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Quindi. Mercoledì di questa settimana (sarà diciotto volte giugno) passo per la foresta di Sherwood a trovare l’Allegra Brigata che in quelle terre combatte e resiste agli Sceriffi che ci vorrebbero tutti buoni, bravi, pallidi e ubbidienti, soddisfatti di valere meno delle merci che consumiamo ma, soprattutto, zitti e in fila per tre.

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Sarò con Tito e Jacopo e discuteremo di come cercare un nuovo sguardo libero delle catene del pregiudizio letterario per guardare al fumetto. Alla faccia degli Sceriffi che se ne stanno a guardia di una ortodossia critica muffa, agiografica, pseudoletteraria  e piccolo (ma molto piccolo) borghese.

Vienici. E se non puoi venire  guardaci  (forse neh, che non lo so se c’è diretta streaming).

(aggiornamento fulmineo: mi dice Claudio che sì, lo streaming c’è)

Tutto vero. Giuro.

Era credo il 2010. Un giovedì sera di… beh, di inizio autunno. Me ne stavo seduto in Scighera, leggermente in anticipo, davanti alla mia bottiglia di rosso. Aspettavo Paolo, che ogni tanto ci capitava di trovarci lì a bere e chiacchierare. Quando Paolo arriva mi fa: lo sai chi è dei nostri stasera?

-No, dico, io, dimmi…

-Tito Faraci!

-Bene, faccio io, ma come mai? Starà mica cercando vendetta?

Devi sapere che qualche anno prima (lo so per certo, era il 2007) Paolo aveva pubblicato per i tipi di Perdisa un libro di appunti per un canone del fumetto in cui, a un certo punto, scriveva (testuali parole) che Topolino aveva avuto Floyd Gottfredson, poi Romano Scarpa e FORSE anche Tito Faraci.

Forse.

Devi sapere che questo avverbio dubitativo, anche se si è preso la sua vendetta appioppandone a Paolo uno di identico valore (un bel QUASI) nei ringraziamenti del suo secondo romanzo, Tito non glielo ha ancora perdonato. Ma quella sera non ci fu, con mia leggera delusione, nessuna violenza. Se hai letto Gli Scorpioni del deserto avrai presente l’episodio intitolato Dry Martini Parlor, nel quale Pratt mette in scena una brillante rilettura della disfida di Barletta, tutta verbale tra il capitano Fanfulla e il francese La Motte, con Koinski a fare da critico spettatore con il suo martini in mano. Ecco. Quella sera non so chi fosse l’uno e l’altro tra i miei due compari di tavolo, so che io mi sentivo come Koinski, e che così te la racconto, perchè quella sera nacque una buona amicizia e la Scighera divenne la nostra comics parlor.

Ma ti chiederai: al di là degli avverbi, perché Paolo aveva paragonato Faraci a due mostri sacri come Gottfredson e Scarpa? Potrei risponderti: chiediglielo a Paolo. Ma invece voglio provare a spiegarti come la vedo io.

Succedeva all’inizio di quel secolo in cui alla fine del primo decennio ci trovavamo lì in Scighera, che l’Einaudi, per iniziativa di Daniele Brolli, raccogliesse in volume (un gran bel volume di fumetti che veniva dopo quello dedicato allo Sconosciuto di Magnus del 1998 e come l’Einaudi purtroppo non ne avrebbe più fatti) un malloppo di storie poliziesche di Topolino tutte scritte da Tito Faraci.

Fu un libro importante, che dimostrava come, anche nella macchina seriale dell’industria disneyana, ci potesse essere e fosse riconoscibile una forte impronta autoriale. Lo stile narrativo di Tito dava infatti a quella serie di storie selezionate un’unitarietà che nel volume Einaudi spiccava indiscutibile.

Ma non è questo il punto. Non è questo che fa di Faraci un autore degno di stare FORSE a fianco di grandi come, appunto, Gottfredson etc.

Il punto è che Topolino è un personaggio alquanto complesso. Ma trae in inganno sembrando di una semplicità imbarazzante (quella che fa scrivere a certi improvvisati lettori di fumetti che non lo sopportavano perché perfettino, infallibile e moraleggiante). Pur essendo in certo qual modo il luogo comune di una narrazione ripetitiva e non-novità per eccellenza è al contempo, almeno in potenza figura viva e possente che non può mai essere liquidato come puro stereotipo.

Ursula Le Guin lo definirebbe, come ha definito Superman nel suo Il linguaggio della notte (Editori Riuniti, 1986) un submito, cioè un oggetto che ha la vitalità e la forza di una condivisione universale, ma privo di valore etico e intellettuale. Io credo che nonostante il libro della Le Guin sia un testo fondamentale sul mito letterario, in questa svalutazione dal punto di vista mitologico dei fumetti e del cinema, commetta un errore. Perché ha piuttosto ragione Barthes quando dice che il mito oggi non può essere un oggetto, quanto piuttosto un sistema di comunicazione. Nella parte finale del suo libro più importante, (Mito,Mondadori,1980) Furio Jesi sostiene che per capire il funzionamento e i meccanismi del mito, non dobbiamo cercare di entrare nel mito, che è per definizione inaccessibile, quanto piuttosto capire come funziona la macchina mitologica che ne ristruttura continuamente la natura.

La macchina industriale e narrativa messa in atto dalla multinazionale che detiene i diritti del Topo e che avrebbe dovuto servire a mantenere il mito di Topolino in continua rinnovata corrispondenza con la contemporaneità si era inceppata. Continuava a girare alla medesima distanza dal centro inaccessibile del mito. Lo statuto stesso del mito era entrato in crisi.

Quello che ha fatto Faraci con quel pugno di storie realizzate sul finire degli anni ’90 è stato di trovare una nuova contemporanea formulazione di quella macchina mitologica e narrativa pescando nell’arcaico: il perno teorico su cui tutto ruota è la storia scritta a quattro mani con Artibani, Il fiume del Tempo; un piccolo capolavoro in cui l’azione (ideologica altrocchenò) di secolarizzazione del mito Topolino trova la propria giustificazione non solo nel profondo passato del Topo (la molla di tutto è ricollegare alcuni fili rimasti penzolanti dai tempi dello Steambot Willie) ma addirittura nelle fondamenta che il mito di Topolino e soprattutto Steambot Willie ha nella letteratura americana: Huckleberry Finn.

Ecco. Credo che l’amico Tito sia da affiancare ai grandi autori che hanno preso di volta in volta in consegna il Topo nei suoi 86 anni di vita per avere rimesso a punto la macchina narrativa della mitologia disneyana rendendola di nuovo capace di affrontare il tempo storico pur essendo sempre partecipe del tempo mitico e conferendo così all’oggetto Topolino nuova linfa vitale.

Se vuoi verificare di persona quanto ti ho detto procurati quel volume Einaudi (Topolino Noir, 2000), oppure accontentati della bella riedizione che ne ha fatto Panini, la trovi in edicola con il titolo di Black Edition, ci hanno aggiunto una storia, è a colori (anche se non credo che poi gli giovino particolarmente) e ha un ottimo prezzo, davvero.

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Come ti ha raccontato Paolo il giovedì sera spesso ci infiliamo, con Tito, alla Scighera, Tra le cose nostre che facciamo c’è la degustazione (passami l’eufemismo) di vino.

Bottiglie abbandonate

 

Capita, a me, di finire a fine serata sotto la panca. In quelle condizioni accetto di fare cose che, da sobrio, non mi sognerei nemmeno.

Così mi sono ritrovato coinvolto in questa cosa.

Domani dovresti trovare in edicola il primo volume (il terzo della serie, dopo La Ballata e Tango + Elvetiche, e non far domande sul criterio di uscita, non posso darti risposte che non ho) con la mia prefazione. Ti dico. Non so se è un caso che domani sia il 25 aprile: in quel volume lì c’è la storia Samba per Tiro Fisso. 

Se non è un resistente Tiro Fisso…

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Tornato a Milano, sopravvissuto agli eccessi capodanneschi e alla tormenta di neve che ci ha bloccato in montagna qualche giorno in più, bè la prima cosa che faccio, visto che è sabato è andare al mercato di via Osoppo. Lo sai che questo è il tempo dei carciofi. Al mercato lì te li tirano adietro. Ne compro dodici, resi brillanti dalla pioggia (che piove  adirotto) e bellissimi, da mangiare crudi. Non sto neanche a trattare che il bancarellaio mi chiede cinque euri. Prendo pure due cespetti di indivia belgA; poi ti spiego perché.

4e3577cb9bb250f3449ccf44a9885936A casa sfoglio sei carciofi (gli altri li farò domani alla romana) fino al cuore; ma proprio quello tenero e palpitante, a due passi dalla tenebra. Li pulisco del fieno e poi li faccio a fettine sottilisime. Man mano che li faccio a fettine li immergo in una ciotola con acqua acidulata da mezzo limone. Se no, lo sai, ossidano subito e diventano neri.

Lavo l’indivia. Poi la sminuzzo fine e su un piatto bello largo ce ne faccio un letto. Su quel letto ci dispongo elegantemente le fettine di carciofo. Ci spuzzo sopra l’altro mezzo limone, quello che mi è avvanzato dall’operazione di acidulazione dell’acqua.

In una ciotola metto olio evo (vado a occhio e a mio gusto. circa un quarto di bicchiere), due cucchiani di senape (io uso quella che Edmond Fallot produce artigianalmente a Beaune, ma la trovi solo là; tu usa quella che trovi al supermarket: solo evita roba da barbari come la Colman’s), regolo sale e pepe. Poi emulsiono.

Verso sopra carciofi e insalata e lascio marinare una mezzoretta. Poi servo.

Ci bevo dietro del Falerio dei Colli Ascolani, Az. Agricola Aurora, 2011 (scoperto grazie a Tito)

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Sembra quasi, questo numero di Scuola di Fumetto, di essere in Scighera. Una di quelle seratine che con Tito e Paolo (non te li linko, sono più famosi di me e li conosci benissimo) e gli altri amici del giovedì, si fanno le ore piccole (ma piccole davvero) a parlare…indovina di cosa?

Lo trovi in quelle cose desuete che si chiamano edicole. Ce n’è ancora qualcuna in giro per la città. Dai, fai una sforzo: cercati la più vicina (lo so, magari devi macinare kilometri, ma ti fa bene alla circolazione) e prendilo.

Merita. Giuro. Che ci ho scritto un pezzo fighissimo su Corben.

Per l’edizione Einaudi del 1973 che raccoglieva in un unico volume i suoi due racconti lunghi Il castello dei destini incrociati e la Locanda dei destini incrociati, Italo Calvino scriveva una nota finale in cui spiegava dettagliatamente l’ideazione di quel libro. A mio avviso quella nota è persino più interessante dei due racconti. Dopo tutta la manfrina in cui ci tedia sulla natura dei mazzi di tarocchi cui si è ispirato per realizzare i racconti, ci informa che nelle sue intuizioni il volume avrebbe dovuto contenere anche un terzo testo.

Calvino voleva abbandonare i Tarocchi per del materiale visuale moderno. Cosa è, si chiedeva, l’equivalente moderno dei Tarocchi come rappresentazione dell’inconscio collettivo? Ma i fumetti! Si rispondeva. Non quelli comici, quelli drammatici semmai, quelli avventurosi. Così gli venne l’idea di scrivere un terzo racconto: il motel dei destini incrociati, in cui alcune persone scampate a una catastrofe misteriosa si rifugiavano in motel abbandonato. In questo motel era rimasto solo un foglio bruciacchiato di una pagina di un albo a fumetti, un Tex magari (questo lo dico io, Calvino non da indicazione alcuna sul tipo di fumetto e probabilmente aveva in mente le strisce da stampa quotidiana). I sopravvissuti, ammutoliti dallo spavento, possono raccontare le loro storie solo indicando le singole vignette, non seguendone l’ordine ma andando di digressione da una all’altra a secondo della necessità narrativa. Non ne fece niente poi. Purtroppo. O per fortuna.

 

558579_493235257391364_1795550110_nNon so se Tito Faraci quando ha scritto il Tex che trovi adesso in edicola, aveva presente questa balzana idea di Calvino. Sicuro è che in certo qual modo l’ha messa in pratica, realizzando una delle storie di Tex più interessanti… starei per dire di sempre.

Guarda come si apre la storia (L’inseguimento, Tex n. 629, marzo 2013). Ci sono due che cavalcano in un luogo indefinito. Non sappiamo da dove vengono, non sappiamo dove vanno. Sappiamo chi sono solo per le regole della ridondanza seriale, per il resto potremmo veramente essere dentro l’incipit di Jacques il fatalista di Diderot. E girata la tavola, come Jacques e il suo padrone terminata la conversazione iniziale arrivano in una locanda, così Tex e il suo pard Tiger arrivano in un trading post. Dove, come fosse il motel di Calvino, i destini si incrociano per la prima volta. I destini di Tex, di Tiger, di Vince Stanton. E soprattutto del loro autore.

Mi spiego. A partire dalla tavola sei, quella in cui Tex e Tiger entrano nel trading post, è come se Tito li accompagnasse proprio fisicamente. Da questo momento la digressione da il ritmo. Come fosse un pezzo Reggae. La linea è la fuga di Vince Stanton da Tex e Tiger.  In una storia classica la via di fuga sarebbe stata quella della prospettiva centrale. Tutto deve convergere al centro, cioè verso un finale chiaro e diritto. Le digressioni come nelle prospettive quattrocentesche devono portare lì al centro. Invece. Nella storia di Tito ogni digressione, sposta il punto di fuga in un’altra direzione, allontanandoci da un finale chiaro e scontato e costruendo –passami l’espressione- una specie di cammino euleriano. Un percorso cioè che passa attraverso tutte le possibilità (gli stereotipi) di una storia una volta e una volta sola tornando al punto da cui è partita.

Così. Vince Stanton parte da una specie di taverna e incontra nel suo percorso/fuga tutti i topoi di una storia willeriana, ma anziché mandarlo in linea retta verso la conclusione della sua storia, questi incontri deviano continuamente il percorso finchè Stanton si ritrova praticamente all’inizio.

Ecco: Stanton incontra subito il topos più topos di tutti, Tex  che lo spedisce in cacere, poi durante la fuga dal carcere incontra un certo Marvin che lo fa deviare verso una banda di ferocissimi apaches, dai quali fuggirà grazie all’intervento di Tex, e a questo punto devia verso la banda dei suoi ex-colleghi capeggiata dallo spietato Fraser. L’incontro con Fraser e la vecchia banda lo farà deviare, causa incomprensioni per una rapina non autorizzata, verso la banda dei fratelli (stereotipo western della banda famigliare) di Marvin che lo fa deviare verso un cimitero abbandonato dove è nascosto il bottino della rapina che aveva fatto incazzare Fraser. E dove avviene lo scontro NON risolutivo con Tex: Stanton, grazie al dichiaratissimo artificio retorico della ferita di Tiger che impegna Tex con il soccorso all’amico distraendolo dalla caccia all’uomo, riesce ancora a fuggire.  Lo vedi da te: affrontati anche un po’ ironicamente tutti gli stereotipi del western bonelliano, fino a essere tornati, più o meno al punto di partenza. Era un trading post, adesso è un saloon dove i destini si incrociano per la seconda volta.

Non era mai accaduto, che mi ricordi io, che un autore di Tex trasformasse un’avventura willeriana in strumento di azione intellettuale, di demistificazione attraverso l’artificio della digressione dei suoi tradizionali moduli narrativi. Il lettore non è più qui il destinatario passivo dello svolgersi  della narrazione – come in tutta la produzione di Nizzi prima e di Boselli adesso- ma è chiamato a esserne implicito collaboratore dando un senso con il proprio intervento critico alle incalzanti digressioni che allontanano continuamente da un finale chiuso. Non ho dubbi che il lettore abituale di Tex, davanti all’ultima tavola di Lotta senza Respiro (Tex 630, aprile 2013) con quel finale così aperto, veda crollare felicemente tutti gli schemi mentali cui la struttura willeriana l’aveva abituato. E tiri un sollevato sospiro. Finalmete un altro Tex è possibile

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