archivio

Archivi tag: sigarette

Mio nonno guidava il taxi per le strade di Milano, fumava quaranta Esportazione senza filtro al giorno (ché le Macedonia gli piacevano meno, ma fumava anche quelle se capitava); adorava Salgari e Gadda, e ballava il liscio. Beveva anche. Rosso della casa e poi anice forte, senza acqua. Alla fine ci faceva l’amore con la sua compagna di ballo (che era quasi sempre mia nonna, va da sé). Finché durava la notte, tutte le notti. Lo ha fatto fino a che è vissuto.

Leggeva tanto mio nonno, tutto. Forse per questo era socialista, o forse contavano niente le letture e centrava invece il freddo e la fame e la fatica che vedeva patire la gente intorno a lui, che comunque da tassista era un po’ privilegiato, tutti i giorni. Comunque leggeva tanto, anche fumetti. Tanti. Sempre. Tutta la vita. Allora io lo so che mio nonno è stato un uomo felice. Veramente, finché un fottuto canchero ai polmoni o da qualche simile parte di quelle lì, gli ha impedito prima di fumare, poi di ballare, poi di fare l’amore, poi tutto il resto. Di tutto questo solo due cose non mi ha lasciato: il taxi e la passione per il liscio. Fumo, bevo e faccio l’amore (qualche volta). Adoro la Cognizione del dolore, passo le mie vacanze sull’isola di Mompracem, ma soprattutto leggo fumetti. Sempre. Da tutta la vita. E nonostante tutto (che ce ne sarebbero di nonostante).

Mio nonno i fumetti li leggeva tutti, ma non ne conservava nemmeno uno; che a parte il suo taxi mio nonno non possedeva nulla. Non faceva proprio parte del suo essere biologico possedere qualcosa per più tempo di quanto gli servisse. Leggeva tantissimo e non possedeva un libro; nemmeno un giornaletto. Che io ci ho pensato: se avessi adesso i numeri originali dei pionieri corrierini topolini e capitani miki che mio nonno deve aver comprato e letto, sarei forse il proprietario della più grande collezione di fumetti, e potrei pure rivenderla e comprarmi del vino rosso. Invece niente, mio nonno mica li teneva i libri o i giornaletti. Quando li aveva letti doveva subito renderne partecipe qualcuno. Così li regalava ai bimbi del Frua, lì fuori dallo stabilimento De Angeli, che lo aspettavano tutte le sere quando tornava con il suo taxi alla Maddalena dove abitava, nelle case popolari che gli anni Sessanta avrebbero spazzato via per far posto a residenze di dottori e avvocati e puttane. Costose però. Sia le case che le puttane. Va da sé.

Non gli serviva una libreria, a mio nonno, per collezionare le sue letture (tanto nel poco spazio in cui viveva nemmeno avrebbe potuto tenercela); le teneva dentro. Di sè. E le restituiva agli altri, tempo dopo, raccontandole con la sua voce e con la sua memoria. Me la ricordo bellissima la voce di mio nonno, e bellissime ricordo le sue storie prese a prestito da altri. Le ascoltavo estasiato quelle storie, quando seduto nella sua poltrona (ché, dimenticavo… oltre al taxi mio nonno possedeva anche una poltrona di pelle, vecchia sfondata, graffiata e odorantissima di vita: finita chissà dove nelle mani di qualche rapace rigattiere, tarlata e uccisa anch’essa da un canchero peggiore del suo: la mania antiquaria) mi raccontava sconclusionate (lo so adesso!) avventure di eroi inventati da altri, così come gli tornavano alla memoria; né era detto che ogni eroe stesse nell’avventura giusta, ma erano splendide e fresche. Comunque.

Appunto.

Non smetterò mai, finché un qualche strafottuto canchero (il più tardi possibile) non impedirà anche a me di fare tutto il resto.

Dunque. Se il segno nel fumetto può esere definito simulacro (vedi puntate precedenti) si potrebbe essere indotti a credere che il discorso che il fumetto poi svolge (cioè la narrazione) sia un discorso avulso e autoreferenziale, che abbia insomma (un po’ come la televisione) quale oggetto di significazione solo se stesso. Tutto il fumetto non sarebbe allora che un divertente paradosso. Ma non è così. Cercherò di spiegare perché. Centra mio nonno e devo mettere un’avvertenza: la prendo un po’ alla lontana…

Appunto.

La storia non è, e un poco dispiace per coloro che lo credono, una processione di fatti date luoghi nomi messi tutti in culo l’uno all’altro senza altra relazione causale che non sia lo scadere del calendario. Insomma. La storia non è uno spiedino. La storia è un minestrone. In cui ogni elemento concorre a formare il tutto senza soluzione di continuità; un minestrone che ha tutti i sapori e tutti i colori del qui e dell’adesso, esaltati da un catalizzatore come la memoria. I ricordi sono i fondamenti biologici della nostra esistenza, è di questi che siamo fatti, oltre che di fibre e diennea. Io, ad esempio, ricordo benissimo quando ho cominciato a fumare. Mi piacerebbe poter dire di avere cominciato a fumare più o meno quando ho cominciato a leggere fumetti. Non è vero, ma mi piacerebbe. Perché c’è un legame strettissimo tra le sigarette e i fumetti. Almeno, io ce lo vedo: un filo rosso (anzi di fumo) che lega indissolubilmente la Nazionale che mi brucia tra le labbra al libro di Tardi che sto sfogliando alla bottiglia di Lagavulin che aspetta inquieta sulla scrivania al cd dei Grant Lee Buffalo che gira indolente nel lettore al ritratto di Luise Brooks che mi guarda severa là dal muro. Un legame silenzioso, come il fumo della sigaretta appunto; come il fumo che esce, insieme alle parole dai miei personaggi preferiti; un sottile filo di fumo che impasta e lega le mie cellule alle mie sensazioni, facendo di me quello che sono. Il fumo insistente dei ricordi, di tutte le storie lette (a fumetti e no), di tutti i film visti, di tutte le donne amate (poche), di tutti i treni presi e di quelli persi (troppi), di tutte le sigarette fumate, di tutte le bottiglie svuotate, di tutta la musica vista e ascoltata.Di tutta la vita, in fondo.

Perché tutto questo? Un po’ per farmi dire dietro che prometto e non mantengo, che sono un fesso che parte da un’idea di fumetto come simulacro e non sa più dove parare, allora tira in ballo a difenderlo il nonno e si perde nei ricordi. Ma non è così: devo arrivare e ci sto arrivando a dirti che cos’è il fumetto. Prima però devo chiarire una cosa alla fine molto semplice: perché mi interessa dirti che cosa è il fumetto. Perché ci sono cose che dopo qualche tempo fanno fisiologicamente parte di te, come l’odore di nicotina che ti resta addosso per sempre. Per me è così anche per i fumetti. Come il fumo del tabacco che mi ha impregnato pelle e abiti da non andare più via (mai), così i fumetti mi sono entrati nel sangue. Nella vita con un’invadenza che alle volte ancora mi sconvolge, ma che mi piace. Ricorderò per sempre l’effetto che mi fece leggere il mio primo “vero” fumetto. Già, perché fino a quel giorno ne avevo lette sì di storielle di fumo inchiostrato; ma il come mi sentii dopo che, trafugato, dalla efemeride pigna di carta e straccia acquistata da mio padre all’edicola, un numero di non so più bene se alterlinus o alteralter, mi avventurai nella clandestina lettura del moebiusiano The long tomorrow, posso paragonarlo solo alle sensazioni della mia prima sbronza dura di cui ho memoria; della prima sigaretta illegalmente sottratta al paterno pacchetto delle nazionali e criminalmete fumata senza aspirare nascosto chissà dove; della prima ragazza che mi è piaciuta e che mi si è fatta assaggiare. Una rivelazione. E un dolore che nessun analgesico avrebbe mai più potuto alleviare. Certi incontri sono cose che mica cancelli facilmente, che magari anni dopo ti portano addirittura a fare cazzate come fondare una fallimentare (ma lo sai sempre dopo) casa editrice. Roba da rimpiangerlo quel momento a pensarci bene. Ma allora fu diverso. Moebius mi segnò come più tardi avrebbero fatto solo Stirner e Celine. Fu grazie a quella lettura se non abbandonai il fumetto per altre strade dell’espressione e dell’esperienza umana. Ho molti amici che non ebbero la mia fortuna: non incontrarono mai, in quell’età di mezzo che ancora ti permette lo stupore, tra le loro letture a fumetti il loro moebius; e va da sé: per loro i fumetti sono sempre rimasti le tante stolide saghe supereroistiche o il mediocre manicheismo willeriano. Muffa. Roba che, se non sei scemo, prima o poi ti stanca. Grandi lettori i miei amici, però ormai sicuro che non riesco a convincerli che il fumetto, certo fumetto almeno, merita la stessa attenzione che prestano ai tanti narratori che abitano le loro librerie. Non c’è verso di farli riaccostare a un mezzo espressivo da cui si sono allontanati in altra età a causa di un pregiudizio culturale non solo loro, ma socialmente diffuso e alimentato soprattutto dai tanti travet che il fumetto lo fanno e che di fumetto vivono ogni mese: che il fumetto cioè è comunque roba per gli sciocchi.

 

images (10)

 

Uno (io) poi può anche mettercisi per trovare un equilibrio in tutto questo. Come quando devi decidere quale sarà da ora in poi la tua sigaretta di sempre. Mica è facile. Che devi cercare di non cadere in banalità da monopoli di stato e contemporaneamente evitare raffinatezze e snobberie (un po’ anche per il portafogli). Con il rischio, magari, una volta che l’hai presa questa decisione, che dopo qualche tempo pure smettono di importartela la tua sigaretta di sempre. Con te che resti lì, come un piffero, con l’ultimo pacchetto ormai vuoto a rigirartelo per le mani, implorando uno a uno tutti i tabaccai di Milano. Ma niente. Loro inflessibili a dirti che non c’è niente da fare, non le hanno le tue sigarette perché il monopolio non le importa più. Allora davvero pensi che forse hanno ragione loro; che le tue sigarette fanno schifo e che il fumetto è roba da scemi.

Ma poi no.

Senza essere carducciano, che il resto del poema è ben poca cosa e della sua poetica l’unica rilevanza è, alla fin fine (pur tra affettati satanismi e genuflessioncelle d’ordinanza) il soldo: quello dei mercenari accademici; ossia pura retorica reazionaria, ben pagata quando canta scatologiche elegie al mercato dei santini; come in fondo è pure, ammettetelo, quello dei fumetti –dove trovare infatti, oltre la parrocchia, un più fertile mercatino dell’iconografia clerico-fascista se non nelle edicole tra i giornaletti a fumetti? Vedete l’attinenza! Senza essere carducciano, dicevo, faccio miei due versi del vate avvinazzato: “che mi importa di preti e di tiranni? Ei son più vecchi de’ lor vecchi dei…”, che mi servono poi a introdurre un breve discorso (lo dico subito: apodittico) su una certa tendenza del fumetto italiano. E cioè quella di essere, in massima parte, il sacerdote ufficiante la religione di quel dio grasso e porco e tiranno che è il divagare.

Intendiamoci: cito a memoria da il canto dell’amore. Devi perdonarmi, ma in pochissime occasioni il Carducci mi commuove. Questa disperata resa al potere, insieme a pochi versi sul vino di Valtellina, ha la capacità di muovervi a comprensione per la contraddizione di chi un tempo inneggiante a satana soffoca nell’epidemica occasione delle odi a reginette d’Italia e figlie di presidenti del consiglio. Ce n’è anche oggi. Quello che mi fa incazzare è che questi odierni sembrano manco smossi dai sensi di colpa che invece aveva un Carducci. Leggiti Odi Barbare e Rime e Ritmi (innumeri le edizioni economiche) e butta a cesso tutti i minchioni zanzotteschi e contemporanei.

Se aveva ragione Proudhon (nel suo Du principe de l’art e de sa destination social, del 1865) e ce l’aveva eccome, convinto della storicità delle forme estetiche e del loro conseguente essere espressione della visione del mondo della classe dominante, non possiamo stupirci se la maggior parte dei fumetti prodotti oggi in Italia sono ispirati da un univoca politica culturale: quella aziendale. E’ un dio minore il divagare, e il suo compito è di renderci sopportabile la nostra vita dominata dal mercato globale. Azzerando ogni pulsione alla curiosità e all’intelligenza del reale. Quindi alla sua messa in discussione. Usando quali mezzi la banalità dell’avventura serializzata e l’assurdo quotidiano trasformato in commediola generazionale. E con questo non intendo sminuire la vera cultura popolare paraletteraria (con tutto che il fumetto è paraletteratura solo per qualche professorina da scuola di fumetto, appunto), che anzi bene coglie –in certe sue manifestazioni più consapevoli- lo stato attuale del nostro esistere (non lo amo ma devo rimandarti, a questo proposito, a due imprescindibili raccolte di saggi di Valerio Evangelisti, Alla periferia di Alphaville e Sotto gli occhi di tutti, entrambi L’ancora del meditteraneo, rispettivamente 2001 e 2004); intendo invece sottolineare quanto la maggior parte della produzione fumettistica sedicente popolare non sia, oggi in Italia, che una sequela di squallide operazioni commerciali appiattite ed adeguate alla supposta acerbità intellettiva del lettore.

Siamo orfani dell’eroe più fantastico, metafisico e irreconciliato che il fumetto abbia mai avuto: ci manca Corto Maltese. E siamo ostaggi del più confcommerciale ed episcopale di tutti: Tex Willer. E ‘ una questione scolastica: l’odore della merda è riconducibile più a una formula economica che a una formula chimica. La chimica, al limite, ci spacca il fegato: mica le importa a lei di mozzarci la punta delle ali della nostra bella libertà. All’economia sì. L’economia ci piace di tenerci belli in salute: così siamo più produttivi e consumativi senza pensiero. In più se non ci ammaliamo può chiudere gli ospedali che le costano troppo; così le piacciamo: sani, lavoratori e poi morti. Che non costiamo nulla di lunghe degenze o meritato riposo. Ma me garba mica stare sempre sano. Sono patologicamente sveviano e fumatore, quindi. Ogni mezzora il mio fegato metabolizza la sua giusta parte di quel composto azotato che chiamano nicotina e lo manda in circolo, diffondendolo ovunque, nel corpo. Dicono almeno un terzo raggiunga il cervello. Ora, la scienza ben sa quello che questo alcaloide causa agli apparati vari: respiratorio, gastrointestinale, cardiovascolare. Ma cosa faccia quando giunge al cerebro, quali meccanismi scateni, qui la scienza solo suppone.

 

images (9)

 

 

Non c’è nemmeno da dubitarne: Resnais è mille volte più interessante e profondo di Wang, ma è Angie Wrein, nella sequenza iniziale di Smoke, a chiarirci tutto sulla confusione onirica che ci provoca la nicotina. Quando ci racconta di come Sir Walter Raleigh(avventuriero poeta corsaro ed esploratore, primo importatore della solanacea nicotiana dal nuovo mondo all’Inghilterra -immagino tu abbia già letto tutto di quel grande intenditore di baldracche pirati e corsari che fu Defoe senza aspettare il mio parere, ma se non l’hai fatto La vita e le imprese di Sir Walter Raleigh, Sellerio, 1993 è un ottimo inizio-, nonché protetto della regina Elisabetta) misurò brillantemente il peso del fumo. Pesa un sigaro, se lo fuma e poi ne pesa la cenere. La differenza ci da il peso del fumo. Il valore esatto del nostro piacere è dato da una differenza inesistente. Come quando leggiamo: il piacere della lettura è una continua falsa sottrazione. Che alla fine ci lascia almeno con una prospettiva sulla vita. Che se non è la vita, non è comunque cosa da sottovalutare. E’ il potere, quello dei divieti (di fumare) che alimenta un’artificiosa dicotomia tra la vita e la lettura. Ammansendoci appunto letture degradanti, zuppe liofilizzate o precotte tutte con lo stesso sapore e sulle quali svetta, è ovvio, la superiorità effettuale della scadente serialità della nostra vita.

Ma leggere fumetti, fumetti veri, è ben altro. Leggere fumetti è quasi risolvere il problema che toglieva il sonno a Sant’Agostino: della differenza tra il testo visto nella mente e testo pronunciato dalla voce. Il fumetto è guardare le figure e le parole, sintesi tra significante e significato. Simulacro.

Quell’imprescindibile canaglia di Rousseau distingueva, in un saggio (ne ha scritte tante di fesserie, ma quello che i suoi detrattori metafisico-sifilitico-cattolici, per intenderci:da Nietzche a Maritain, non gli perdoneranno mai, è di avere restituito all’esperienza sensibile il posto che le compete: cioè quello di unico mezzo possibile per accedere alla conoscenza) sull’origine delle lingue (Jean Jacques Rousseau, Saggio sul’origine delle lingue, Einaudi, 1989), tre differenti tipi di scrittura. Il primo si sarebbe basato sulla rappresentazione pittorica degli oggetti, il secondo sull’uso di caratteri convenzionali per trascrivere parole e frasi, il terzo non sarebbe stato altro che la scrittura alfabetica. Inutile sottolineare come agli occhi dell’illuminista al terzo tipo era da attribuire massima espressione di civiltà, mentre il secondo e il terzo andavano via via degradando dal barbarico al selvaggio.

Che avrebbe detto Rousseau dei fumetti che di questi tre tipi di scrittura sono la sintesi: rappresentazione grafica, onomatopee e scrittura alfabetica? Sarebbe rimasto così convinto nei suoi pregiudizi o avrebbe ammesso che il tipo di scrittura non è un indice diagnostico del livello di una civiltà? Ma poi ci interessa veramente quello che avrebbe pensato Rousseau? Non è proprio il corvo, in un cedimento dantesco, a dire a Corto Maltese, quando questi gli chiede che penserà la gente vedendolo andare in giro con un corvo parlante: “via, via Corto, proprio tu parli così… cosa ce ne importa della gente?” (Hugo Pratt, Sogno di un mattino di mezzo inverno, Lizard, 1999).

Dice Pratt a proposito dei narratori che “i modi di esprimersi si differenziano, ma è identico lo sforzo creativo per raccontare una storia”.

L’avevamo qui a due passi il pagano superamento della dicotomia agostiniana, la quadratura del cerchio, il senso aristotelico del nostro piacere. L’assoluta lampante leggerezza del leggere fumetti. “Nella mia testa testo e immagine vanno di pari passo… per me, oggi, la grafica parte dalla necessità di un tratto per andare verso l’imperativo della parola. E’ così che nasce il fumetto” (citazioni prese da Il desiderio di essere inutile, Lizard, 1996).

Se le cose stanno così possiamo veramente dimenticarci Rousseau e tutte le gerarchie culturali. Infatti il problema adesso è conoscere qual è il vero peso del fum(ett)o.

Noi fumatori sappiamo.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: