archivio

Archivi tag: Proudhon

 

grecia 3due.

La casa editrice Laterza pubblica, da un po’ di tempo nella collana dei suoi saggi tascabili, interviste agiografiche a vecchi santoni tanto incapaci di comprendere il presente quanto assolutamente indulgenti sul proprio passato.

Capita quindi che nel volumetto dedicato, dalla turiferaria di turno, all’autocompiacimento biografico di un baronetto accademico-marxista, mi succeda di leggere- in un discorso sui prodromi della berlusconizzazione dell’intellighenzia italo marxista, che partirebbe stando ad Asor Rosa, da un articolo di Bettino Craxi pubblicato nell’agosto 1978 sull’Espresso e dedicato pretestuosamente a Proudhon- … che mi tocchi, dicevo, leggere la descrizione asorosiana di Proudhon quale ideologo confuso e pasticcione.

Ora. E’ pacifico che a Craxi, lungi dall’averlo mai letto, dirsi proudhoniano servisse soltanto strumentalmente per contrapporsi al centralismo democratico berlingueriano, per attirarsi le simpatie degli intellettuali organici – in fondo si sa: gli intellettuali sono organici a chi li paga o appaga meglio, e Craxi aveva –come Berlusconi avrà- da distribuire puttane dollari e champagne.

Altrettanto pacifico è che Asor Rosa non ha mai letto nulla di Proudhon.

Joseph Proudhon era un fottuto misogino. Questo è il suo vero limite e il motivo per il quale potremmo buttare a cesso buona parte del suo pensiero.

Ma.

Non era né confuso né pasticcione. Quello che i marxisti cattedratici non gli perdonano è di essere arrivato, da autodidatta, a capire ciò di cui ancora loro non riescono a liberarsi. Cioè che il movimento dialettico hegeliano nella sua struttura triadica (tesi-antitesi-sintesi) è un movimento totalitario. Le concezioni liberista e socialdemocratica della democrazia come sintesi degli opposti estremismi è un autoinganno borghese che ha sempre come conclusione la sintesi in qualche festival sociale o televisivo poco cambia: sempre dispotico.

Il movimento dialettico pone solo antinomie. Cercare di annullarle in una sintesi, quale essa sia, è un atto fascista. O meglio, come ben sa Mario Monti, un atto economico.

Ora la taglio giù alla bruttodio, ma capisci che sia ai marxisti di ortodossa osservanza (per i quali il comunismo è la sintesi tra la tesi capitalista e l’antitesi socialista… come ben dimostra la realtà cinese), sia ai liberisti di monetaria osservanza (per i quali il capitalismo è la sintesi tra la tesi proprietaria e l’antitesi libertaria) il pensiero proudhoniano crea non poco fastidio. Se non c’è sintesi non puoi spacciare il tuo venderti come atto conseguente.

(continua)

Senza essere carducciano, che il resto del poema è ben poca cosa e della sua poetica l’unica rilevanza è, alla fin fine (pur tra affettati satanismi e genuflessioncelle d’ordinanza) il soldo: quello dei mercenari accademici; ossia pura retorica reazionaria, ben pagata quando canta scatologiche elegie al mercato dei santini; come in fondo è pure, ammettetelo, quello dei fumetti –dove trovare infatti, oltre la parrocchia, un più fertile mercatino dell’iconografia clerico-fascista se non nelle edicole tra i giornaletti a fumetti? Vedete l’attinenza! Senza essere carducciano, dicevo, faccio miei due versi del vate avvinazzato: “che mi importa di preti e di tiranni? Ei son più vecchi de’ lor vecchi dei…”, che mi servono poi a introdurre un breve discorso (lo dico subito: apodittico) su una certa tendenza del fumetto italiano. E cioè quella di essere, in massima parte, il sacerdote ufficiante la religione di quel dio grasso e porco e tiranno che è il divagare.

Intendiamoci: cito a memoria da il canto dell’amore. Devi perdonarmi, ma in pochissime occasioni il Carducci mi commuove. Questa disperata resa al potere, insieme a pochi versi sul vino di Valtellina, ha la capacità di muovervi a comprensione per la contraddizione di chi un tempo inneggiante a satana soffoca nell’epidemica occasione delle odi a reginette d’Italia e figlie di presidenti del consiglio. Ce n’è anche oggi. Quello che mi fa incazzare è che questi odierni sembrano manco smossi dai sensi di colpa che invece aveva un Carducci. Leggiti Odi Barbare e Rime e Ritmi (innumeri le edizioni economiche) e butta a cesso tutti i minchioni zanzotteschi e contemporanei.

Se aveva ragione Proudhon (nel suo Du principe de l’art e de sa destination social, del 1865) e ce l’aveva eccome, convinto della storicità delle forme estetiche e del loro conseguente essere espressione della visione del mondo della classe dominante, non possiamo stupirci se la maggior parte dei fumetti prodotti oggi in Italia sono ispirati da un univoca politica culturale: quella aziendale. E’ un dio minore il divagare, e il suo compito è di renderci sopportabile la nostra vita dominata dal mercato globale. Azzerando ogni pulsione alla curiosità e all’intelligenza del reale. Quindi alla sua messa in discussione. Usando quali mezzi la banalità dell’avventura serializzata e l’assurdo quotidiano trasformato in commediola generazionale. E con questo non intendo sminuire la vera cultura popolare paraletteraria (con tutto che il fumetto è paraletteratura solo per qualche professorina da scuola di fumetto, appunto), che anzi bene coglie –in certe sue manifestazioni più consapevoli- lo stato attuale del nostro esistere (non lo amo ma devo rimandarti, a questo proposito, a due imprescindibili raccolte di saggi di Valerio Evangelisti, Alla periferia di Alphaville e Sotto gli occhi di tutti, entrambi L’ancora del meditteraneo, rispettivamente 2001 e 2004); intendo invece sottolineare quanto la maggior parte della produzione fumettistica sedicente popolare non sia, oggi in Italia, che una sequela di squallide operazioni commerciali appiattite ed adeguate alla supposta acerbità intellettiva del lettore.

Siamo orfani dell’eroe più fantastico, metafisico e irreconciliato che il fumetto abbia mai avuto: ci manca Corto Maltese. E siamo ostaggi del più confcommerciale ed episcopale di tutti: Tex Willer. E ‘ una questione scolastica: l’odore della merda è riconducibile più a una formula economica che a una formula chimica. La chimica, al limite, ci spacca il fegato: mica le importa a lei di mozzarci la punta delle ali della nostra bella libertà. All’economia sì. L’economia ci piace di tenerci belli in salute: così siamo più produttivi e consumativi senza pensiero. In più se non ci ammaliamo può chiudere gli ospedali che le costano troppo; così le piacciamo: sani, lavoratori e poi morti. Che non costiamo nulla di lunghe degenze o meritato riposo. Ma me garba mica stare sempre sano. Sono patologicamente sveviano e fumatore, quindi. Ogni mezzora il mio fegato metabolizza la sua giusta parte di quel composto azotato che chiamano nicotina e lo manda in circolo, diffondendolo ovunque, nel corpo. Dicono almeno un terzo raggiunga il cervello. Ora, la scienza ben sa quello che questo alcaloide causa agli apparati vari: respiratorio, gastrointestinale, cardiovascolare. Ma cosa faccia quando giunge al cerebro, quali meccanismi scateni, qui la scienza solo suppone.

 

images (9)

 

 

Non c’è nemmeno da dubitarne: Resnais è mille volte più interessante e profondo di Wang, ma è Angie Wrein, nella sequenza iniziale di Smoke, a chiarirci tutto sulla confusione onirica che ci provoca la nicotina. Quando ci racconta di come Sir Walter Raleigh(avventuriero poeta corsaro ed esploratore, primo importatore della solanacea nicotiana dal nuovo mondo all’Inghilterra -immagino tu abbia già letto tutto di quel grande intenditore di baldracche pirati e corsari che fu Defoe senza aspettare il mio parere, ma se non l’hai fatto La vita e le imprese di Sir Walter Raleigh, Sellerio, 1993 è un ottimo inizio-, nonché protetto della regina Elisabetta) misurò brillantemente il peso del fumo. Pesa un sigaro, se lo fuma e poi ne pesa la cenere. La differenza ci da il peso del fumo. Il valore esatto del nostro piacere è dato da una differenza inesistente. Come quando leggiamo: il piacere della lettura è una continua falsa sottrazione. Che alla fine ci lascia almeno con una prospettiva sulla vita. Che se non è la vita, non è comunque cosa da sottovalutare. E’ il potere, quello dei divieti (di fumare) che alimenta un’artificiosa dicotomia tra la vita e la lettura. Ammansendoci appunto letture degradanti, zuppe liofilizzate o precotte tutte con lo stesso sapore e sulle quali svetta, è ovvio, la superiorità effettuale della scadente serialità della nostra vita.

Ma leggere fumetti, fumetti veri, è ben altro. Leggere fumetti è quasi risolvere il problema che toglieva il sonno a Sant’Agostino: della differenza tra il testo visto nella mente e testo pronunciato dalla voce. Il fumetto è guardare le figure e le parole, sintesi tra significante e significato. Simulacro.

Quell’imprescindibile canaglia di Rousseau distingueva, in un saggio (ne ha scritte tante di fesserie, ma quello che i suoi detrattori metafisico-sifilitico-cattolici, per intenderci:da Nietzche a Maritain, non gli perdoneranno mai, è di avere restituito all’esperienza sensibile il posto che le compete: cioè quello di unico mezzo possibile per accedere alla conoscenza) sull’origine delle lingue (Jean Jacques Rousseau, Saggio sul’origine delle lingue, Einaudi, 1989), tre differenti tipi di scrittura. Il primo si sarebbe basato sulla rappresentazione pittorica degli oggetti, il secondo sull’uso di caratteri convenzionali per trascrivere parole e frasi, il terzo non sarebbe stato altro che la scrittura alfabetica. Inutile sottolineare come agli occhi dell’illuminista al terzo tipo era da attribuire massima espressione di civiltà, mentre il secondo e il terzo andavano via via degradando dal barbarico al selvaggio.

Che avrebbe detto Rousseau dei fumetti che di questi tre tipi di scrittura sono la sintesi: rappresentazione grafica, onomatopee e scrittura alfabetica? Sarebbe rimasto così convinto nei suoi pregiudizi o avrebbe ammesso che il tipo di scrittura non è un indice diagnostico del livello di una civiltà? Ma poi ci interessa veramente quello che avrebbe pensato Rousseau? Non è proprio il corvo, in un cedimento dantesco, a dire a Corto Maltese, quando questi gli chiede che penserà la gente vedendolo andare in giro con un corvo parlante: “via, via Corto, proprio tu parli così… cosa ce ne importa della gente?” (Hugo Pratt, Sogno di un mattino di mezzo inverno, Lizard, 1999).

Dice Pratt a proposito dei narratori che “i modi di esprimersi si differenziano, ma è identico lo sforzo creativo per raccontare una storia”.

L’avevamo qui a due passi il pagano superamento della dicotomia agostiniana, la quadratura del cerchio, il senso aristotelico del nostro piacere. L’assoluta lampante leggerezza del leggere fumetti. “Nella mia testa testo e immagine vanno di pari passo… per me, oggi, la grafica parte dalla necessità di un tratto per andare verso l’imperativo della parola. E’ così che nasce il fumetto” (citazioni prese da Il desiderio di essere inutile, Lizard, 1996).

Se le cose stanno così possiamo veramente dimenticarci Rousseau e tutte le gerarchie culturali. Infatti il problema adesso è conoscere qual è il vero peso del fum(ett)o.

Noi fumatori sappiamo.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: