. Nasce una bambina (Sidonie) e la loro povertà non gli permette di mantenerla. Così emigrano in Argentina.

Ma devono tornare, perché laggiù la miseria regna sovrana come a Parigi.

E’ forse per cacciarla dal mondo, quella puttana miseria, che Auguste, il 9 dicembre 1893, decide di lanciare un ordigno esplosivo in mezzo alla Camera dei Deputati. L’ordigno è rudimentale, mal progettato, ferisce prima di tutti Auguste e poi, lievemente, qualche parlamentare.

Arrestato Auguste è condannato a morte. Non ha ucciso nessuno. Ma ha disprezzato la bella democrazia. SACRILEGIO! A MORTE! Oh, lo gridano anche i socialisti dalle loro belle gazzette democratiche.

Chiede la grazia. Ma il Presidente Sadi Carnot la rifiuta.

Il 4 febbraio lo ghigliottinano.

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