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Certo. Se nella vita vuoi fare il professionista delle introduzioni per collaterali a fumetti, non è nemmeno poi così difficile. Quattro dati storici, il riassunto della trama e una curiosità di quelle da maniaco, e hai scritto già le tue cinquemila battute. Funziona quasi sempre così; guardati i volumi dedicati a Ken Parker o quelli per Zio Paperone. Se invece ogni volta vorresti riuscire a scrivere qualcosa che serva a una risistemazione critica dell’opera e dell’autore in questione c’è da uscirne laceri e pesti.

Giuro, io non lo faccio mai più di accettare una cosa come quella di scrivere, anche poche, introduzioni per un autore come Pratt. Non mi resta più testa e tempo per niente (che devo farlo nel tempo libero), certo non per scrivere gli altri mille cazzi che mi frullano nel cerebro e quasi nemmeno per far da mangiare ai pargoli.

 

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Allora, ti venissi mai a trovare nella mia condizione, ti suggerisco una ricettina veloce e adatta al caldo di questi giorni.

Metti su l’acqua per la pasta.

Prendi il frullatore, buttaci dentro due spicchi d’aglio (fresco, ti prego) sei o sette pomodorini secchi di quelli sott’olio e un cucchiaino di semi di finocchio. Un pizzico di sale poi frulla. Grossolanamente.

Recupera una bella manciata di mollica di pane, falla in briciole e tostala in una padella antiaderente. Non usare condimenti. Non devi friggerla.

Intanto se l’acqua è arrivata a bollore salala e poi butta la pasta, quella che ti pare. Io preferisco gli spaghetti alla chitarra. Quando è pronta, bella al dente, la scoli e la metti nella padella con la mollica tostata. Aggiungi il frullato grossolano di pomodorini, una presa generosa di origano (meglio se ce l’ai fresco), una gratugiata di scorza d’arancia (non trattata, vadasè) e olio evo crudo quando te ne piace.

Servi. Ti vorranno tutti un bene dell’anima.

Bevici dietro un Cirò rosato di Calabria.

Compro niente, lo sai, che non si possa bere, fumare, mangiare. Più o meno in rigoroso ordine gerarchico. Ma come tutte le regole anche questa ha le sue belle eccezioni. Per esempio. Ieri ho comprato, dopo aver vagabondato (non senza vergogna) in uno di quei cosi (che, nella lingua di questo paese malato di fanfole e barzellette, chiamano librerie) dove si ammucchiano a scopo di vendita tonnellate di carta imbrattata dall’inchiostro di storie irrilevanti, l’edizione integrale (fatta da Lizard) di una delle cose più belle di Pratt, Gli scorpioni del deserto.

La mia parte sana, quella ideologica, saldata alle idee di bellezza e giustizia (vuoi mica dire la rivoluzione?) é radicalmente contraria alla proprietà intellettuale; mi obbliga quindi a vergognarmi almeno un po’ ogni qualvolta che per delle idee o delle storie mi tocca di pagare. Ma per Pratt, e per gli scorpioni in particolare mi metto la vergogna in tasca e pago. Non è di me, però, che ti voglio parlare. La situazione è questa: quando alle ore 18 del 10 di giugno del 1940 Mussolini annuncia allo sbigottito popolo italiano la nostra entrata in guerra a fianco della Germania, è convinto che la guerra sarà molto veloce e che questo potrà significare per le colonie italiane in Africa una notevole espansione. L’Italia, divenuta impero, controllava i territori di Libia, Eritrea, Etiopia e parte della Somalia.Più un piccolissimo territorio in Cina, ma questa è un’altra storia.

Dopo l’armistizio con la Francia e la morte di Balbo, Mussolini che vuole assolutamente un’avanzata in Egitto, per poterne reclamare l’attribuzione poi al tavolo della pace, manda in Libia il generale Graziani. Il quale, per motivi che non starò qui a raccontarti, avanza in terra egiziana giusto di un ottantina di kilometri, per attestarsi poi – in quella che sembra la totale indifferenza degli inglesi- nel totale immobilismo a Sidi el Barrani. L’offensiva italiana in Africa orientale è decisamente più significativa. Tra luglio e agosto le truppe coloniali italiane invadono il Sudan (occupandolo fino alla città di Gallabat) e la Somalia bitannica conquistandone la capitale Hargeisa e lo sbocco al mare della città di Berbera. Dopo la conquista del Somaliland, però, i comandi militari italiani assunsero fino al gennaio dell’anno dopo, un atteggiamento necessariamente (è difficile condurre offensive in totale carenza di truppe e di mezzi e di conoscenza del territorio) attendista. Durante questi mesi l’esercito coloniale italiano fu logorato in Africa settentrionale dalla resistenza libica e dalla guerriglia inglese condotta da un’unità irregolare e multietnica: il Long Range Desert Group, mentre nel Corno d’Africa dalla resistenza Etiope. Tanto che quando a gennaio del 1941 partirà, dal Kenya e dal Sudan, la controffensiva inglese, in pochi mesi l’impero italiano dell’Africa orientale sarà spazzato via. In maggio Haile Selassiè tornava sul trono di Addis Ababa. Quindi ti è ormai chiaro cosa ci facevano, tra il settembre e l’ottobre del 1940, un polacco e un greco nei pressi di Giarabub (città della Libia orientale): atti di guerriglia.

Piccolo inciso. Finita la guerra, basta. Il vile campo di quelli che nel nostro paese, in modi e con mezzi diversi, raccontano storie, sembra dimenticarsi che l’Italia si portava addosso la responsabilità di un dominio coloniale. Vero. Nel 1947, su forte sollecitazione di Longanesi, Ennio Flaiano… che –intendiamoci- a me non è mai piaciuto: non riesco a capire l’universale apprezzamento tributato ai suoi aforismi e mi irritano le sue prove narrative; però ecco, ce da dire che il suo romanzo Tempo di Uccidere, che appunto dava alle stampe su forte spinta di Leo Longanesi nel 1947, è stato l’unica coraggiosa voce ad avere affrontato (con borghesissima attenzione ombelicale, vabbè, ma almeno senza la retorica tutta italiana dell’autoassolvimento da ogni responsabilità) il nostro passato coloniale. Nemmeno tanto passato quando il romanzo uscì: allora, infatti l’impero d’oltremare era caduto da soli sei anni.

Poi te l’ho detto più niente. Per tanto tempo. Dovremo aspettare e accontentarci di Brizzi e Lucarelli. Qualcuno si accontenta pure di Manfredi. Ma. Ci fu una grande voce narrativa che di questo passato cercò -o forse non ebbe il minimo timore – di raccontarci qualcosa, senza i limiti della raffinata laica intellettualità di Flaiano (può anche darsi che Pratt il libro di Flaiano l’abbia letto, ma mi sembra del tutto infondata l’idea avanzata da Giovanni Marchese che le atmosfere di Tempo di Uccidere possano aver avuto sul veneziano una qualche influenza. Tutt’altra sensibilità. Per nostra fortuna), ma con la forza popolare del fumetto e la libertà della memoria: fu quella di Pratt, dei suoi scorpioni del deserto (fumetto; 1969) e delle pulci penetranti (memorie;1971).

Arrivato in Libia per guidare l’offensiva che, nei piani di Mussolini, avrebbe dovuto penetrare in Egitto e portare l’esercito italiano fino a Iskandariya, Rodolfo Graziani dovette prendere atto di uno stato di fatto militare assolutamente delusorio rispetto alle belle e gloriose aspettative che si nutrivano a Roma. L’aviazione era decisamente inferiore a quella inglese; la scarsità di mezzi di trasporto rendeva impossibile una razionale gestione logistica delle truppe soprattutto in vista della mobilitazione sul fronte orientale per l’offensiva; a questo andava aggiunto che, nonostante non si fosse risparmiata nessuna ferocia, l’Italia non era riuscita a controllare in modo diffuso il territorio, e che la guerriglia libica impegnava un discreto numero di reparti nell’interno della Cirenaica, mentre quella inglese impegnava, con le scorribande del Long Range Desert Group, intere colonne d’artiglieria sul confine orientale. Nonostante Graziani non avesse nascosto, in numerosissimi rapporti a più riprese inviati allo Stato Maggiore Generale, questo stato di cronica insufficienza di uomini e mezzi, chi conduceva la guerra da Roma (cioè Mussolini e Badoglio) volle comunque l’offensiva e l’avanzata in Egitto. Così Graziani fece il minimo indispensabile. Il 16 settembre 1940 avanzò prudentemente per circa 80 kilometri con sette divisioni appiedate e arrivò, non contrastato dagli inglesi, fino a Sid El Barrani. Qui si trincerò in attesa. Considerava prioritario organizzare la difesa del fronte. Il dispositivo di difesa italiano era infatti difettoso e lacunoso. Si estendeva su una distanza troppo ampia con una serie di campi trincerati ma isolati tra loro. Uno di questi era a Giarabub. E’ più o meno in questa situazione di stallo che si aprono gli Scorpioni del deserto.

Con una sequenza fulminante (in cui gli scorpioni attaccano un convoglio postale italiano) che ci introduce alla natura guerrigliera di Koinsky, entriamo di forza nella storia – non solo intesa come racconto, ma proprio come cronaca di fatti veramente accaduti. Siamo convinti, da queste parti, infatti che il fumetto sia un dato di fatto, non un’interpretazione, e questo fumetto di Pratt è qui a spiegarcene il come e il perché. Vedi. Gli inglesi progettano di sfondare il fronte italiano agli inizi di dicembre. Per questo durante quel periodo di stallo che va dalla presa di Sid El Barrani alla controffensiva inglese (cioè da metà settembre a inizio dicembre) agenti di una parte e dell’altra compiono azioni segrete per raccogliere informazioni. E’ proprio il 27 di settembre che troviamo il greco Kord, il polacco Koinsky e il senussita Hassan infiltrati in Giarabub per raccogliere informazioni sugli spostamenti delle truppe italiane. E qui cominciano apparentemente a sorgere i primi problemi.

Sembra che Aristotele avesse proprio torto. Credeva infatti che esistesse uno stato privilegiato di quiete. Newton invece ci ha spiegato che uno stato privilegiato di quiete non esiste. In fondo per Aristotele era semplice: la Terra se ne stava lì immobile, ferma in quiete nel centro dell’universo; la sua immobilità era il riferimento assoluto per la valutazione del moto degli altri corpi e del passare del tempo. C’erano uno spazio assoluto e un tempo assoluto. Per noi, che ci è toccato di vivere dopo Newton, le cose sono un po’ meno semplici. La Terra ha smesso di starsene ferma, lì nel centro dell’universo, e si è messa a girare attorno al sole e attorno a se stessa. Da questa cosa Newton ne derivava la necessaria assenza di qualsiasi riferimento assoluto per lo stato di quiete. Maledetto relativismo! Se voglio prendere in considerazione, ad esempio, il moto di un treno devo ignorare i moti di rotazione e di rivoluzione della Terra. Se considero il movimento del controllore, devo ignorare il movimento del treno. Questa mancanza di un sistema di riferimento assoluto ha una conseguenza lampante: l’impossibilità di stabilire la posizione assoluta di un evento nello spazio. Ma ne comporta anche un’altra, che purtroppo sfuggi a Newton, minato dalla sua fede in un dio assoluto che sarebbe crollata ammettendo l’inesistenza di un tempo assoluto. Ce la illustrerà Einstein questa cosa: se il tempo è legato alla velocità e allo spazio percorso, non essendoci accordo sullo spazio non può esserci accordo sul tempo. Meglio. Non è possibile stabilire in modo assoluto la durata di un evento. E’ il 27 settembre 1940 (è Pratt a scriverlo nella didascalia che apre la tavola) quando, dopo quella sequenza di cui ti ho detto che ne presenta i personaggi, Kord e Hassan entrano in Giarabub prendendosi gioco delle sentinelle; si recano a casa dello zio di Hassan che dovrebbe dargli informazioni circa i movimenti delle truppe italiane, ma lo zio e il cugino di Hassan si rivelano fedeli agli attuali occupanti e cercano di catturarli. Li salva l’intervento provvidenziale di Koinsky. Kord uccide zio e cugino e poi tutti e tre scappano, forzando i posti di blocco italiani, su una camionetta. Tutto accadrà, ne convieni, vero?, che le convenzioni narrative non lasciano ombra di dubbio, in una manciata di ore. Dopo qualche ulteriore ora di fuga, poi, la camionetta fonde le bronzine e si ferma (entra in stato di quiete). Così i tre restano appiedati nel deserto libico. La vignetta dopo, la camionetta è sempre nel medesimo stato di quiete, nella stessa posizione nello spazio, su quella camionabile in mezzo al deserto. Kord, Hassan e Koinsky si allontanano a piedi. La didascalia sulla sinistra ci avverte che i tre hanno cercato di riparare il mortore ma non essendoci riusciti hanno deciso di andare a piedi verso la base di Siwa. Ci da anche un’altra preziosissima informazione quella dida: che ci spiazza e ci sbatte davanti l’impossibilità di stabilire la durata di quell’evento. E’ il 30 di ottobre. Come? Non te ne eri accorto? Certo. Perché i fumetti si guardano e non si leggono e non c’è niente di più inutile di quegli ostacoli allo sguardo che sono le didascalie. Sì, anche quelle usate qui da Pratt, che infatti andrà sempre diminuendone l’utilizzo. Naturale quindi saltarle, ignorarle, dimenticarle. Non leggerle. Comunque. Cazzo! Possibile che i tre ci abbiano messo per rendersi conto che il motore non era riparabile, più di un mese? No. La questione è che il tempo, questa simpatica ma ingombrante quarta dimensione, nel fumetto ha le sue leggi fisiche che non sempre -quasi mai- sono quelle newtoniane. Ma.

Senza essere carducciano, che il resto del poema è ben poca cosa e della sua poetica l’unica rilevanza è, alla fin fine (pur tra affettati satanismi e genuflessioncelle d’ordinanza) il soldo: quello dei mercenari accademici; ossia pura retorica reazionaria, ben pagata quando canta scatologiche elegie al mercato dei santini; come in fondo è pure, ammettetelo, quello dei fumetti –dove trovare infatti, oltre la parrocchia, un più fertile mercatino dell’iconografia clerico-fascista se non nelle edicole tra i giornaletti a fumetti? Vedete l’attinenza! Senza essere carducciano, dicevo, faccio miei due versi del vate avvinazzato: “che mi importa di preti e di tiranni? Ei son più vecchi de’ lor vecchi dei…”, che mi servono poi a introdurre un breve discorso (lo dico subito: apodittico) su una certa tendenza del fumetto italiano. E cioè quella di essere, in massima parte, il sacerdote ufficiante la religione di quel dio grasso e porco e tiranno che è il divagare.

Intendiamoci: cito a memoria da il canto dell’amore. Devi perdonarmi, ma in pochissime occasioni il Carducci mi commuove. Questa disperata resa al potere, insieme a pochi versi sul vino di Valtellina, ha la capacità di muovervi a comprensione per la contraddizione di chi un tempo inneggiante a satana soffoca nell’epidemica occasione delle odi a reginette d’Italia e figlie di presidenti del consiglio. Ce n’è anche oggi. Quello che mi fa incazzare è che questi odierni sembrano manco smossi dai sensi di colpa che invece aveva un Carducci. Leggiti Odi Barbare e Rime e Ritmi (innumeri le edizioni economiche) e butta a cesso tutti i minchioni zanzotteschi e contemporanei.

Se aveva ragione Proudhon (nel suo Du principe de l’art e de sa destination social, del 1865) e ce l’aveva eccome, convinto della storicità delle forme estetiche e del loro conseguente essere espressione della visione del mondo della classe dominante, non possiamo stupirci se la maggior parte dei fumetti prodotti oggi in Italia sono ispirati da un univoca politica culturale: quella aziendale. E’ un dio minore il divagare, e il suo compito è di renderci sopportabile la nostra vita dominata dal mercato globale. Azzerando ogni pulsione alla curiosità e all’intelligenza del reale. Quindi alla sua messa in discussione. Usando quali mezzi la banalità dell’avventura serializzata e l’assurdo quotidiano trasformato in commediola generazionale. E con questo non intendo sminuire la vera cultura popolare paraletteraria (con tutto che il fumetto è paraletteratura solo per qualche professorina da scuola di fumetto, appunto), che anzi bene coglie –in certe sue manifestazioni più consapevoli- lo stato attuale del nostro esistere (non lo amo ma devo rimandarti, a questo proposito, a due imprescindibili raccolte di saggi di Valerio Evangelisti, Alla periferia di Alphaville e Sotto gli occhi di tutti, entrambi L’ancora del meditteraneo, rispettivamente 2001 e 2004); intendo invece sottolineare quanto la maggior parte della produzione fumettistica sedicente popolare non sia, oggi in Italia, che una sequela di squallide operazioni commerciali appiattite ed adeguate alla supposta acerbità intellettiva del lettore.

Siamo orfani dell’eroe più fantastico, metafisico e irreconciliato che il fumetto abbia mai avuto: ci manca Corto Maltese. E siamo ostaggi del più confcommerciale ed episcopale di tutti: Tex Willer. E ‘ una questione scolastica: l’odore della merda è riconducibile più a una formula economica che a una formula chimica. La chimica, al limite, ci spacca il fegato: mica le importa a lei di mozzarci la punta delle ali della nostra bella libertà. All’economia sì. L’economia ci piace di tenerci belli in salute: così siamo più produttivi e consumativi senza pensiero. In più se non ci ammaliamo può chiudere gli ospedali che le costano troppo; così le piacciamo: sani, lavoratori e poi morti. Che non costiamo nulla di lunghe degenze o meritato riposo. Ma me garba mica stare sempre sano. Sono patologicamente sveviano e fumatore, quindi. Ogni mezzora il mio fegato metabolizza la sua giusta parte di quel composto azotato che chiamano nicotina e lo manda in circolo, diffondendolo ovunque, nel corpo. Dicono almeno un terzo raggiunga il cervello. Ora, la scienza ben sa quello che questo alcaloide causa agli apparati vari: respiratorio, gastrointestinale, cardiovascolare. Ma cosa faccia quando giunge al cerebro, quali meccanismi scateni, qui la scienza solo suppone.

 

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Non c’è nemmeno da dubitarne: Resnais è mille volte più interessante e profondo di Wang, ma è Angie Wrein, nella sequenza iniziale di Smoke, a chiarirci tutto sulla confusione onirica che ci provoca la nicotina. Quando ci racconta di come Sir Walter Raleigh(avventuriero poeta corsaro ed esploratore, primo importatore della solanacea nicotiana dal nuovo mondo all’Inghilterra -immagino tu abbia già letto tutto di quel grande intenditore di baldracche pirati e corsari che fu Defoe senza aspettare il mio parere, ma se non l’hai fatto La vita e le imprese di Sir Walter Raleigh, Sellerio, 1993 è un ottimo inizio-, nonché protetto della regina Elisabetta) misurò brillantemente il peso del fumo. Pesa un sigaro, se lo fuma e poi ne pesa la cenere. La differenza ci da il peso del fumo. Il valore esatto del nostro piacere è dato da una differenza inesistente. Come quando leggiamo: il piacere della lettura è una continua falsa sottrazione. Che alla fine ci lascia almeno con una prospettiva sulla vita. Che se non è la vita, non è comunque cosa da sottovalutare. E’ il potere, quello dei divieti (di fumare) che alimenta un’artificiosa dicotomia tra la vita e la lettura. Ammansendoci appunto letture degradanti, zuppe liofilizzate o precotte tutte con lo stesso sapore e sulle quali svetta, è ovvio, la superiorità effettuale della scadente serialità della nostra vita.

Ma leggere fumetti, fumetti veri, è ben altro. Leggere fumetti è quasi risolvere il problema che toglieva il sonno a Sant’Agostino: della differenza tra il testo visto nella mente e testo pronunciato dalla voce. Il fumetto è guardare le figure e le parole, sintesi tra significante e significato. Simulacro.

Quell’imprescindibile canaglia di Rousseau distingueva, in un saggio (ne ha scritte tante di fesserie, ma quello che i suoi detrattori metafisico-sifilitico-cattolici, per intenderci:da Nietzche a Maritain, non gli perdoneranno mai, è di avere restituito all’esperienza sensibile il posto che le compete: cioè quello di unico mezzo possibile per accedere alla conoscenza) sull’origine delle lingue (Jean Jacques Rousseau, Saggio sul’origine delle lingue, Einaudi, 1989), tre differenti tipi di scrittura. Il primo si sarebbe basato sulla rappresentazione pittorica degli oggetti, il secondo sull’uso di caratteri convenzionali per trascrivere parole e frasi, il terzo non sarebbe stato altro che la scrittura alfabetica. Inutile sottolineare come agli occhi dell’illuminista al terzo tipo era da attribuire massima espressione di civiltà, mentre il secondo e il terzo andavano via via degradando dal barbarico al selvaggio.

Che avrebbe detto Rousseau dei fumetti che di questi tre tipi di scrittura sono la sintesi: rappresentazione grafica, onomatopee e scrittura alfabetica? Sarebbe rimasto così convinto nei suoi pregiudizi o avrebbe ammesso che il tipo di scrittura non è un indice diagnostico del livello di una civiltà? Ma poi ci interessa veramente quello che avrebbe pensato Rousseau? Non è proprio il corvo, in un cedimento dantesco, a dire a Corto Maltese, quando questi gli chiede che penserà la gente vedendolo andare in giro con un corvo parlante: “via, via Corto, proprio tu parli così… cosa ce ne importa della gente?” (Hugo Pratt, Sogno di un mattino di mezzo inverno, Lizard, 1999).

Dice Pratt a proposito dei narratori che “i modi di esprimersi si differenziano, ma è identico lo sforzo creativo per raccontare una storia”.

L’avevamo qui a due passi il pagano superamento della dicotomia agostiniana, la quadratura del cerchio, il senso aristotelico del nostro piacere. L’assoluta lampante leggerezza del leggere fumetti. “Nella mia testa testo e immagine vanno di pari passo… per me, oggi, la grafica parte dalla necessità di un tratto per andare verso l’imperativo della parola. E’ così che nasce il fumetto” (citazioni prese da Il desiderio di essere inutile, Lizard, 1996).

Se le cose stanno così possiamo veramente dimenticarci Rousseau e tutte le gerarchie culturali. Infatti il problema adesso è conoscere qual è il vero peso del fum(ett)o.

Noi fumatori sappiamo.

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