archivio

Archivi tag: rivoluzione

1948 togliatti attentato_2_jpg

 

Capitava ancora nel 1948, a pochi anni dalla fine della guerra (la seconda di quelle che sono state chiamate mondiali) di trovare sui mercatini delle città di provincia, qualche vecchio revolver arrugginito (di quelli che Tex Willer, che nasceva proprio nel settembre di quell’anno, avrebbe chiamato “ferrovecchio”). Nel pomeriggio dell’11 di luglio del ’48  su una bancarella del mercato del centro storico di Catania, Antonio Pallante, giovane studente di giurisprudenza, compra una vecchia calibro 38 e cinque pallottole.  Poi prende l’espresso per Roma, quello che parte più o meno alle 20.30. Alle otto del mattino del 12 luglio è a Roma. Per due giorni si aggira nei dintorni di Montecitorio.  Non desta sospetti: ha il tesserino di pubblicista di un organo monarchico. La mattina del 14 luglio, quando Palmiro Togliatti capo dei comunisti italiani esce, accompagnato da Nilde Iotti, dal Parlamento gli spara contro quattro colpi. Tre vanno a segno.

Appena la notizia dell’attentato si diffonde per il paese l’insurrezione è spontanea: a Torino gli operai occupano la Fiat e sequestrano insieme ad altri dirigenti l’amministratore delegato Valletta; a Venezia e Mestre sono erette barricate sui ponti di accesso alla laguna e gli operai assumono il controllo degli impianti petroliferi;  Genova è saldamente nelle mani degli operai portuali che hanno prevalso sulla polizia e costretto alla fuga il questore; a Napoli i cantieri navali sono nelle mani degli operai insorti; sul monte Amiata i minatori si impossessano della centralina telefonica che controlla le comunicazioni tra il nord e il sud del paese.  Il 15 luglio l’Italia è in una situazione insurrezionale. Da una parte gli operai insorti che controllano tre importanti città del Nord e Napoli e dall’altra Scelba e i suoi 180 mila uomini tra carabinieri polizia e finanza. Due passi dalla rivoluzione.

Due passi che, tra il 16 e il 18 di luglio i dirigenti comunisti, persone di buonsenso, decidono di percorrere all’indietro: è un lavoro duro il loro. Non è senza fatica e contrasto che Pajetta, Secchia, Longo, Di Vittorio, lo stesso Togliatti dal letto d’ospedale, convincono alla smobilitazione gli insorti.   I minatori di Abbadia San Salvatore, quelli che avevano preso spontaneamente il controllo delle centraline telefoniche sul monte Amiata, lo gridano a Fortunato Avanzati inviato dal PCI per farli tornare alla ragione. Gli gridano che smobilitare significa tornare a nascondersi come ai tempi del fascismo. Gli gridano che non possono più sopportare sfruttamento e miseria, che piuttosto che accettare questo stato di cose è meglio morire, cercando però di andare fino in fondo una volta per tutte. Combattendo. Ma i dirigenti comunisti aveva deciso altrimenti. Pagheranno caro i minatori: 147 arresti. Ma, dicevano i dirigenti, non era quello il momento, strategicamente favorevole, per combattere.  Il problema fu che non lo sarebbe stato più.

 

6330f37aea069b66f960aad9f5e3616f

Vedi, amico mio progressista, non lo so se è il mal di testa dovuto al Lagavulin di ieri sera o questo tormentone che ci avete piazzato nel mio cerebro, mia moglie, tu e i tuoi (pochi, lo ammetto, quelli che frequento, ma degni – ogni tanto- di ascolto) accoliti sinceri e democratici e progressisti (che non passano, però, un fine settimana che sia uno in questa città di merda – ti sto dicendo di Milano- neanche a spararli), dell’assoluta necessità di questo voto politico e amministrativo. Non lo so per quale di questi due fottuti motivi mi trovo qui (invece di starmene a letto a leccarmi le scorticature di una serata un po’ troppo conviviale) al tavolo della mia cucina, davanti a un quarto di litro di djimmah (un’arabica etiope monorigine, nessuna miscela, di cui non riesco più a fare a meno), con la testa che mi scoppia e che non riesco più a dormire.Io non ci credo, per niente, alla tua democrazia. Epperò sono qui, davanti al caffè, a sezionare le mie convinzioni, per rispondere al tuo sollecitato dubbio: perchè io, non andando a votare, ma rimanendo in poltrona a leggere un buon fumetto, penserei di essere più vicino a Proudhon che a Marx? Vedi. C’è una cosa che mi lascia molto perplesso. Tutte le democrazie del mondo, quelle che ti sono tanto care e che il mondo –in buona misura- lo controllano, e che il loro modello raccontano di volerlo esportare, fosse necessario, anche con la forza (dagli USA passando per l’Europa comunitaria e da Israele, fino alla Russia), sono democrazie rappresentative. E il mondo, probabilmente qui sta il nostro disaccordo –il mio sguardo, amico mio progressista, non si ferma alla balaustra del mio balcone, non mi sembra un luogo, non dico ameno, dico appena appena abitabile senza sofferenze e fatiche estreme.

Allora. Immagino, amico mio progressista, che anche se non lo hai letto, conosci (a differenza degli elettori della tua parte avversa) grazie al tuo percorso liceale, Montesquieu. Quindi saprai che nel 1748 Charles-Louis de Secondat, barone de La Brède et de Montesquieu, pubblica (in forma anonima, che all’epoca era mica comodo come adesso, sai, essere progressiti; poteva anche costarti qualcosa, non dico rinunciare a un week-end, ma la testa magari e sicuro il carcere) il suo capolavoro: lo spirito delle leggi. Sosteneva, nel capo secondo del libro secondo del volume primo, che il popolo che gode del potere supremo è tenuto ad assumersi la responsabilità di fare tutto da solo e affidare a qualche ministro solo ciò che proprio non riesce a fare da solo. Saprai anche che Rousseau, che con Secondat ci aveva commercio e lo aveva letto, respingeva quella che allora era l’unica forma di governo rappresentativo: quello inglese. Sostenendo che il popolo inglese credeva di essere libero, ma lo era solo quando andava a votare, poi, appena eletti i suoi rappresentanti tornava schiavo.

Questa pretesa, da parte di ogni essere umano, di decidere di tutto ciò che lo concerne, sarà la voce libertaria di Kropotkin a sollevarla nell’Assemblea Costituente sul finire del 1917, quando chiedeva che nella Russia rivoluzionaria venisse instaurata una repubblica federale a democrazia diretta. Lenin sorridendo al grande vecchio anarchico con condiscendenza, dirà, mentre le truppe dell’Armata Rossa sciolgono nel gennaio 1918 quella stessa assemblea–, che qualunque persona di buon senso non può non rendersi conto di quale fesseria si tratti pensare che ogni individuo possa decidere di tutto ciò che lo riguarda.

Sai, amico mio progressista, non ti avrei mai detto leninista. Ora. Quando, in Matrix Reloaded, le macchine si avvicinano a minacciare Zion il Comandante Lock, responsabile della difesa, vorrebbe che tutte le navi restassero pronte a difendere la città. Ma il Consiglio gli intima di mandare due navi a cercare la Nabucodonosor sulla quale si trova l’Eletto, sguarnendo così le difese di Zion. Alle rimostranze di Lock che chiede delucidazioni per un comportamento tanto irrazionale, viene risposto dal Consigliere West: “comprehension is not requisite for cooperation”. A interpretare il ruolo del Consigliere West i fratelli Wachowski hanno chiamato uno dei più influenti intellettuali afroamericani viventi: Cornel West. In fondo è comprensibile. Cornel West, che si definisce socialista non marxiano, ha teorizzato, sostenendo di ispirarsi alla filosofia della prassi gramsciana, il pragmatismo profetico. Cioè l’idea dell’attività filosofica come lotta culturale e religiosa per la conquista delle masse. Un po’ assomiglia a quanto va teorizzando anche il buon Vendola. L’idea di mischiare politica e storytelling, di riappropriarsi del mito (magari però senza aver letto Jesi che sennò ci avresti anche qualche remora a giocarci con i miti) e di raccontarcelo da sinistra. Non è bravo Vendola né come i Wachowski, né come West, né tanto meno come Lenin che frequentava sì il pragmatismo, ma senza profezie alcune. Però riesce a creare immedesimazione sentimentale in chi ascolta con chi racconta. Non c’è bisogno che tu capisca. Non c’è bisogno che la prassi di chi racconta corrisponda poi a progetti comuni. L’importante è che chi ascolta la storia provi comunanza di sentimenti, si commuova e che poi collabori.

Vota e non ti preoccupare.

Vedi, amico mio progressista. Per me sono pochi i punti poi attorno ai quali potrei trovare comunanza con te, un programma minimo insomma, però si potrebbe (se metto da parte le mie posizioni estreme). Ecco, stamane davanti al mio caffè, non riesco a dimenticarmi che il difetto dei riformisti – come splendidamente insegna Claude Guillon, è che non riformano mai un cazzo, vedo chiaramente che l’alternativa è tra la rassegnazione e la rivoluzione.

Ho quarantacinque anni e sono benestante. Non so farla la rivoluzione, perchè su quali cazzo di barricate dovrei salire se di barricate qui non ce n’è nemmeno l’ombra. Non c’è anima viva che voglia fare con me la rivoluzione. Certo il buon Proudhon quelle barricate del 1848 aveva dato una bella mano a erigerle, prima di salirci armato di schioppo; in cosa mi sento più appartenete a lui quindi: nella consapevolezza che, quando mai anche ci fosse, la rivoluzione non sarà mai trasmessa in TV.

Per questo coltivo rabbia e passione.

Oggi, rassegnato (che i miei quarantacinque anni me lo permettono), non voto perchè non voglio più ascoltare storie narcotiche. Chissà che tra dieci anni chi oggi ha dieci anni non decida di fare, alimentato da quella mia rabbia e da quella mia passione, l’inventario dei sogni e delle armi.

Leggiti quando e se ne hai voglia

Montesquieu, lo spirito delle leggi, Utet, 2005

Rousseau, il contratto sociale, Einaudi, 2005

Lenin, tutto il potere ai soviet, Gwynplane, 2011

Kropotkin, Scienza e Anarchia, Eleuthera, 1998

Cornel West, la filosofia americana, Editori Riuniti, 1997

Nichi Vendola, c’è un’italia migliore, fandango libri,2011

Claude Guillon, de la revolution, alain moreau,1988

e se lo trovi in qualche biblioteca Robert Pemberton, the happy colony

 

Quando, nel 1946, si trova a dover tradurre, nel settimo capitolo del 18 brumaio di Luigi Bonaparte, quel cazzo di aggettivo della frase ABER DIE REVOLUTION IST GRUNDLICH, Palmiro Togliatti fa l’unica delle scelte della sua vita che trovo condivisibili; e che (ogni volta che rileggo quel pamphlet) tutto sommato mi stupisce.

Avrebbe potuto, il capo assoluto dei comunisti di allora, molto più appropriatamente a tutto il suo percorso biografico e politico (quello che ancora camminano i dirigenti piddini), buttare via quella fondamentale congiunzione avversativa che apre la frase, e poi andar giù piatto e tradurre letteralmente con uno dei sei significati che la traduzione italiana dell’aggettivo grundlich permette. Sai non sarebbe stato mica una cosa da niente per un gerarca comunista italiano mettere da parte anche teoricamente ciò che avevano messo da parte praticamente: la rivoluzione.

Invece. E non me lo spiego senza tirare in ballo la psicanalisi. Togliatti sostituisce l’aggettivo con una bella struttura che regge un accusativo di moto a luogo. Così fa dire a Marx quello che effettivamente Marx dice: ma la rivoluzione va fino al fondo delle cose.

Il suffisso lich si è formato, ci raccontano i glottologi, nel medio-alto tedesco, dal sostantivo lih, il cui significato originale era quello di corpo, forma, struttura. Non ti è difficile capire come il senso di questo suffisso fosse, ed è, nell’aggettivazione, quello di: avente forma/struttura di…

Ora ti rendi conto che se formo con lich un aggettivo dal sostantivo herz, che come sai significa cuore, non posso che renderlo in italiano con cordiale.

Ma.

Se lich lo appiccico a grund, il cui significato, ovviamente a seconda del contesto, spazia da terra a fondo agricolo, e da fondo (come luogo più basso) a fine (l’abground è l’abisso heiddegeriano) e da fine a causa, in italiano come cazzo lo traduco? E, soprattutto, quale dei significati che tutto sommato ci stanno anche, gli attribuiva Marx in quella frase?

Comunque la rivoluzione è metodica, oppure è profonda o, meglio, è radicale?

Maledetti suffissi aggettivali e maledetto tedesco. Per fortuna che Palmiro era il Migliore e ci ha tirato fuori dall’imbarazzo con quell’andare della rivoluzione al fondo delle cose. Comunque e nonostante tutti i Palmiri e i loro discepoli.

Ho un ricordo. Un ricordo di un sacco di anni fa. Quando ero un pischello infervorato di politica e militanza. Eravamo in Stazione Centrale, sul binario ad aspettare un treno, che credo arrivasse, da Trieste. Non so chi fossimo lì a ricevere e perché. Non lo ricordo più. Ricordo però che eravamo una specie di delegazione. C’era il buon vecchio Gualtiero, da sempre instancabile diffusore dell’Unità, e c’era Carlo, e c’ero io giovanissimo spocchioso studente, un po’ confuso. Poi c’era anche altra gente, ma io quella non me la ricordo.

Ricordo che a un certo punto Carlo disse rivolto a Gualtiero di sentirsi come Filippo Buonarroti negli ultimi anni della sua vita, quando vede disgregarsi il mondo dei suoi metodi di lotta in favore di nuovi, quelli mazziniani, a lui incomprensibili e non condivisibili, ma comunque e nonostante non rinuncia alla cospirazione e al dirsi babeuffiano. Vale a dire, comunista.

Erano tempi quelli, di quel mio ricordo, in cui nel PCI si vivevano le tensioni di quello che sarebbe stato il colpo di mano occhettiano.

Lo so. Ti stai chiedendo cosa ci facessi io, che mi predico anarchico, in quel partito. Ti dirò. Non lo so se allora, correva credo il 1988, ero anarchico. So che frequentavo la sezione Steiner e che mi sentivo, ventenne, molto più vicino –nonostante tutta la loro retorica- ai compagni ultrasettantenni che a quei cinquantenni rampanti e rapaci che in pochi anni avrebbero sfasciato tutto, senza criterio alcuno, fino agli aridi resti di oggi.

So che Marx l’avevo conosciuto grazie a Panebarco: quel gioiello assoluto che è il grande Karl mi sembra fosse del 1983 e che macinavo kilometri di avventure prattiane (li ricordi tu quegli orribili tascabili bompiani per ragazzi dedicati a Corto?). So che provavo un profondo disagio, sul quale quella breve chiacchierata con Carlo su un binario del treno, mi aveva aperto gli occhi.

Comunque la rivoluzione va fino al fondo delle cose. Devi stare lì, in quel fondo, per capirlo. Devi farlo come Filippo Buonarroti. Devi spargere la voce. Può darsi che qualche seme resti e germogli. Lo dicevo prima, no (benedetto tedesco) che il grund è anche il fondo agricolo. Quindi, cazzo!, la rivoluzione, comunque, può essere…  fertile.

Il fumetto è rivoluzione permanente. No. Non c’entra niente Trotzky, (nonostante i suoi libelli, o proprio per quelli: che c’è scritto chiaro nel suo la rivoluzione permanente che la rivoluzione doveva finire). C’entra invece l’ondulazione duratura dei capelli femminili. Cioè la temporanea per quanto prolungata modifica dell’esistente. Nel mezzo come all’inizio e alla fine.

Certo le origini sono sempre meglio, ma dopo un po’ l’esperienza permette all’industria di codificarne le regole e tirarne fuori la serialità standardizzata a manuale. Ma quello non è il fumetto, quello è il mercato. Qui è più facile trovare venditori di saponette.
Non si devono cercare rivoluzionari tra i fumettari, o rivoluzioni nei modi e negli strumenti del fumetto: è il fumetto – quando non è mercato- la rivoluzione
. Non sempre, fortunatamente, il fumetto è mercato. Non sempre il fumetto è al servizio della norma banalizzante e costituita. Ogni tanto – anche spesso – qualche spiraglio squarcia l’asfittica tela del divertimento benpensante, e sabotta gli ingranaggi dell’intrattenimento normalizzante. Dicevo. Le origini sono sempre meglio. Cioè. I primi anni di vita di un nuovo modo di rappresentazione fabulatoria, sono caratterizzati da una sana anarchia organizzativa e intellettuale. Questo perché ancora non esiste un metodo istituzionale di rappresentazione, cioé un linguaggio universalmente codificato. Gli autori che si avvicinano per primi a questa novità espressivo-comunicativa, si muovono, per un breve momento, in piena libertà; finché proprio attraverso il loro lavoro non si giunge a una precisa codificazione dell’ organizzazione narrativa.

Per questo motivo il pennino di Outcault si muove in totale libertà[1].

Ecco: il fumetto nasce raccontando la diversità di un ragazzetto (Yellow Kid) la cui fisionomia richiama quella di chi è affetto dalla sindrome di Down, che viene scambiato per un cinese, e che vive nel cortile di Hogan, stupenda repubblica di pezzenti e proletari, i cui volti sono impietosamente devastati dalla miseria. Da questa comunità di diversi la regola della normalità è bandita, l’istituzione appena mostra il suo brutto muso viene presa a sassate e bastonate[2]

L’ipocrisia di ogni convenzione sociale è per sempre cancellata da questo universo di lumen-proletariat che ruota attorno alla crudele innocenza[3] di un ragazzino giallo dal viso indecifrabilmente furbo o ebete, in un’ anarchica sarabanda di confusione e divertimento. si muove con una libertà che più avanti solo qualche grande autore riuscirà a recuperare. Outcault sa lavorando con un quasi nuovo sistema espressivo e può fare quello che gli pare; è completamente libero, e il suo raccontare la brutale umanità dell’Hogan’s Alley non ha nulla di consolatorio o normalizzante; esplode, pura dinamite cromatica, dalle tavole domenicali del New York Herald sulla facciata bigotta della società americana.

Con Buster Brown Outcault sembra virare rispetto a Yellow Kid, scegliendo un personaggio e un’ambientazione borghesi. Quella che circonda Buster Brown non è più la libertaria comunità di diversi del monello giallo, ma la famiglia borghese, con le sue ferree regole. Eppure il nuovo fumetto di Outcault non è il frutto di una coscienza sociale pacificata, come invece, ad esempio, le famiglie di McManus[4]
Scrive Paolo Uva, nella sua Storia del fumetto, che “sotto i panni della più rispettosa borghesia, Buster nasconde una irriverenza più violenta dello stesso Yellow Kid, perché si rivolta contro il suo stesso ambiente, mentre rispettosi parenti e amici mal sopportano la contestazione di un loro prodotto”[5]
La morale di Buster Brown infatti non è quella dell’istituzione familiare che lo circonda, al contrario, ogni sua vicenda si conclude con l’enunciazione di una morale personale, in perfetta antitesi con quella dominante. In fondo Buster Brown non è altro che uno Yellow Kid borghese dilaniato tra la morale del mondo in cui vive e una propria libertà etica. Egli coglie sempre la minaccia che le modalità del vivere borghese comportano per questa sua liberà, e a queste modalità si contrappone con un comportamento di rifiuto o addirittura di eversione. Ogni sua azione si muove in direzione contraria alla mistificazione del potere, ogni suo gesto è un gesto di sincera libertà che, “per quanto debole e maldestro possa essere, è sempre portatore di una comunicazione autentica, di un messaggio personale appropriato”[6]. . .
Buttare tutto all’ aria. Invertire tutti i ruoli codificati. Esaustiva in questo senso è l’avventura intitolata Buster Brown puts on girl’s clothes, nella quale il monello e la sua amica Florence invertiranno, attraverso lo scambio reciproco dei vestiti e il taglio e l’acconciatura dei capelli, i propri ruoli sessuali, suscitando le ire e lo spiazzamento dei loro genitori. Con conseguente punizione.
In un’ altra avventura, intitolata Buster Brown e l’albero di Natale, il nostro piccolo amico scandalizza i genitori fino allo svenimento invitando in casa un orda di meravigliosi bimbi pezzenti (la banda dell’ Hogan’ s Alley ?), ai quali fa dono di tutti i suoi regali natalizi. E’ una festa quella che si scatena, e che porta alla devastazione della casa borghese. “Mi sono divertito pazzamente” commenterà Buster contemplando lo sfacelo apportato all’ambiente della famigliola media americana. Nulla si salva dall’intelligente furia demistificante e iconoclasta di Buster Brown: neppure – ed è decisamente un bene – l’ipocrisia delle funzioni religiose. Lo si vede nell’episodio Buster Brown porta topi in chiesa. Cosi lo descrive il poeta Attilio Bertolucci: “Vederlo seduto in un banco, solo, col cappellino largo e piatto posato di fianco, immobile, astratto, terrificante di bontà, mentre esplode tutt’intorno la paura degli ipocriti fedeli anglicani: è da agghiacciare”[7]
Per gli imbecilli borghesi che fuggono terrorizzati dai ratti Buster non ha che parole di biasimo; è per i poveri topi, costretti a restare nel tempio della menzogna e della noia religiose, che Buster ha un motto di compatimento. .
Il messaggio contenuto in tutto il comportamento di Buster Brown è praticamente un imperativo etico: sostituire all’ordine borghese il disordine libertario. Dirottare verso il vero la società borghese e l’egoistica supremazia della sua stupidità, troppo spesso spacciata come utopia: la più falsa di tutte: il sogno americano insomma. Artur Asa Berger nella prima parte del suo pessimo L’americano a fumetti[8]
Per la confutazione semiologica di queste sciocchezze rimando a L’ immagine innocente di Gino Frezza[9].
Outcault appartiene di certo ai primi e, si diceva, sovverte attraverso Buster Brown l’ordine costituito; lo fa fondendo nel suo personaggio tutta l’innocenza dell’ infanzia e la cattiveria della trasgressione. Questa cattiva innocenza è perfettamente rappresentata da quelle due sublimi tavole nelle quali Buster Brown, scendendo con la slitta in una zona dove è proibito, travolge allegramente tutti i rappresentanti delle istituzioni borghesi: il dottore, il parroco, gli amici di papà. Il piccolo protagonista che nell’ultima vignetta, pesto e fasciato, dice “Bè, ne valeva la pena”, è un chiaro invito alla trasgressione libertaria, qualunque sia il prezzo da pagare. . Io mi limito a dire che può anche darsi che il lettore dei primi fumetti americani fosse un ingenuo fiducioso:un illuso incapace di venire a patti (come si deve) con l’onnipotenza della realtà; certo così ingenui non lo erano gli autori. Essi erano animati da intenti di critica o di sostegno all’ordinamento borghese. , sostiene al contrario che il fumetto statunitense delle origini era un fumetto “innocente”, perché innocenti ne erano i lettori, i quali credevano nelle illusioni che la società gli propinava.

La cattiva innocenza di Buster è quella di quei “monelli insolenti” che, scriveva Max Stirner rivolgendosi alla borghesia bigotta, “non si lasceranno più abbindolare con chiacchiere e piagnistei e non proveranno alcuna simpatia per tutte le scemenze per le quali voi vi esaltate e di cui vaneggiate da sempre: essi aboliranno il diritto ereditario, cioè non vorranno ereditare le vostre cretinate che voi invece avete ereditato dai vostri antenati; essi cancelleranno il peccato originale, che si trasmette anch’ esso per via ereditaria”[10]. Cattivi appunto, perché con il loro comportamento sfracellano regole ritenute eterne, moralmente immobili, ereditarie; innocenti perché rifiutano l’eredita paterna e sono quindi senza peccato originale.

[1] Non credo, almeno Matteo Stefanelli ci spiega appena può che no, che il fumetto nasca veramente solo con Outcault, ma non è che me ne importi poi molto.

[2] Per esempio nella bellissima tavola comparsa sull’ New York Herald dell’11 novembre 1906, nella quale un accalappiacani, rappresentante delle istituzioni e della regola, viene accolto in modo molto particolare (a sassate) dagli abitanti del cortile di Hogan.

[3] Tutta la crudele innocenza di Yellow Kid può essere riassunta nella scritta che egli ha sul suo vestito nella tavola già citata: mentre gli abitanti dell’ Hogan’s Alley stanno massacrando l’accalappiacani, possiamo leggervi “State tranquilli, non gli faremo nulla di male! Solo per oggi avrà la sua razione di sassi”. Sublime ossimoro. Oppure in quella stupefacente tavola comparsa sul New York Journal del 24 ottobre 1897, nella quale Yellow Kid, armato di mazza da golf, cercando di colpire la pallina fa strage di tutti i personaggi presenti. Il suo sorriso aumenta proporzionalmente ai danni che provoca; ed è qui l’innocente cattiveria del fatto: l’indubitabile candore del divertimento del ragazzino giallo contrapposto alla crudeltà dei danni che arreca.

[4] Lo stesso McManus ebbe a dire: “Il più delle volte io ho disegnato personaggi che mi parevano divertenti in situazioni che mi parevano buffe. E’ tutto qui”. Possiamo credergli. Appunto. Citato in DAVID MANNING WHITE – ROBERT H. ABEL, Sociologia del fumetto americano, Bompiani, 1966

5] PAOLO UVA, Storia del fumetto, F.lli Conte Editori, 1977, p. 15 L’unico testo di storia del fumetto in lingua italiana, per quanto datato e aggiornabile, che valga la pena di essere letto.

[6] RAUL VANEIGEM, Trattato di saper vivere ad uso delle giovani generazioni, Valecchi, 1973, p. 27 Recentemente ristampato da Malatempora. Come già si è detto, infatti, ogni avventura di B. B. si conclude con la netta enunciazione di un suo messaggio (la sua etica) ai lettori.

[7]Introduzione al bellissimo volume Buster Brown, Garzanti, 1967, p. 7 Non mi viene in mente nient’altro editato in italiano. Vorrei sbagliarmi.

[8] Milano Libri Edizioni, 1976

[9] Napoleone, 1978, pp. 46 – 54

[10] MAX STIRNER, L’ unico e la sua proprietà, Adelphi, 1979, p. 90

Ti raccontano, e già il racconto ti concilia il sonno, la storia per avvenimenti simbolici. Un po’, dicono, per facilitarti ad impararla; un po’, non te lo dicono, per distogliere la tua attenzione dai momenti fondanti. Per esempio. Sai per certo che la Rivoluzione Francese comincia il 14 luglio 1789. La festeggiano pure la presa della Bastiglia. Così stai lì, a guardarti i fuochi d’artificio del 14 luglio e non presti attenzione a quello che successe i due giorni precedenti.
Te lo racconto io.
Il 12 luglio, verso mezzogiorno, Parigi riceve la notizia che il giorno prima Luigi XVI ha licenziato Necker e tu conosci la fiducia che il Terzo Stato riponeva in questo ministro delle finanze. Aggiungici che nessuno a Parigi ignorava che questo licenziamento era l’inizio di un colpo di stato. Infatti che il duca di Broglie si acquartierasse con 35.000 uomini tra Versailles a Parigi non passava certo inosservato. Nel pomeriggio una folla immensa si dirige in Place de la Concorde (allora place Louis XV) e, cosa importantissima, occupa la Borsa e la principale banca di Francia: le Credit Lyonnais. In mezza giornata il Comitato Permanente, costituito per l’occasione e presieduto da Flesselles, riusciva a controllare praticamente tutte le finanze di Francia. Certo, il popolo avrà poi bisogno di una vittoria materiale, epica, mitica, come la presa della Bastiglia. Ma la rivoluzione fonda i presupposti del suo successo sulle barricate costruite il 13 luglio nelle vie a nord est della città per proteggere l’avvenuto sequestro dei depositi bancari e fermare le truppe del maresciallo Broglie che marciavano verso Parigi.
Le armi i parigini le avevano prese a les Invalides.
Ma le barricate. Lo sai perché si chiamano barricate?
Perché furono realizzate accatastando una sull’altra centinaia di barriques riempite di terra e detriti.
 
Napoleone Bonaparte che del prendere e mantenere il potere era maestro, nel 1800 fonda, portando a termine il programma rivoluzionario, la Banca Nazionale di Francia. Nel 1803 le concede il monopolio dell’emissione del danaro. Controllare i crediti e i debiti del paese lo terrà, nonostante nemici quali Inghilterra Prussia e Russia, sul trono di mezza Europa per quasi 15 anni.
 
La Comune di Parigi invece dura appena tre mesi.
Petr Kropotkin, alieno da ogni giacobinismo, vedeva –nella sua fondamentale interpretazione della rivoluzione francese data alle stampe nel 1909- nel pensiero sanculotto la madre di tutto l’agire anarchista. Probabilmente aveva ragione. Nel 1794 con la decollazione di Robespierre i sanculotti lasciano completamente il campo ai giacobini. Novelli banchieri.
Quando nel marzo del 1871, toltosi di torno Napoleone III, Parigi insorge e fonda la Comune i comunardi commettono un errore inspiegabile. Non si impossessano dei beni (migliaia di miliardi di franchi) della Banca Nazionale, cosa che li avrebbe messi in posizione di controllare l’intero paese. Anzi, dal cuore di Parigi, quei soldi vanno addirittura a finanziare l’esercito di Versailles, che al comando di Mac Mahon schiaccerà nel sangue la Comune.
Alieni da ogni idea di autofinanziamento creativo – chiesero pure prestiti i comunardi alla Banca Nazionale, concessigli a tassi da rapina… – anche i comunardi però fecero bellissime barricate.
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: